Quando Jeanne aveva detto che gli avrebbe trovato un lavoro come infermiere, Augustin aveva pensato ad un ospedale, magari proprio l’Hotel-Dieu che aveva visitato il giorno del suo arrivo a Parigi. In realtà, dicendo che sapeva fare quel mestiere si è mantenuto prudente: lui ha studiato un po’ di medicina ed è sicuro che sarebbe riuscito a curare i malati come i veri dottori. Be’, quasi tutti, almeno. E comunque sa bene che i medici quando si trovano davanti a qualche malattia che non rientra tra quelle comuni è più facile che facciano danni con i loro rimedi che altro: salassi, sali di mercurio, arsenico, sono medicine che hanno fatto più vittime che guariti. Tuttavia non ha mai frequentato l’università, e quindi non può dispensare altro che consigli, ma sa che è qualcosa di più di un infermiere, e in un ospedale non avrebbe sfigurato.
Invece Jeanne intendeva dire che gli avrebbe trovato il lavoro, ma lì alla Ruche, il che significa curare i personaggi che frequentano quel posto. I problemi sono più di uno: innanzitutto i malati sono intrattabili, essendo i loro mali dovuti essenzialmente al poco cibo e al molto vino, per non parlare delle droghe, e non hanno alcuna intenzione di cambiare le loro abitudini. Capita, sì, che di tanto in tanto qualcuno capitomboli a causa delle sbornie, o si prenda un raffreddamento per aver dormito all’aperto, magari sotto la pioggia, e allora lui cerca di fare del suo meglio, ma quello non è curare, è solo tamponare delle situazioni disperate. Il problema più grave, però, è che in genere gli artisti non hanno soldi né intenzione di darli a lui, preferendo spenderli nei bistrot. Sicuramente Jeanne e le altre modelle avrebbero potuto tirar fuori qualcosa, ma a parte che anche loro non navigavano nell’oro, Augustin è sempre esitante, sapendo che le loro forme di pagamento sono pericolosamente tendenti al baratto, e lui non è di certo insensibile alle loro grazie, ma deve pur mangiare per evitare di finire come i suoi impazienti pazienti.
Di positivo c’è, invece, che adesso h la possibilità di frequentare da vicino degli uomini di cui comincia a capire la straordinaria genialità. È venuto a Parigi per cercare a Montmartre i maestri da cui vuole imparare il mestiere a cui veramente aspira, ma si è reso conto che in quegli anni la linfa vitale scorre a Montparnasse, e Montmartre è diventato più che altro un quartiere residenziale, abitato da alcuni personaggi interessanti, ma che perlopiù vengono a Montparnasse per scambiare le loro idee e cercare di commerciare le loro opere. Oltre che per bere, naturalmente.
Alla fine si è adattato a quella situazione: lavora poco, mangia pochissimo, ma non si stanca mai di assorbire gli insegnamenti che, volenti o nolenti, le personalità degli artisti gli consentono di ottenere. Alcuni di loro cominciano ad essere conosciuti, e lui immagina a volte di essere Michelangelo mentre era a bottega dal Ghirlandaio, anche se i pittori che frequentaa sono Derain, Soutine, Picasso e qualche volta Modigliani o Utrillo, se non sono troppo ubriachi.
Ma non è soltanto pittura: a Montparnasse c’è qualcosa nell’aria che sembra provocare l’ebbrezza: pare di vivere in una bolla di tempo cento o duecento anni più avanti rispetto a quella a cui era abituato. Può esprimere i suoi pensieri, i suoi dubbi, senza timore di scandalizzare o essere preso in giro, perché spesso quando si lasciano andare anche i suoi insegnanti-pazienti ne esprimono di simili.
Una volta si è trovato con André Derain, quando ancora usava il suo studio come dormitorio, prima che i suoi modestissimi introiti gli consentissero di avere una camera tutta sua, a discutere della sua singolare malattia, in cui il pittore si è imbattuto più di una volta.
«Quando ti capita di addormentarti così d’improvviso per risvegliarti pochi minuti dopo» gli ha chiesto Derain, «conservi la coscienza di te durante il sonno?».
Augustin ci riflette qualche istante: «Non lo so» ammette, «a me sembra un sonno normale. In genere non ricordo niente di quello che è successo.»
André ne è deluso. «Peccato» dice, «speravo che tu potessi rivelarmi qualcosa.»
«Su cosa?»
«Su quello che c’è dopo la vita. Il tuo sonno è tanto simile alla morte che credevo tu ne avessi fatto una specie di esperienza.»
