Quella mattina mi ero svegliato con il desiderio di non fare niente, invece un compito lo accettai. Era la mattina del 15 aprile del 2016 e a un certo punto ricevetti una telefonata da una signora di nome Emily che aveva un forte accento straniero che mi disse, alquanto agitata, che il bagno della sua casa perdeva acqua da tutte le parti e se potevo andare a dargli un’occhiata. Lei abitava a Corso Trieste 25 e avrei dovuto citofonare a Penone. Non mi potevo sbagliare perché era l’unico campanello al cancello, dal momento che abitava in una villetta. E aggiunse che aveva avuto il mio numero di telefono da un’altra mia cliente che avevo servito bene. Difatti, a parte la modestia, sono un idraulico abbastanza bravo. Ho iniziato questo lavoro da bambino, perché seguivo mio padre che faceva questo mestiere, in giro per le diverse case di Roma che raggiungevamo con una cinquecento tutta sgangherata. Inizialmente gli passavo i ferri del mestiere che avevo imparato a distinguere molto presto: il piega tubi, la molla sturalavandini, i vari cacciavite, la chiave inglese. Poi con il tempo cominciai a fare qualche piccolo lavoro, come riparare un bidè, uno sciacquone o cambiare la rubinetteria di una vasca da bagno. E con il passare degli anni divenni sempre più bravo, tanto che quando morì mio padre di cirrosi epatica perché alzava spesso il gomito, presi il suo posto e i suoi clienti ai quali se ne aggiunsero altri. Così quel pomeriggio con la mia centoventotto che aveva preso il posto delle sgangherata cinquecento raggiunsi Corso Trieste 25 ,per vedere l’entità del guasto a casa di questa signora Emily. Quando giunsi alla sua abitazione, una palazzina bassa, ne ammirai il colore tenue del rosa della facciata. Mi apprestai a citofonare e non appena ebbi detto che ero l’idraulico ,mi venne subito. Per arrivare all’ingresso della casa attraversai un piccolo viale fiancheggiato da aiuole in fiore, di cui aspirai il gradevole profumo. Girato l’angolo, c’era una signora giovane, bella da mozzare il fiato. Aveva i capelli a caschetto lisci e biondi e due grandi occhi azzurri. Era snella e indossava una tuta da ginnastica blu e ai piedi calzava degli zoccoli bianchi. Mi venne incontro e tendendomi la mano, “Sono la signora Emily. Perdoni se non sempre la capirò tanto bene, ma sono americana”.

“Non si preoccupi.” Ricambiai la sua stretta di mano con una certa cordialità, “Mi chiamo Peppe, sono romano de Roma e sono l’idraulico. Ma questo lo sa già.”

“Prego si accomodi” mi disse la signora, divertita della mia battuta.

Entrai in un ampio salone di cui riuscii solo a intravedere il pavimento di parquet tirato a lucido, perché la signora subito mi condusse in fondo al corridoio nella stanza da bagno che invece era di gusto un po’ antico. Le piastrelle erano grigie e i sanitari bianchi. Mi misi subito all’opera per valutare l’entità del danno e sconfortato, a braccia aperte, dissi alla signora che molto probabilmente il bagno era da rifare perché le tubature di scarico erano fradice, dal momento che erano vecchie. Quando le comunicai il prezzo, disse: “A presto.”

Lo sperai tanto perché quei soldi, in quel periodo della mia vita, mi avrebbero fatto davvero comodo e mi avrebbe fatto davvero piacere lavorare a casa di questo schianto di donna. I miei desideri vennero presto esauditi. Dopo una decina di giorni mi telefonò la signora Emily che allegramente mi disse che il marito voleva parlarmi. Mi aspettavo buone notizie e il giorno dopo mi precipitai a casa della signora, per sapere cosa aveva da dire il marito. Quando entrai nella casa all’ingresso trovai un uomo sulla quarantina, alto, con i capelli lisci e neri come il colore dei suoi occhi. Indossava un completo color carta da zucchero con tanto di cravatta abbinata. Un uomo nell’insieme distinto, ma con qualcosa di truce nello sguardo. Dietro di lui c’era la signora Emily tutta sorridente. L’uomo mi tese la mano con un modo di fare un po’ mellifluo, “Piacere, sono Alberto, il marito di Emily che già conosce.”

“Io sono Peppe, l’idraulico.”

“Prego si accomodi” disse , quasi cingendomi la schiena, per indicarmi la direzione che dovevo prendere.

