GHOSTWRITER (1)
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono le slabbrature necessarie a creare l’illusione di un’opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità» aveva sottolineato il ragazzo, visibilmente soddisfatto, porgendo la pennetta USB a Rene Malvasi, direttore della casa editrice “Lo stilo di Calliope”.
«È tutto qui dentro».
Renè aveva allungato una mano per prenderla, riuscendo però solo a sfiorarla poiché il giovane prontamente l’aveva tirata via.
«Ovviamente il mio avvocato ha in consegna la prova documentale del mio lavoro svolto per voi. Una tutela necessaria nel caso si verificasse un malaugurato inadempimento al nostro accordo».
Di nuovo aveva sorriso strizzandogli l’occhio e posando la chiavetta internet sulla scrivania.
«Non ci sarà nessun problema» replicò seccamente l’altro senza ricambiare il sorriso.
«Sarà un bene per tutti».
Il tono del ragazzo era rilassato. Ironico perfino. Sulla soglia si voltò indietro per un’ultima raccomandazione: «Non dimentichi che la macchina da scrivere deve essere una “Olivetti Lettera 22” perché Nicola Sapiero usava solo quella».

ALICE SAPIERO (1)
La notizia del ritrovamento dell’inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, poiché alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli.
Autore prolifico come pochi altri, aveva fecondato col suo seme creativo la metà del secolo passato e diverse signore che lo avevano attraversato. Il numero dei figli che avevano reclamato un riconoscimento di paternità era pari a quello degli inediti, scoperti post mortem, che aspiravano alla legittimazione del suo nome.
La notizia di questo ennesimo ritrovamento, data con discrezione da Alice Sapiero, nipote dello scrittore, passò all’inizio inosservata: un trafiletto scarno, semi nascosto tra la pubblicità chiassosa di una nota casa di lingerie e il roboante annuncio del divorzio della diva tal dei tali.
Uno spazio angusto in antitesi alla grandezza letteraria di Sapiero.
Ad ampliare quello spazio, però, fu proprio quella nipote ospite in un banale talk show, di quelli dove il pettegolezzo è spacciato per cultura, s’impose all’attenzione degli spettatori quando all’ennesima provocatoria domanda sulla vita privata del nonno s’era alzata e aveva schiaffeggiato il conduttore.
Vertiginoso picco d’ascolti per una trasmissione mediocre, dove quella reazione spontanea aveva messo a tacere l’odioso sgarbo delle parole.
Alice Sapiero s’era mostrata aggressiva perché mortalmente ferita nel nome e negli affetti”: questo il commento dei giornali schierati dalla sua parte.
Era intervenuta in suo sostegno anche la lobby degli intellettuali, che mai s’era posizionata a difesa se non dello scrittore almeno delle sue opere, e mai aveva contestato il fatto che troppo spesso, e ad arte, s’era andata strumentalmente creando una perversa correlazione tra le trame dei suoi romanzi e la sua vita reale, alienandogli il consenso della più vasta fetta di lettori.
…ma ora, fra le troppe ombre e le poche luci che s’erano nuovamente accese sulla vita di Sapiero, a cercar di riportare il tutto ai toni discreti della penombra, ci avrebbe pensato quella sua nipote battagliera.

LO SCOOP EDITORIALE
Anche la stampa più conservatrice aveva plaudito al gesto di Alice, intendendolo come un atto di pietà a proteggere la memoria del nonno la cui biografia basava più sulla sua leggenda, nei decenni rimaneggiata ed ampliata, che su una cronologia veritiera.
Il tentativo della donna era quello di far accendere i riflettori sullo scrittore piuttosto che sul libertino. Che si parlasse, una volta tanto, solo delle sue opere, e in particolare di questo inedito, l’ennesimo tra i tanti ritrovati e mai, dagli esperti, validati.
Chiaramente falsi, perché se lo stile dello scrittore era assai scarno, privo di quegli stilemi che lo avrebbero reso difficile da imitare, era nella trama che si rivelava il suo inconfondibile marchio, in quel suo modo sottile, diabolico, di sparigliare le carte fin dal primo capitolo, sapientemente trascinando il lettore in un machiavellico gioco di chiaroscuri e di realtà apparenti.
“Leggere un racconto di Nicola Sapiero è penetrare le geometrie interconnesse, le costruzioni impossibili, le distorsioni dell’infinito, di Maurits Escher: un’irrazionalità logica”.
Questa la definizione data dalla Enciclopedia Treccani delle opere dello scrittore.
Opere che dopo la sua morte erano cadute nel dimenticatoio, e se ancora se ne parlava era per via delle tracce che Sapiero aveva lasciato quando era in vita.
…e da quel passato s’era materializzata quella sua nipote bellicosa che andava affermando che l’inedito era indiscutibilmente autentico perché da lei stessa ritrovato quando, frugando nell’archivio di casa alla ricerca di un atto notarile, da un’anonima cartelletta era fuoriuscito il fascio di fogli dattiloscritti, perfettamente conservato (salvo l’ingiallimento della carta dovuto al tempo) di quel racconto giovanile del nonno, sepolto tra i documenti di famiglia.
Nascosto, perché il padre di Nicola (il bisnonno di Alice),era assolutamente contrario al fatto che il figlio scrivesse, avendo ipotizzato per lui una carriera, sulle sue stesse orme, nel campo della cardiochirurgia.
«Ed è giusto affermare che il nonno, amando così tante signore, sempre di cuori, infine, si è occupato». Con questa battuta leggera Alice Sapiero si era conquistata le simpatie e gli applausi della platea.
…ma sulla trama del racconto il giornalista non le aveva cavato una parola di bocca.
«È al vaglio degli esperti, toccherà a loro stabilire se il materiale che ho ritrovato nella casa del nonno, tra le sue cose, appartenga a lui» aveva puntualizzato con sferzante ironia. «Assurdo, ma è così. Un paradosso, questo, di cui anche lui avrebbe riso e forse ricavato un racconto: il canovaccio ideale per una delle sue storie/labirinto» aveva replicato sarcastica, concludendo l’intervista.

