ASCESE
Nel giorno del suo sedicesimo compleanno, la duchessina Angelica de Moura y Melo, varcò, per mai più uscirne, il convento delle clarisse di Nuestra Señora del Consuelo.
L’evento era stato festeggiato il giorno prima, e con grande sfarzo, alla presenza del legato pontificio, il Cardinale vicario Egidio Albornoz, e in rappresentanza dei sovrani, Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, il potentissimo Giovanni  Maria Gonzalo, principe de Valladolid, la cui presenza stava ad attestare l’apprezzamento concreto delle Maestà Cattoliche e sottintendere l’ascesa del duca, Felipe de Moura y Melo, a più prestigiosi incarichi a corte.
E per Angelica il futuro titolo di badessa.Troppo timida per partecipare attivamente a quella festa che pur la riguardava, a disagio per quel clamore sia pur discreto, vi assisteva relegata in un angolo come una testimone casuale, una estranea, la cui presenza, però, rendeva tutto più reale: gli specchi e gli smalti, i gioielli e le spade, le voci cordiali e tutti quegli occhi che la guardavano senza davvero vederla.
Quella festa era per lei ma avrebbe benissimo potuto essere, ugualmente, senza di lei.
Nulla sarebbe mutato.
Se non che quella sua presenza faceva sembrare tutto più vero.
Ma non era stato il senso di estraneità, di esclusione, a renderla inquieta, febbricitante nel pensiero che, seppur la duchessina era avvezza all’isolamento per motivi di salute e per criteri educativi, per la prima volta nella sua giovane vita aveva percepito, sia pur in modo confuso, il vuoto esistenziale.
Neppure questa festa organizzata per lei era davvero sua.
Nulla le apparteneva.
Nemmeno l’abito che la ricopriva.
Quel sontuoso vestito di broccato ed ermellino, col suo lungo strascico da sposa, indossato quell’unica volta, sarebbe stato l’indomani donato alle clarisse, insieme alla sua vergine vita.
Perché la duchessina Angelica, che mai aveva conosciuto il peccato, si apprestava nella clausura ad espiare tutti quelli del mondo.
 OMBRE
Come tutti i poveri, Cristobal odiava la povertà e non gli riusciva di comprendere chi scientemente rinunciava al cibo, al calore di un riparo, alla dolcezza di una donna, sia pure in nome di Dio. Non capiva gli asceti e quel loro violento bisogno di espiazione che portava a rinnegare, insieme ai peccati, anche i piccoli ed innocenti piaceri, a cui tutti gli uomini, invece, avrebbero diritto, ma piuttosto arrogantemente ascrivendoli al lungo elenco degli spregevoli vizi che conducevano alla perdizione.
Chi era povero conosceva fin troppo bene l’inedia che prostra il corpo e la mente, che rende lo spirito debole e pauroso, facile preda delle angherie e dei soprusi. E delle ombre.
E l’ombra di Dio era, su tutte, quella che incombeva più minacciosa.Così, Cristobal, risolutamente rifiutava l’aureola di santo, che il potere di quelle sue mani miracolose come tale lo identificava e lo precedeva, attirando sul suo cammino folle sempre più numerose e adoranti.
Perchè la Spagna, scalza ed affamata, appassionatamente s’identificava nel suo curandero.
 
PREMESSE
Angelica si spoglia del suo meraviglioso abito e lo depone ai piedi dell’altare de la Virgen del Consuelo, adempiendo alle premesse dell’invisibilità e della rinuncia, che il voto d’espiazione esige.
No siempre me logra.
Non sempre mi riesce.
E’, invece, la leale premessa con cui Cristobal ribadisce la differenza tra l’uomo e Dio.
Tra lui e Dio.
 
LA MONJA DE PIEDRA
« Mi accingo infatti a mostrarti quale sia quella forma di causa su cui mi sono a fondo impegnato e, perciò, torno su quelle cose di cui molte volte si è parlato, e da esse incomincio, partendo dal postulato che esista un bello in sé e per sé, un buono in sé e per sé, un grande in sé e per sé, e cosi via. »
(Platone – Fedone)

Nelle lunghe e tediose ore di cui l’eternità è composta, Angelica non ritrovava nella sua mente, e nel suo cuore, nessuna memoria che la riportasse al ricordo di un’altra vita, all’immagine di un mondo che  non  fosse circoscritto da pareti di muro o di pietra.
Era come se lei fosse nata dalla pietra e, nella pietra, costretta a consumarsi.
Per mero istinto di preservazione aveva smesso, ormai tempo, di tormentarsi con interrogativi ed ipotesi a cui mai avrebbe potuto dare una risposta.
Presupposti vaghi, neppure troppo fantasiosi, di quel mondo esterno le cui meraviglie e bizzarrie ed atrocità erano destinate a rimanerle per sempre sconosciute, per volontà umane e divine, e poi definitivamente precluse dal sacro sigillo dei voti.
I lunghi anni della clausura avevano reso Angelica una donna intransigente e solitaria, capace di crudeltà assolute mai davvero, però, scaturite da una esigenza personale o da propositi persecutori, piuttosto dalla cieca applicazione delle leggi.
Di suo non c’era nulla, perché mai aveva penetrato gli abissi dell’odio o la serenità dell’amore, così come mai aveva sperimentato la disperazione della colpa ed il conforto del perdono.
Della lordura del peccato, delle nefandezze di cui era capace di macchiarsi il genere umano, se ne era fatta un’ idea teorica attraverso lo studio delle Sacre Scritture, nelle quali ritrovava i moniti di sua madre ed i suoi indirizzamenti esistenziali, la ferocia con cui l’aveva preservata da qualsiasi pensiero impudico, la costanza con cui s’era s’infervorata a censurar termini che pure erano già stati, dagli autori stessi, preventivamente epurati.
Ricordava i libri con le cancellature delle parole peccaminose.
Le cancellature erano nette, fitte ed impenetrabili.
Sua madre depennava i nomi dei peccati per preservare la purezza dei suoi occhi e delle sue labbra, impedendone la lettura e la pronuncia, perchè già nei nomi era contenuta l’essenza stessa del peccato.
Così, Angelica, assolutamente sprovvista di una qualsiasi elementare obiettività personale, dirigeva il suo convento seguendo alla lettera le impostazioni dei Comandamenti e le direttive della Chiesa, applicandole senza mai essere sfiorata dal dubbio.
Questa sua ignoranza, grazie alla quale poteva dispensare senza un sussulto, un tentennamento, punizioni terribili a chi nel suo convento trasgrediva, era paradossalmente valsa a crearle la fama di giudice intransigente ed integerrimo, ammantandola di santità, per cui, sovente, veniva consultata nei casi più controversi dai magistrati togati come da quelli talari ma, soprattutto, era la stessa regina, Isabella di Castiglia, ad avvalersi prevalentemente dei suoi consigli.
Fu lei a suggerire alla sovrana l’adozione dell’instrumentum regni, per consolidare il potere e controllare il popolo.
Angelica, la monja de piedra, come era in segreto dispregiativamente chiamata, badessa del convento di clausura di Nuestra Señora del Consuelo, era diventata una delle donne più potenti di Spagna.