Il soggetto che mi preoccupa di più tra i pazienti del gruppo terapeutico che sto seguendo è Holly; ha subito un trauma più profondo di quanto potessi immaginare.
«Dottoressa Ruth, l’ultimo paziente ha disdetto l’appuntamento, dice che la ricontatterà domani, va bene per lei?».
Beth interrompe i miei pensieri affacciandosi con un sorriso sulla porta dello studio.
Alzo gli occhi dal computer e ricambio il sorriso:
«Ok, grazie, ci vediamo domani».
Beth è la mia assistente. È gentile e professionale e sono molto contenta di lei.
Leggo ancora una volta gli appunti e le osservazioni che ho memorizzato nelle cartelle cliniche di ogni paziente, analizzo i progressi di ognuno e mi concentro su Holly.
Penso che sia quella che ha risentito maggiormente del trauma provocato dalla sparatoria, che ha riportato a galla situazioni difficili del suo passato, non risolte, rimaste sepolte a livello inconscio.
Si dimostra diffidente e restia a lasciarsi andare e trova difficoltà a tornare alla normale vita di sempre, considerato che Frank, il marito, è un uomo pacato e rassicurante di natura. Si vede che si amano molto.
Nonostante ciò, Holly non è ancora in grado di gestire le proprie paure.
Durante il percorso, l’ho incoraggiata, sostenuta, incitata e rassicurata ma non è servito a molto.
Scrivo sulla sua cartella clinica:
«Considero l’ipotesi di continuare una terapia singola, più mirata. La paziente soffre di crisi di panico, ha paura a stare da sola, è sempre in ansia e ha poca fiducia in se stessa. La paziente, alla mia proposta di terapia aggiuntiva, mostra segni di diffidenza come se le avessi fatto una “proposta indecente”».
«Il marito è consenziente e molto preoccupato per lei. Si vede che è protettivo nei suoi confronti o almeno, così sembra».
«Forse troppo. La sta forse soffocando?»
Gli altri soggetti in terapia – seppure scioccati dall’accaduto – hanno accettato il fattaccio come una delle possibili sciagure che possono accadere a chi vive in mezzo a questo mondo spericolato e cattivo, in una giornata sfortunata, iniziata male ma sono sollevati al pensiero di averla scampata senza conseguenze fatali.

