A volte ho urlato di dolore e ho mostrato la mia anima afflitta agli altri e ho cercato aiuto, ho messo da parte ogni pudore, ho pianto senza lacrime perché i miei occhi erano asciutti e aridi.
Ero in cerca di aiuto quando lo sgomento si era impossessato di me lasciando spazio solo al buio e alla solitudine.
Ho dato sfogo alle mie emozioni negative per purificarmi e continuare a vivere senza soffocare.
Ho urlato senza voce in mezzo alla folla indifferente, ho vissuto in una sorta di incubo senza fine dal quale avrei voluto svegliarmi, ma non potevo; sono passata in mezzo a maschere di gesso senza occhi, senza orecchie, a bocche vuote.
Quante volte ho urlato:
«Vita, perché ce l’hai con me?».
Sinceramente non lo so … tante.
La mia pace interiore, poi, lentamente è ritornata, sempre.
Ogni volta ho ricominciato daccapo, ho raccolto i cocci di quello che di buono era in me, mi sono guardata intorno con occhi nuovi; le ferite si sono rimarginate lasciando solo cicatrici come ricordo.
L’ironia e l’ottimismo sono sempre stati la mia forza, come una sorta di difesa, il mio modo di affrontare la vita guardando il bicchiere mezzo pieno.
Osservo le meraviglie che mi regala la natura, contraccambio le persone che mi amano, che mi sono amiche, fuggo da quelle false e negative, guardo il lato positivo delle cose, smetto di urlare alla vita ma la affronto con la gioia nel cuore e il sorriso sulle labbra.
Prendere di petto i problemi significa farsi del male da soli, occorre trovare un compromesso accettabile e non lasciarsi scoraggiare, trovare un motivo per non perdere la speranza.
La vita è vita e va vissuta così com’è, senza recriminazioni né rimpianti, senza arrendersi mai anche quando non si riesce a vedere il fondo del baratro.
Dopo il temporale arriverà l’arcobaleno e si tornerà a sorridere. Da qualche parte ho letto che la speranza è la memoria del futuro e forse è vero.
Matilde Falco – 11 maggio 2016