Entrai nel salone che ebbi modo di vedere meglio. Ad un angolo c’erano due divani di velluto azzurro disposti ad elle.. Al centro un tavolino di legno pregiato e in terra un tappeto che riprendeva i colori dei sofà. Sull’altro lato una vetrinetta, con tutti gli argenti in mostra, e sull’altro un tavolo rotondo con quattro sedie imbottite dello stesso colore dei divani. Dissero di accomodarmi, ma io dall’imbarazzo di trovarmi in un ambiente così lussuoso, sedetti sul bordo del divano senza sapere dove mettere le mani… Ruppe il ghiaccio il marito di Emily, in maniera plateale, “Mia moglie mi ha detto che il bagno è da rifare e mi ha detto il prezzo. Mi sta bene, ma vogliamo un bagno un po’ diverso dal solito, direi un po’ Kitsch. Deve avere le piastrelle e i sanitari rosa e una vasca da bagno a forma di cuore dello stesso colore. E’ n capriccio di mia moglie. Lei conosce le donne…”

Emily, inclinando la testa di lato, con aria interrogativa disse: “Che ne dice?”

“Mi sta bene. Però dal momento che la mole del lavoro è grande, porto a lavorare con me due colleghi.”

Insieme risposero: “D’accordo.”

“Quando cominciamo?” domandai.

“Anche domani.”

Uscii dalla loro casa tutto baldanzoso e la mattina seguente con due colleghi mi recai a Corso Trieste. Ci accolse la signora che ci accompagnò al bagno, mentre lei si chiuse in una stanza adiacente. Mentre cominciavamo a demolire il locale, sentimmo delle belle note musicali provenire dalla stanza dove stava la signora, sentivamo delle belle note musicali e il cigolio di chi pedala una bicicletta. Quando la signora uscì, dopo qualche ora, era tutta sudata e rossa in viso. Sorrise, “faccio cyclette e tapis roulant. Mi piace tenermi in forma”.

Gli feci l’occhiolino, “Altroché, se è in forma.”

Lei rise, “Desiderate un caffè? A voi italiani piace.”

Accettammo. Lei sparì in cucina e tornò poco dopo con un vassoio e i tre caffè. Mentre sorseggiavo la bevanda calda incontrai il suo sguardo languido che ricambiai, ma non sapevo come fare per corteggiarla, perché non eravamo mai soli. Così anche nei giorni seguenti ci limitammo a guardarci, ma i nostri occhi parlavano per noi. C’era intesa, feeling, anche se ci conoscevamo da così poco tempo. Mi ripromisi che non appena fossi stato solo con lei le avrei dichiarato che mi piaceva molto. Anche questa volta i miei desideri vennero esauditi. Il giorno dopo i miei colleghi non vennero a lavorare con me, perché presi da altri impegni, così mi recai a casa di Emily da solo con l’intenzione di dichiararmi. Quando la vidi alla porta d’ingresso con un occhio nero e il viso coperto da lividi mi misi le mani tra i capelli, urlai, “Ma cosa ha fatto?”

Quasi piangendo rispose, “E’ stato mio marito”.

Mi carezzò una guancia, “Peppe, lasci stare il lavoro, per qualche ora per oggi. Ho voglia di parlare. Vuole fare colazione con me? Mio marito, per fortuna, è a Milano per lavoro.”

Accettai, facendole un largo sorriso e la seguii in cucina dove rimasi a bocca aperta per la bellezza dell’ambiente. I mobili moderni erano bianchi ed era molto accessoriata. Su un lato, al centro della stanza, era poggiato un tavolo circondato da sgabelli impagliati molto alti, su uno di essi sedetti comodamente. Questa volta, senza la presenza melliflua del marito, mi sentivo a mio agio. La signora Emily mi servì il caffè e mi domandò se gradivo anche dei biscotti al cioccolato. Accettai volentieri, “Perché suo marito ha fatto questo?”

Non rispose subito, “Peppe, diamoci del tu, siamo coetanei”.

“Mio marito mi ha picchiata, e non è la prima volta, perché è geloso in una maniera ossessiva. Direi che è disturbato, dovrebbe rivolgersi a uno psichiatra. Ma lui odia questo genere di dottori.”

“Ma cosa ha scatenato la sua gelosia?”