Mi sento affaticata, negli ultimi mesi ho lavorato molto e il bisogno di una vacanza sta diventando impellente ma gli impegni sono molti e le ferie troppo lontane.
Rifletto e decido di consultare Marc, il mio tutor e terapeuta personale.
Ha molta più esperienza di me e mi ha seguito e mi è stato di sostegno – in passato – quando prestai il mio servizio presso i detenuti del carcere. Un aiuto prezioso – soprattutto – quando il livello di stress assorbito dalla negatività di pazienti con seri problemi psicologici comportamentali, minacciava di sconvolgere il mio equilibrio mentale.
Scrivo sull’agenda: «Telefonare a Marc».
Non ho più voglia di lavorare, penso che uscire a fare una passeggiata non possa farmi nient’altro che bene.
Camminare a piedi in mezzo alla natura mi piace moltissimo.
«Forse, ho sbagliato mestiere, avrei dovuto fare la psicologa della natura e parlare con le piante, i fiori e gli animali, sarebbe stato molto più semplice» mormoro.
Il pensiero che mi avrebbero di sicuro scambiata per pazza mi fa sorridere.
Indosso la giacca leggera di lana, prendo la borsa, il portatile e, invece di andare verso la fermata dell’autobus, mi avvio verso il parco.
Guardo da lontano il traffico intenso delle auto incolonnate e non invidio per niente i passeggeri in coda.
Passo davanti a una zona piena di cumuli di immondizia abbandonata e mi vengono i brividi.
Poi, mi incammino lungo un sentiero che s’inoltra in una zona tranquilla, in mezzo al verde, verso il mio luogo preferito.
Chi ama la natura ha sempre un luogo che sceglie come rifugio.
Incontro mamme con bambini, anziani seduti su panchine all’ombra degli alberi, persone che fanno jogging, alcuni vagabondi che vagano senza una meta in un intrico di sentieri e percorsi che zizzagano qui e là.
Il mio posto preferito è una piccola radura seminascosta da alcuni cespugli di corbezzolo, sotto una grande quercia con rami bassi che arrivano quasi a sfiorare il terreno erboso.
Una vecchia panchina scrostata sembra abbracciare il vecchio tronco nodoso.
In quel luogo ho conosciuto Mike, un vagabondo che si è accasato in un posticino poco distante dal mio, al sicuro dagli occhi dei passanti in quella piccola oasi che lo protegge dal resto dell’Umanità.
Penso che sia come me: un naufrago in cerca di pace.
Da quando ho divorziato da Nich, sono rimasta sola e abbastanza amareggiata, mi sono buttata nel lavoro che amo con tutta me stessa ma – a volte – mi sento sola.
Ogni tanto osservo Mike da lontano e mi viene voglia di saperne di più ma la mia curiosità scaturisce solo dall’abitudine dovuta al mio lavoro che mi spinge a pormi domande sugli altri.
Non ho mai voluto intromettermi nella sua privacy.
Di sua volontà mi disse – un giorno –che aveva lasciato tutto perché in mezzo al mondo non si sentiva a suo agio, ci scambiammo i nomi e, da allora, ci salutiamo ogni volta che vado lì e nulla di più.
Si vede dalle mani che è un uomo che non ha mai svolto un lavoro manuale, che ha una certa cultura ed è alto e attraente, nonostante porti la barba e i capelli lunghi e incolti.
Mi incuriosisce, questo sì. Non fa forse parte del mio lavoro ascoltare e impicciarmi delle cose degli altri?
«Deformazione professionale», ogni tanto penso.
In ogni caso, mi piace perché è discreto, parla con me quando mi vede in vena di socializzare e mi saluta da lontano quando intuisce che ho le lune storte.
Penso che sia un po’ uno psicologo come me, percepisce l’umore delle persone.
Mi avvicino alla piccola radura, intravedo da lontano Mike che sta sistemando i suoi stracci, ci salutiamo con la mano e guardo con stupore gli infiniti fili di luce che filtrano dalle foglie degli alberi che si posano sull’erba creando estrosi ghirigori e merletti.
Respiro profondamente con gli occhi socchiusi come un esercizio di rilassamento yoga e mi sento sollevata.
All’improvviso, un forte colpo alle spalle mi fa perdere l’equilibrio e cado in avanti con la faccia nell’erba, urto con una spalla la panchina, sento un crac e un dolore lancinante, mi manca il fiato, mangio erba, sento mani rudi che mi strappano con violenza la borsa, passi affrettati che si allontanano.
Vorrei gridare ma mi manca l’aria, sento i passi di Mike che si avvicinano, le sue grida di aiuto che risuonano lontane, ovattate nell’aria:
«Aiuto! Chiamate la polizia, chiamate un’ambulanza!»
«Hanno aggredito una donna, è ferita, aiuto!».
La voce di Mike si avvicina, si allontana, si avvicina ancora. Ho la vista offuscata e mi vengono in mente cose assurde e nell’ illogicità della situazione continuo a pensare cose banali ed è ancora più assurdo:
«I miei appunti, mi hanno portato via gli appunti dei miei pazienti …».
Per un attimo mi rivedo bambina, papà che mi fa saltare sulle ginocchia, mamma che ride.
Scorgo Mike attraverso una nebbia dorata, ha intorno un’aureola di luce, si china su di me con in mano qualcosa.
È come una visione, non so perché lo associo all’Arcangelo San Michele con la spada sguainata che manda via Lucifero.
Sento voci concitate, in lontananza l’ululato di una sirena, forse di un’ambulanza …
Luci e ombre si susseguono a frastuono e silenzio.
Ultimo pensiero cosciente: «Se vedo gli Angeli significa che sono morta?».
E poi, il buio assoluto.

