K., DI ROBERTO CALASSO  In un libro di George Steiner, anni fa, avevo trovato questa domanda. Esiste scrittore più grande di Kafka? Dava la risposta per scontata, e io con lui (la mia opinione, ovviamente, è ben più modesta rispetto a un critico di quel livello). E’ stato un maestro. Non credo esista autore più geniale, più profondo, più universale di Kafka. Molte delle sue creazioni sono in realtà parabole, capaci di illuminare la condizione umana. La sua opera non ha una chiave di accesso, ma si estende infinita attraverso enigmi e visioni. Sempre ci cattura, ci colpisce, a volte ci ferisce a morte, ma non è facile decifrarla. Io stesso, ancora oggi, aspetto che qualcuno mi spieghi La Metamorfosi (poi è necessario trovarvi un significato? Che importanza ha? Non dovremmo semplicemente specchiarci nell’Arte, e poi vivere?).

 

Fra gli Adelphi c’è un libro che reputo il più adelphiano di tutti, insieme a La Versione di Barney e La Rovina di Kasch: K., di Roberto Calasso. Qui, a differenza che in Citati, ho trovato la risposta a molte domande, e un fascino infinito legato a quel mondo. E’ dunque un libro su Kafka. Un’opera di frammenti, nel senso nietzschiano del termine, in cui viene fuori il genio di uno scrittore. Qui non si parla solo della sua vita, del suo rapporto con Milena, ma anche del suo romanzo più importante: Il Castello. Che non è un romanzo. Opera incompleta, lasciata monca, spesso è stata messa in disparte, per far luce al Processo. Ma una non sta senza l’altra. Per certi versi ne rappresenta il completamento, la sua parte speculare e opposta. Nel Processo qualcuno viene inseguito, cacciato dal mondo, qui invece c’è un uomo – l’agrimensore K. – che cerca di entrare in un mondo. K. infatti è stato chiamato in un villaggio lontano, per svolgere un determinato lavoro. E’ stato assunto dai Signori del Castello, che torreggia su quei luoghi. Solo che nessuno sa dirgli nulla. Perché lo hanno cercato? Cosa vogliono da lui? Le sue domande si perdono nel vuoto.

 

Il Castello è la storia di un viaggio, un vagare solitario e assurdo fra le mura di un villaggio, in cerca dei Signori. Qual è la verità di questo libro? Perché è stato scritto? Calasso ci dà una risposta importantissima: Il Castello è una profezia. E’ la visione di una società futura, potentissima, in cui l’uomo verrà rimpicciolito. La sua impotenza sarà così radicale da impedirgli addirittura di rappresentare la società, di farne racconto o metafora. Potrà limitarsi a inseguirla, a staccarne un pezzetto, piccolo piccolo, da tenere per sé, ma in ogni caso non potrà né comprenderla, né tantomeno dominarla. La sua vita sarà dunque in balia delle potenze, cioè dei Signori del Castello.

 

Ecco quello che si dice – un libro definitivo, un libro delle ultime cose. Kafka si è spinto più avanti di tutti. Ha avuto il coraggio di attraversare un confine, per spingersi in un mondo oscuro, del tutto insondabile. Nei suoi libri ci sono enigmi che soverchiano ogni risposta, verità terribili e spaventose. Ma anche momenti di ironia. Calasso ci avverte subito di non amare l’aggettivo kafkiano: perché non siamo mai sicuri di sapere di cosa parla. In ogni caso, leggendo il Castello – e poi K. – la nostra comprensione fa un salto quantico. Non tutto è più incomprensibile. E ci accorgiamo che il futuro non è più così lontano – anzi è già qui, accanto a noi. L’agrimensore K. è scomparso, ora è il nostro turno.