“Ieri siamo andati a una serata danzante ed io ho ballato quasi sempre con Osvaldo, un collega di mio marito, con il quale c’è solo una pura amicizia. E Alberto ne è al corrente, perché è anche un suo amico, Tra un passo e l’altro ho notato che a mio marito dava fastidio, perché mi guardava con odio. Aveva la mascella contratta e serrava i pugni per contenere la rabbia. Io l’ho ignorato perché sono stufa di essere dominata in questo modo.”

“Si, in effetti è un’esagerazione essere così gelosi, tra l’altro di un amico comune.”

“Quando siamo tornati a casa è esploso urlando che sono una troia. Non ci ho visto più e gli ho lanciato addosso un posacenere di cristallo. Così si è scatenato e mi ha dato calci e pugni. Poi è andato a prepararsi la valigia, dicendo che avrebbe anticipato il suo viaggio di lavoro. Questo, purtroppo, succede spesso.”

“Come hai conosciuto tuo marito?”

“Qualche anno fa feci una vacanza a Roma, ospite di un’amica romana con la quale ci scambiavamo la conoscenza delle rispettive lingue. Una sera, con altri amici, andammo in una discoteca nei pressi di Ronciglione. Ero contenta perché mi piaceva ascoltare musica e ballare.”

“Ti capisco, anche a me piacciono le discoteche.”

“Al tavolo di fronte al mio notai che c’era un giovane uomo che sembrava più grande di me. Mii invitò a ballare ed io accettai perché mi piaceva. Ballammo insieme tutta la serata ,ma trovammo anche il tempo di parlare di noi. Ebbi la conferma che era più grande di me di circa dieci anni. All’epoca potevo avere ventiquattro anni. Ci scambiammo i nostri numeri di telefono e quando stavamo per lasciarci per fare ritorno alle rispettive case mi promise che mi avrebbe chiamata.”

“Quindi ti fece una buona impressione.”

“Si, anche in seguito, quando cominciammo a uscire. Era gentile e galante e mi accompagnava a visitare le bellezze di Roma come Fontana di Trevi, Piazza di Spagna, Piazza Venezia e molti altri luoghi. Andammo anche a mangiare la pizza, al cinema e al teatro.”

“Quindi si comportava bene.”

“Si, e a parte qualche bacio, non faceva neanche delle avance sessuali.”

“Quindi è cambiato dopo il matrimonio?”

“Cambiò dopo che andammo a letto insieme. Una sera dopo aver mangiato una pizza, mi invitò a prendere un caffè a casa sua che si trovava in via del Boschetto. Era un monolocale tinteggiato di bianco, molto semplice ma con un ampio angolo cottura. Il letto matrimoniale si trovava su un soppalco. Appena bevemmo il caffè ,senza alcun preambolo, mi prese in braccio e mi portò a letto dove facemmo l’amore con passione. Da quella sera Alberto, nei miei confronti, cambiò dal giorno alla notte diventando geloso di tutto e di tutti. Inizialmente ne ero lusingata perché pensavo che tenesse tanto a me. Così quando una sera al giardino degli aranci mi strinse a sé e mi chiese di sposarlo, gli gettai le braccia al collo e accettai.”

“E dopo il matrimonio?”

“E’ precipitato tutto. Non ha fatto altro che scenate di gelosia, alzando spesso le mani. Comunque con te sono sincera. Per Alberto non ho mai provato un grande amore. Mi ha attratto la sua posizione sociale e il fatto che mi offriva di prendere finalmente la cittadinanza italiana. Anche i miei genitori, che non navigano nell’oro, mi spinsero tra le sue braccia per questi motivi. Infine , il matrimonio con lui mi ha permesso di abitare questa casa. Ma adesso tutto questo, per me, è solo una gabbia dorata. Mi sento in prigione.”

“Ti capisco.”

Piagnucolando mi disse: “Aiutami, Peppe.”

Distesi il braccio sul tavolo e le strinsi teneramente una sua mano, “Farò del mio meglio.”

“Adesso vado a lavorare qualche ora, ma se hai bisogno di qualcosa chiamami.”

Quella sera, quando sfinito ritornai al mio modesto appartamento in via Tiburtina, pensai continuamente ad Emily. Mi piaceva e mi sentivo triste per la situazione. in cui si trovava. Mi sentivo già coinvolto emotivamente e avevo voglia di offrirle qualche svago”

Nei giorni seguenti continuai a lavorare con i miei colleghi, ma non appena loro si allontanavano per mangiare o per comprare qualche materiale, correvo da Emily, per farle sentire la mia presenza. “Siamo quasi a Maggio. E’ bello stare fuori. Mi hai detto che tuo marito torna a fine mese. E che, ti senti in prigione. Ti andrebbe di venire con me a Villa Ada? Anche a me piace fare jogging, possiamo correre insieme.”

