RITORNO A CASA    Incipit di Marilena Migiani

*Leggera è la strada che ci riporta verso casa, sia essa appena dietro la steccato o ancora indistinta, oltre il confine, e già ci avvolge un caldo odore di minestra e l’onesto profumo del vino scuro.
Il divano sdrucito con sopra un libro dimenticato e, in un angolo, la bambola con gli occhi dipinti e una treccia sciolta, e le tende spalancate su altri interni, in una sequenza infinita di strade/pavimento luccicanti sotto la luce rassicurante degli abat jour.

Io, sempre, ritornavo a casa perché non avevo un altro posto dove andare.
Oggi vorrei ritornarci, per poter dire ai fantasmi che ancora l’abitano, che nella mia anima ho costruito una casa vera dove c’è una stanza anche per loro.*  (Marilena Migiani)

 

Ecco, sono arrivata, eccola lì la mia casa, piccola, ridente, col sole che la illumina, i fiorellini di mille colori sul prato. Almeno, così la ricordavo. Ho camminato a lungo per arrivarci, ho percorso lunghi sentieri, attraversato ruscelli mettendo i piedi sui sassi più grandi, e poi boschi e radure. Finalmente mi è apparso il vecchio steccato di legno, col cancelletto e un catenaccio arrugginito. Troppo tempo sono stata lontana, il prato ora è pieno di erbacce che nascondono i fiori, solo gli alti papaveri riescono ad emergere. Attraverso il piccolo cortile e apro la porta che cigola penosamente. Mi accoglie la grande cucina col tavolo massiccio in mezzo alla stanza. Mia madre sta impastando il pane, sento un inebriante profumo di lievito fresco. Si volta e mi guarda, sorride benevola, mi fa cenno di sedermi. Il camino è acceso, sulla mensola vecchie fotografie in vecchie cornici; la guardo mentre taglia la pasta in piccole pagnotte e le mette a cuocere. Il pane fresco e caldo! Uno splendido ossimoro. Da quanto tempo non sentivo quel profumo meraviglioso!
Dei passi pesanti giungono dalla scala che porta alle camere da letto. Mio padre! Mi guarda fisso qualche istante poi accende la pipa. Mi è sempre piaciuto l’odore del tabacco, guardare le volute di fumo salire verso l’alto. Un ricordo arriva a farmi male…
“Papà, vado a vivere in città, da sola”
“No! C’è bisogno di te qui. Sposerai il buon Saverio e ci darai dei nipotini”.
“No papà, non sposerò nessuno e non resterò in questo posto squallido! Non voglio finire come voi!”
Mi tocco la guancia, lo schiaffo mi brucia ancora.
Lentamente salgo la scala di legno e vado nella mia cameretta. E’ impolverata ma intatta. Il mio letto con la coperta a quadri sdrucita, la mia bambola in mezzo al letto, con l’abito di pizzo, è sciupata, solo gli occhi sono ancora lucidi e vivi. La vecchia cartella di scuola, dentro alcuni miei quaderni, rivedo la mia calligrafia infantile, mi vengono le lacrime agli occhi. Basta! L’emozione è troppo forte. Scendo di corsa e corro verso l’uscita, mamma e papà mi guardano andare via senza dire nulla.
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Apro gli occhi e mi sollevo a sedere sul letto, è ancora buio. Quasi ogni notte faccio lo stesso sogno; so perfettamente che i miei genitori non ci sono più e nemmeno la vecchia casa, è stata demolita anni fa. Ma io ci torno sempre, è dentro di me, e ci resterà per sempre.