No, no, no, non può essere accaduto. La mia amica, l’unica persona che mi donava un soffio di umanità. Non mi ero accorto quanto contasse per me.

Sento il vuoto dentro. Ho passato giorni difficili, sono stato interrogato dalla polizia e ho fatto del mio meglio per aiutarli. Anzi, per aiutare lei, Ruth, l’unica che mi rivolgesse uno sguardo amichevole e che mi regalasse un sorriso.

Ho detto tutto quello che sapevo, si è svolto in un attimo e … come potevo prevedere che fosse in pericolo e che finisse così tragicamente?

Com’è strana la vita, ti accorgi di quanto sia importante una persona quando ormai non c’è più.

 

«Uomo, alto, snello, jeans e felpa nera con cappuccio. Giusto?».

«L’ha visto in faccia? Era giovane, bianco, di colore?»

«No, l’ho visto da lontano, di spalle, mentre fuggiva. Subito non avevo capito, Ruth, cioè la dottoressa, era a terra e io non sapevo come venirle in aiuto, mi sentii impotente».

«Vi conoscevate?»

«Conoscevo solo il suo nome, che era una terapeuta e …».

«E … cosa?».

«Niente di più, due chiacchere ogni tanto, quando veniva da quelle parti, quando – penso – aveva bisogno di scaricare la tensione e lo stress del suo lavoro».

Il poliziotto annuì e gli porse il verbale:

«Firmi qui, può andare. Se le venisse in mente qualcosa che può esserci utile siamo sempre qui».

Mike rimase fermo a fissare il vuoto.

«Può andare».

Mike si scosse, si passò le mani sui lunghi capelli, si lisciò la barba e si voltò con aria sconsolata.

L’agente lo fissò:

«Le era affezionato, vero? Era una brava persona e lei ha fatto il possibile, non si senta in colpa. I testimoni confermano la sua versione, stia tranquillo, può andare».

 

Adesso sto vagando nel parco senza una meta, sono …, sono …, ecco lo ammetto, sono un ex alcolista, è così che la mia vita è andata in frantumi.

Ho perso famiglia, amici e lavoro.

Ecco, l’ho detto, ho confessato la mia debolezza, so che sto farneticando e ora ho una voglia matta di bere.

Ho comprato una bottiglia di whisky, ho bisogno di annebbiare la mente, di avere un po’ di sollievo.

Stappo la bottiglia, la porto alle labbra, mi tremano le mani ma mi appare Ruth che mi guarda con disapprovazione.

Lancio con forza la bottiglia contro un albero imprecando, la mando in frantumi e so perfettamente che cosa mi direbbe lei se fosse qui.

Mi avvolgo nei miei stracci e piango.

I singhiozzi mi sconquassano il petto, fanno un fracasso indescrivibile come i tuoni potenti di un terribile temporale.

Mi assopisco, mi sveglio, mi riassopisco.

Adesso vedo il suo volto incorniciato di luce, mi sorride con il suo sorriso luminoso. Sto sognando, lo so, sto solo sognando.

Rabbrividisco, l’autunno è in arrivo con il freddo pungente.

Sono sdraiato per terra, davanti alla sua panchina, nel suo angolo preferito, per sentirla vicino.

Una foglia si stacca dall’albero, ondeggia lievemente nell’aria umida e si deposita sulla mia guancia.

Penso che – forse – è lei che mi stia proteggendo, che mi mandi un messaggio dall’alto e mi abbia appena mandato un bacio.

Sì, lo so, sto solo sognando e piangendo come un bambino indifeso e penso – con rammarico – che io sono vivo invece lei no, e che la vita ti porti sempre via le cose più belle che hai e tu non puoi farci niente.