«Di solito dalla morte non si torna indietro» ride Augustin, «almeno, da duemila anni a questa parte pare che sia successo una volta sola, e per poco.»
«Non bestemmiare!» lo prega André.
«Scusami, non credevo che fossi religioso.»
«Non lo sono. È che…»
«Sei superstizioso» conclude per lui Augustin, «lo siamo tutti, credo. La fede non è altro che credere in qualcosa che non puoi dimostrare, e cosa c’è di diverso in questo dalla superstizione?».
«È un’affermazione che qualche anno fa avrebbe potuto procurarti molti guai» ribatte André, ancora infastidito.
«Uno scrittore russo di qualche anno fa, un certo Dostoevskij, ha scritto in un suo romanzo che senza Dio e senza una vita dopo la morte tutti gli uomini devono inevitabilmente inginocchiarsi di fronte a qualcuno o qualcosa, come ad esempio il potere, il denaro o l’idea di progresso.»
André Derain sorride: «”I Fratelli Karamazov”, l’ho letto. Quello scrittore era arrivato anche alla conclusione che “senza Dio, tutto è permesso”.»
«Questo non implica la necessità della presenza di Dio, anzi, considerato come va il mondo sembrerebbe negarla.»
Il pittore alza le spalle e toglie il lenzuolo che protegge la sua tela, esaminandola: «In fondo l’idea di progresso non mi dispiace poi molto!»
Augustin gli si porta vicino e vede un paesaggio che rappresenta alcuni alberi, dipinto con il solito forte cromatismo fauve che mette in contrasto toni caldi e freddi con larghe pennellate flou.
«Cosa ne pensi?» gli chiede Derain.
Augustin si portò una mano al mento, cercando di capire l’intenzione del pittore.
«Emana energia, mi sembra di percepire qualcosa di differente dal solito…»
«Dal solito?»
«Volevo dire, dal fauvismo: c’è qualcosa di… di italiano, di classico»
André Derain riesamina il suo quadro: «Sì, forse sì» ammette, «anche se non mi sembrava di distaccarmi tanto dai fauves. Ma ci vedi degli influssi? Sinceramente.»
Il ragazzo riflette ancora qualche istante. «Cezanne?» arrischia.
Derain sembra sbiancare in volto: «Dici?»
«Be’, a me sembra… Aspetta! Cosa fai?»
Il pittore ha tolto il dipinto dal cavalletto e fatto il gesto di strapparlo, ma Augustin è più veloce o più determinato e riesce a toglierglielo dalle mani.
«No!» esclama, «piuttosto regalalo a me!».
Derain scuote la testa: «Così tu andrai a venderlo e ci sarà in giro un “Derain copiato da un Cezanne” No, grazie!»
«Almeno promettimi che non lo distruggerai!»
«Mhm.»
«Non lo distruggerai per un anno. Giuramelo e te lo restituirò.»
«Altrimenti?»
«Altrimenti dovrai provare a prendermelo: sono più giovane, più forte e meno ubriaco di te. Non ti conviene!»
André scoppia a ridere. «Va bene.»
«Giura!»
«Lo giuro.»
Augustin restituisce la tela, che l’altro ripone sul cavalletto.
«Davvero assomiglia ad un Cezanne?» chiede dopo un po’.
«Non ho detto questo: ho detto che mi sembrava di aver visto qualcosa dello stile di Cezanne, ma anche di quell’italiano del Seicento, come si chiamava?».
«Caravaggio» dice Derain. Si soffermò a guardare la sua opera. «Forse sì» dice, riflettendo, «Caravaggio o anche Gentileschi…».
«Non lo conosco. Chi è?».
«Una donna, Artemisia Gentileschi, e anche suo padre Orazio: entrambi sono stati influenzati dallo stile del Caravaggio.»
«Ecco, vedi. Io non ho studiato…»
«Ma ci sei arrivato lo stesso, e questo ti rende maggior merito. Bravo!».
Detto questo, André Derain si dimentica del ragazzo e prende a studiare la sua opera, con il pennello in mano, come se niente fosse successo.
Augustin, abituato a quei cambiamenti d’umore, si ritrae in disparte ad osservarlo, ma un grido lo strappa dalla sua concentrazione.
«Augustin! Dove sei?»
È la voce di Natalie, una delle modelle. Proviene dalla tromba delle scale.
«Sono qui!» grida, «cosa succede?»
«Constantin è di nuovo caduto! Credo che sia morto!»
«Stai tranquilla! Finché picchia di testa non si farà niente!» urla di rimando, ma prende la borsa di tela in cui ha raccolto bende e medicazioni e si precipita giù.
Dove posso trovare del ghiaccio a quest’ora?