Mi buttò le braccia al collo, “Siiii…iii”

Le feci vedere che avevo una borsa con i miei indumenti sportivi e che avevo anche un telo. Avevo pensato a tutto per farla stare bene. Dopo aver ammirato il paesaggio circostante e le oche starnazzanti nel laghetto, cominciammo a parlare di noi. Le raccontai di mio padre da cui avevo ereditato i ferri del mestiere, di mia madre che lo rimproverava sempre perché beveva troppo ma le parlai anche della mia ultima storia d’amore con una donna, che era finita perché si era ammalata psichicamente, e non aveva voluto saperne più di me. Invece lei mi parlò molto dei suoi genitori che facevano i fruttivendoli e a lei, figlia unica, avevano potuto offrire solo una casa nei sobborghi di New York, dove non c’era neanche un bagno, ma solo un water alla turca. Mi guardò dritto negli occhi, “Hai capito perché sono stata attratta da Alberto?”

Le cinsi le spalle per consolarla ma ci rendemmo conto che si era fatto tardi ed era ora di ritornare alle nostre rispettive case. Quando la lasciai, le promisi che saremmo usciti di nuovo insieme. I giorni seguenti continuai a lavorare e nelle pause andavo da Emily che mi aspettava in cucina per offrirmi il caffè. La vedevo più serena e finalmente più sorridente e ciò mi rendeva felice perché con il tempo, giorno dopo giorno, sentivo nascere in me un sentimento d’amore nei suoi confronti perché non ero mai stato tanto bene con una donna. Non era la solita attrazione sessuale tra l’operaio e la signora benestante, per giunta americana. Con Emily mi sentivo rinascere perché c’era una forte intesa e avevamo gli stessi gusti in fatto di sport, cinema e musica. Ed entrambi eravamo nati poveri, e avevamo bisogno di tanto amore perché delusi da partner sbagliati. Speravo di essere ricambiato. Per scoprirlo, a fine settimana, le proposi di andare al mare e lei accettò con entusiasmo. Così la domenica mattina raggiungemmo una spiaggia libera di Torvaianica. Non c’era tanta gente e noi ci godemmo il sole, le passeggiate sul bagnasciuga, i bagni dove ci schizzavamo l’acqua del mare ridendo a crepapelle ed io godevo della sua felicità .Nell’acqua, ad un tratto, l’abbracciai, la baciai e la presi per mano per condurla dietro le dune, dove amoreggiammo a lungo. Tra un bacio e l’altro le dissi che mi stavo innamorando di lei. Emily mi rispose che provava gli stessi sentimenti nei miei confronti perché con me si sentiva libera di essere se stessa dal momento che ero un uomo semplice e genuino, molto raro da trovare di questi tempi. Molto diverso, anche nei gusti, da quell’ampolloso di Alberto. Finimmo la serata a casa sua, dove nel bagno di servizio, facemmo la doccia insieme. Poi Emily mi prese per mano e mi condusse in camera da letto, una stanza tinteggiata dal color verde pastello con dei mobili avorio in stile veneziano. Ma alla camera diedi un rapido sguardo, perché avevo occhi solo per Emily che mi accoglieva dentro di sé. Facemmo l’amore con tanta tenerezza ed io più volte le sussurrai “Ti amo.”

Lei fece altrettanto.

Quando andai via da casa sua ero al settimo cielo e la cosa che più desideravo era che Emily stesse sempre con me. Ma il giorno dopo ebbi un’amara sorpresa. Il marito di Emily era tornato e voleva parlare con me. Mi aspettavo una scenata di gelosia e una scazzottata, invece si dimostrò gentile e mi fece accomodare nel salone come la prima volta, “Senta Peppe, per questi mesi estivi sospenda il lavoro del bagno. Ho voglia di fare una lunga vacanza con mia moglie, perché con tutti questi miei viaggi di lavoro la trascuro troppo. Lei può tornare a settembre.”

