Cara moglie, ho ricevuto la tua lettera. Certo, sono passati cinquant’anni da quando ci siamo uniti in matrimonio, non l’ho certo dimenticato.
Come potrei? Te lo confesso, eri proprio un bel “bocconcino” quando ci siamo conosciuti.
Lo so, lo so a cosa stai pensando, non fare quella faccia. Che sono sempre il solito volgare? Forse.
Volevi mandarmi all’Inferno? Ebbene, sì, è proprio così, ce l’hai fatta.
Perché hai impiegato vent’anni per scrivermi?
Per comunicarmi il tuo malefico inganno?
La tua meditata vendetta?
Vedi, dove mi trovo io, il tempo non ha più importanza, tutto è sospeso, è un attimo oppure l’infinito.
Qui i dannati come me si dimenano in mezzo a tormenti di ogni genere ma soprattutto, tutti sanno tutto di tutti.
È come guardarsi in un grande specchio e rivivere ogni gesto che abbiamo compiuto nella nostra vita terrena, per una, cento, mille volte … e all’infinito.
Non c’era bisogno di scrivermi una lettera: so tutto e – come dicevo – questo è un altro mondo, non ci sono segreti.
Lo so, non mi sono comportato da buon marito e ti ho fatto soffrire.
Ero fatto così, un uomo violento e – come pensavi tu – un essere abominevole.
Non lo dico per giustificarmi, questo no, non potrei. Qui non accettano né scuse né discolpe, si consumano solo condanne.
Come stai cara mogliettina? Stai festeggiando la mia dipartita?
Vedo, per onore di onestà, che non mi hai dimenticato, anzi, il mio ricordo rimarrà per sempre impresso nella tua anima – diciamolo pure – come una condanna.
Io ero uno scellerato, è vero, seguivo il modello che mi aveva insegnato mio padre che, forse, era ancora più farabutto di me.
Un cattivo esempio.
Ma tu? Pensi di non avere colpe?
Hai tramato per anni alle mie spalle fingendo un affetto che non provavi, una pietà miserevole mentre attentavi alla mia vita.
Pensavi forse di sostituirti a Dio, di avere potere di vita e di morte?
Volevi farti giustizia da sola?
Bene, e adesso sei felice?
Ahahah!

La risata sardonica riecheggiò in tutta la casa, assordandola, le scoppiò quasi la testa e la fece sobbalzare.

Cara mogliettina, pensi forse di essere migliore di me?
Oramai sono diventato un esperto in queste cose.
Hai peccato di presunzione, di orgoglio, di menzogna e non hai mai pensato di essere una volgare ASSASSINA? Ahahah!

La parola “assassina” si confuse con la sua risata crudele provocandole, suo malgrado, un rimorso infinito.
Inaspettatamente si sentì sporca, inadeguata e, soprattutto, con la terrificante consapevolezza che non si sarebbe mai liberata di lui.

Moglie carissima, scusa il sarcasmo, perdonami, sto soltanto avvisandoti: il tuo posto è qui, accanto a me, all’Inferno per l’Eternità.

Un tuono potente echeggiò sopra la casa, un colpo di vento improvviso spalancò la finestra e un lampo squarciò il cielo di quella lontana e buia notte d’inverno.
La donna si alzò dal letto, chiuse la finestra, si strinse nella leggera camicia da notte di cotone a fiorellini rosa, lanciò uno sguardo cupo verso il giardino inondato dal temporale e si asciugò la fronte madida di sudore gelato.

Quell’incubo ricorrente la stava tormentando da anni ormai.
Ritornò verso il letto che le sembrò ostile e un pensiero agghiacciante le attraversò la mente:
«Non si sarebbe mai liberata di lui e dal rimorso di quanto aveva fatto».
La vendetta è un piatto che va servito freddo – si dice – e occorre avere un’abbondante dose di coraggio per poterci convivere.
La consapevolezza di essere un’omicida era un tormento indescrivibile:
«La sua migliore vendetta» pensò.