L’ OSTAGGIO

Falco, col viso nascosto dal passamontagna guardò Stephen che, rannicchiato contro il muro, tremava di paura.
«Se non ti metti a strillare ti tolgo il nastro dalla bocca».
Il ragazzo annuì più volte con la testa, gemette quando Falco, con uno strappo deciso glielo tolse.
«Cosa volete da me? – disse Stephen con voce tremante».
Falco non rispose.
Il ragazzo si mise a piangere senza ritegno , una chiazza di urina si allargava sul pavimento.
«Non fatemi del male – gemeva fra i singhiozzi – perché mi tenete prigioniero?»
«Nessuno ti farà del male se tuo padre pagherà».
«Mio padre? Mi avete sequestrato dunque! Ma certo che pagherà, sono il suo unico figlio!»
«Buon per te, entro stanotte lo sapremo».
Stephen continuò a piangere in silenzio piegato su se stesso, in realtà non era affatto sicuro che il padre avrebbe pagato per riaverlo, gli aveva procurato solo guai, non era quello che si dice “un bravo figlio”.
Lupo entrò nello stanzone per dare il cambio a Falco:
«Metti il passamontagna, non deve vederci in faccia».
«Ok Falco».
Le ore passavano, il sole stava già calando, Stephen accasciato sul pavimento, non era riuscito neppure a mangiare il panino che Lupo gli aveva offerto. Cominciava davvero a temere che suo padre l’avesse abbandonato. L’avrebbero ucciso, ne era sicuro. Al solo pensiero, cominciava a tremare e a piangere come un bambino…

Il cellulare di Frank Seller squillò alle 23, rispose immediatamente:
«Pronto!»
«Hai il denaro?»
«Sì! Come sta mio figlio?»
«Bene».
«Voglio vederlo».
«Lo vedrai stanotte, alla consegna dei soldi».
Frank trattenne un’imprecazione:
«Quando e dove?»
«Fra un’ora all’ex distilleria, vicino al porto. Vieni da solo, se vedremo qualcun altro uccideremo il ragazzo, chiaro?»
«Chiaro».
Clic.
Frank controllò un’altra volta il contenuto della valigetta e, senza avvisare nessuno andò nel suo garage, prese una utilitaria per non dare nell’occhio e partì.

Mancavano dieci minuti alla mezzanotte quando arrivò a destinazione. Quel luogo desolato gli metteva i brividi, sarebbe scappato a gambe levate, ma il pensiero del suo ragazzo in pericolo gli diede la forza di restare. Bussò leggermente al portone che si aprì immediatamente con uno stridio da film horror. Un uomo col passamontagna gli fece cenno di entrare. Nello stanzone, la luce di un candelabro illuminava un tavolo dove due uomini a viso scoperto lo stavano aspettando. Frank si avvicinò con circospezione cercando di abituare gli occhi alla luce tremula delle candele.
«Venga avanti Franz – disse uno dei due uomini».
Frank Seller si fermò di colpo. Come lo aveva chiamato? Come sapeva il suo vero nome?
«Franz? – ripetè con voce incerta – vi sbagliate, io sono Frank Seller».
«Sappiamo chi sei Franz Koll».
«Oh mio Dio – mormorò Franz – ma chi siete? Cosa volete da me e dov’è mio figlio?»
«Calma, una cosa alla volta. Vieni più vicino alla luce».
Franz raggiunse il tavolo e un grido di stupore gli uscì dalla bocca vedendo Sam e Dave:
«VOI? Ma… che storia è questa? Cosa…»
Samuel lo interruppe:
«Non ci riconosce?»
«Ma certo! Siete gli antiquari».
Intervenne David:
«Siamo Samuel e David Baer. Eravamo bambini quando tu Franz, portasti via nostro padre dentro una bara, con la promessa di salvarlo con un finto funerale.
Franz si accasciò sulla sedia, il respiro affannoso, il passato ritornò prepotentemente a fargli ricordare quel periodo terribile.
«Ma nostro padre non arrivò mai da nessuna parte – continuò Samuel interrompendo il fratello – perché tu eri una maledetta spia, al soldo dei tedeschi, sappiamo quanti ne hai fatti deportare approfittando dei buoni rapporti che avevi con loro. Si fidavano di te. Quel giorno stesso vennero a prenderci, noi riuscimmo a nasconderci, ma nostra madre venne fucilata per la strada insieme ad altri poveri innocenti.
Franz tremava, balbettava:
«Oh Dio mio, ragazzi…perdonatemi…la guerra, mi hanno minacciato…io non volevo…»
«Zitto! Non c’è perdono per te. Ti rendi conto cosa è stato per noi, due bambini, vivere da soli nel terrore, e del dolore straziante che abbiamo provato nel vedere nostra madre uccisa in quel modo? No! Devi pagare, devi soffrire come noi abbiamo sofferto. Occhio per occhio…»
«No, vi prego in ginocchio, volete uccidere mio figlio, non è così? Non fatelo vi scongiuro!»
«Non uccideremo tuo figlio».
«No? Oh, vi ringrazio, ecco, ho portato i soldi come mi avete chiesto, cos’altro posso fare per farmi perdonare da voi?»
«Niente».
«Niente? Allora posso vedere il mio Stephen?»
«No. Non lo vedrai mai più!»
«Cosa?»
«Abbiamo altri progetti per te».
«Non capisco…».
Samuel e David lo accompagnarono alla porta e l’aprirono. Franz sbarrò gli occhi inorridito…

