ANDREA PAZIENZA, DETTO PAZ Ci sono artisti che devono lottare una vita – e a volte non basta – per trovare il proprio stile; altri che lo raggiungono in fretta, senza fatica, e hanno subito il dono di incantarci. In questa seconda categoria c’è sicuramente Andrea Pazienza, il nostro più grande fumettista (badate che non è riduttivo). Ha creato il suo Pentothal a poco di più di vent’anni, e da allora non ha mai smesso di creare storie, idee, personaggi, sempre con un tratto magnetico, molto simile all’ipnosi.

 

Delle sue creature, quella che amo di più è Zanardi. Potrei stare ore – giorni, settimane, mesi interi – a leggere e rileggere le sue avventure. Dentro ci vedo un’epoca che non conosciuto – quella del Settantasette – che da un lato mi spaventa, e dall’altro mi affascina. Attraverso Pazienza viene fuori mirabilmente, non come un documentario, una banale esposizione, ma proprio come loro – i ragazzi di Bologna – sentivano quegli anni. Dentro di loro c’erano una rabbia e un dolore inesprimibili, che solo raramente – in realtà quasi mai – trovavano espressione nella Politica. Quella l’avevano lasciata alla generazione precedente, e alle illusioni del Sessantotto. Così l’angoscia sfociava nella droga, in un gioco di lenta, devastante consuzione che portava prima al solitudine, e poi al suicidio.

 

Pazienza ha vissuto tutto questo – il cielo e l’abisso, il gioco, lo scherzo, le follie di quegli anni – nel solo modo in cui poteva farlo uno come lui, totalmente autentico: sulla propria pelle. Per questo i suoi fumetti mi sembrano veri, molto più di un documentario o un romanzo noir. La sua vita vi è trasfigurata al punto da essere quella di molti – tutti catturati dal tempo, e poi precipitati laggiù, in quella Bologna, alla fine del Settantasette. E’ accaduto davvero? Sembra incredibile, perché viviamo in un mondo completamente diverso. Ma quando leggi Pazienza succede. Viaggi indietro nel tempo, e capisci che non è un miracolo: solo il tocco di un artista, troppo presto perduto. Ti voglio bene Paz.