Eravamo seduti uno di fronte all’altro. Mi sarei alzato e lo avrei strangolato. Invece chinai il capo e accettai. Quando mi ritrovai solo con Emily lei mi disse che non poteva fare altro che seguire il marito, perché altrimenti si sarebbe insospettito. Di certo l’avrebbe presa a botte avrebbe ucciso lui. Si buttò tra le mie braccia e disse, “Ma io amo te.”

“Anche io ti amo, ma è venuto il momento che devi fare una scelta. Mi auguro che quando ritorni tu vada subito da un avvocato e decidi di separarti da Alberto. Io voglio vivere con te.”

“Anche io desidero questo.”

Ci abbracciammo e ci baciammo con passione ,anche se mi sentivo molto amareggiato. E mi dispiaceva vederla piangere in quel modo. Il mese di agosto, senza Emily fu eterno. Per reagire accettai altri piccoli lavori, ma in quei giorni provai un altalena di stati d’animo. Ora ero molto nervoso, ora pieno di rabbia e anche io mi sentivo geloso a pensarla con lui, in Sardegna, tra le sue braccia anche se al contrario di Alberto, non l’avrei toccata con un dito .Non facevo altro che pensare a lei, ma capivo le ragioni per cui era partita. Nonostante le mie angosce il mese di agosto passò, e venne il momento di tornare a lavorare a Corso Trieste. Quando la incontrai eravamo soli, e ci buttammo l’uno nelle braccia dell’altro baciandoci fin quasi a soffocarci. Lei mi disse di aver sognato questo momento e che, anche in Sardegna, Alberto l’aveva ossessionata con la sua gelosia e non erano mancati schiaffi e pugni, soprattutto quando si negava di stare a letto con lui. Alberto urlava: “C’è un altro, troia, dillo!” Per cui, appena tornata a Roma era andata da un avvocato per chiedere la separazione. Non restava che consegnargli la lettera

Per fortuna, appena messo piede a Roma, è partito di nuovo. Perché non dormi qui, stanotte? Ti ho desiderato tanto-”

La baciai, “Anche tu mi sei mancata e dopo la tua decisione di renderti libera, farò tutto quello che desideri.”

Quella notte facemmo l’amore con estrema passione. Lei urlava dal piacere ma, ad un tratto, mentre ero dentro di lei, sentimmo un rumore che proveniva dall’ingresso. Si trattava di una chiave che girava nella toppa della serratura, fino ad aprire la porta di casa. Poi sentimmo un urlo, “Emily, dove sei, cosa stai facendo la troia?”

Poi un tonfo e Alberto urlò ancora, “Aiutatemi.”

Pensai: “Per fortuna è caduto.”

Io ed Emily facemmo appena in tempo ad infilare alla rinfusa i vestiti e a saltare giù dalla finestra della camera da letto per ritrovarci in giardino. Scavalcammo rapidamente anche il cancello e quando ci ritrovammo in strada udimmo uno sparo. Ci bloccammo per un attimo, ma poi corremmo verso la mia macchina per raggiungere la mia casa. Emily era stravolta e piangeva singhiozzando. Quando arrivammo al mio appartamento, la feci sdraiare sul letto e le preparai una camomilla che la calmò un po’, ma la paura per entrambi era stata grande. Mi sdraiai anche io sul letto, le presi la mano e ci addormentammo così. La mattina dopo di buonora, mentre Emily dormiva ancora, andai a prendere il giornale. In prima pagina, a caratteri cubitali c’era scritto:

“NOTO AVVOCATO ALBERTO PANONE IERI NOTTE INTORNO ALLE 2,00 SI E’ SUICIDATO SPARANDOSI UN COLPO DI PISTOLA ALLA TEMPIA. LA CAUSA SEMBRA ESSERE IL TRADIMENTO DELLA MOGLIE. L’AVVOCATO HA LASCIATO UN BIGLIETTO DOVE HA SCRITTO: “MI UCCIDO PERCHE’ MIA MOGLIE E’UNA TROIA”

Quando Emily fu sveglia le mostrai il giornale.

“Sono finalmente libera da questo mostro” e mi abbracciò.

Nei giorni e nei mesi successivi temevamo che la polizia si mettesse sulle nostre tracce, ma le notizie riportate dai quotidiani dei giorni e dei mesi dopo, ci confortarono perché il caso venne archiviato. Da quella sera è passato del tempo. Io ed Emily continuiamo ad amarci e abbiamo una bambina di due anni che abbiamo chiamato Serena come è, adesso finalmente, la nostra vita.