 

STEPHEN

Gli avevano rimesso il nastro adesivo sulla bocca, Falco era tornato a fargli la guardia, non diceva niente, non lo guardava neppure. Sentì squillare un cellulare, sentì la voce di Falco che rispondeva:
«Pronto…Sì Capo, subito».
Si voltò verso Stephen:
«Sei libero!»
Si avvicinò e gli liberò la bocca dal nastro.
Stephen respirò profondamente, lacrime di gioia uscivano dai suoi occhi, attese che Falco gli liberasse i polsi e le caviglie, poi disse con voce rotta dall’emozione:
«Sono libero, allora mio padre ha pagato il riscatto!»
«Sì».
«Ma dov’è? Voglio abbracciarlo, ringraziarlo, voglio tornare a casa con lui».
«No, mi è stato ordinato di farti andare via da solo, non so altro. Vattene, prima che qualcuno cambi idea».
Stephen non se lo fece ripetere, si avviò all’uscita, prima con passi incerti, a causa delle tante ore di immobilità, poi sempre più spedito, fino a che potè correre, sempre più veloce, verso casa, verso la libertà.

LA PUNIZIONE

Franz cercò di urlare ma Lupo e Condor, che si erano tenuti in disparte in un angolo buio della stanza, gli tapparono la bocca con un grosso cerotto, e lo immobilizzarono. L’uomo fissava terrorizzato il carro funebre posteggiato lì davanti, il portellone era già aperto, all’interno si intravedeva la sagoma scura e terrificante di una bara. Le urla di Franz non erano altro che mugolii dietro il nastro adesivo, puntava i piedi per terra, cercava inutilmente di liberarsi, scuoteva violentemente la testa…no…no…non fatemi questo avrebbe voluto gridare, supplicare, ma era stretto in una morsa. Condor gli premette sul viso un fazzoletto imbevuto di cloroformio, l’uomo perse i sensi. Lo adagiarono nella bara e la chiusero.
Dopo aver liberato Stephen, Falco raggiunse gli altri. Lupo stava proponendo di mettersi alla guida del carro funebre ma David lo interruppe:
«No ragazzi, il vostro compito è finito. Ora tocca a noi e solo a noi completare l’opera. La nostra vendetta sta per compiersi. Ecco, prendete la valigetta con i soldi e divideteli fra voi. Non ci vedremo mai più, grazie di tutto».
Detto questo salirono sul carro funebre e se ne andarono, lasciando i tre amici increduli.

EPILOGO

Samuel e David, seduti in cima alla collina guardano la piccola valle sotto di loro. E’ l’alba, qualche luce accesa qua e là, i boscaioli si preparano per andare al lavoro. Sarebbe tutto così idilliaco se non fosse per quelle urla disumane che si odono alle loro spalle.
«Non dovevamo liberargli la bocca dal nastro adesivo – disse David».
«Lasciamolo sfogare, finchè avrà fiato».
Le urla diventano man mano più deboli.
«Dobbiamo aspettare».
«Sì, fino alla fine».

Ora si sente appena qualche gemito, poi più nulla. I due fratelli si guardano negli occhi:
«Giustizia è fatta! Per nostro padre, per nostra madre! Ora anche noi dobbiamo pagare».
Samuel compone il numero della polizia.

FINE