STORIE/LABIRINTO
“Storie/labirinto”: anche questa sua suggestiva definizione delle opere del nonno fece velocemente il giro degli ambienti letterari. Coincisa e asciutta, perfettamente rappresentativa della narrativa dello scrittore.
“Storie/labirinto” poteva benissimo diventare il titolo con cui editare, se il dattiloscritto si fosse rivelato originale, una collana coi suoi racconti più di successo e proporli ad un pubblico giovane, non condizionato dalla cattiva fama dello scrittore o forse, proprio in virtù di questa, maggiormente attraente.
…in attesa dell’esito dell’esame documentale materiale, che era stato affidato al massimo esperto del settore, quel professor Donato Cristofari al cui vaglio erano stati sottoposti, già nel passato, gli inediti attribuiti a Nicola Sapiero e da lui smentiti.

PERIZIA E VERDETTO
Delle ingenti spese di quella costosa consulenza se ne era interamente fatta carico lo “Stilo di Calliope” la storica casa editrice dello scrittore, dopo che la nipote aveva sottoposto ad un loro primo giudizio il dattiloscritto.
«Opera di Nicola Sapiero. Senza alcun dubbio», aveva affermato Edmondo Spada, biografo ufficiale e profondo conoscitore delle sue opere, che seppur ormai molto avanti con gli anni e afflitto da una cecità progressiva, conservava una mente lucidissima ed una memoria di ferro.
«Non mi occorre la vista per stabilire, senza alcuna incertezza, che questo scritto è di Nicola: sofismi, paralogismi, paradossi e astruserie, magistralmente confezionate per menti altrettanto contorte quanto la sua. A pochi è data tanta immaginifica fantasia. E a nessun altro nel suo stile. Ma questo inedito è assolutamente fantastico. Geniale. Supera di gran lunga tutti i suoi altri racconti».
Autentico!
Avevano stabilito all’unisono il professor Donato Cristofari, in qualità di consulente tecnico grafico, e il professor Edmondo Spada, critico, biografo e studioso delle opere dello scrittore.
Autentico!
Avevano titolato, a caratteri cubitali, le riviste letterarie, con il resto dei media a far da cassa di risonanza.
Autentico!
«Autentico lo era fin dall’inizio, ma ora con l’avvallo degli esperti lo è definitivamente» aveva ribadito, con pungente ironia, Alice Sapiero all’intervistatore.
«Possiamo quindi chiudere questo capitolo. Riguardo la trama non mi è possibile rivelare nulla, è top secret. Posso però anticipare che solo una fantasia fuori dal comune, fervida e possente come quella del nonno, avrebbe potuto concepire una storia così assolutamente singolare. Sono certa che ne riparleremo a pubblicazione avvenuta».


GHOSTWRITER (2)
Il giovane ghostwriter aveva fatto irruzione nello studio di Renè Malvasi, visibilmente agitato: «C’è una falla nella trama!» aveva detto in tono melodrammatico.
«Impossibile. La storia è stata studiata, documentata e vagliata in ogni sua minima parte. Escludo qualsiasi tipo d’errore» aveva ribadito freddamente Renè Malvasi.
«L’errore c’è, ovviamente involontario, anche se non balza istantaneo agli occhi: un minuscolo rammendo in un tessuto perfetto. Nessuno lo ha rilevato, neppure quel professor Spada, il massimo esperto delle opere di Sapiero, ma all’interno del penultimo capitolo c’è l’utilizzo del termine “virale” inteso come contagio sociale, mentre all’epoca era usato solo in campo medico. Un errore madornale. Considero quel libro il mio capolavoro, anche se non reca il mio nome l’ho pur sempre scritto io. Mi sono fedelmente attenuto ai dettami stabiliti, anzi, imposti, ché se avessi goduto di libertà d’azione la storia l’avrei concepita con più ardite e spericolate circonvoluzioni. E quell’errore, di certo, non ci sarebbe stato. Ma io l’ho commesso ed io vorrei porci rimedio».
Il tono del giovane era risoluto.
«Il tuo lavoro, ragazzo mio, per il quale sei stato profumatamente pagato, è terminato. Tutto quello che riguarderà i destini del libro non è più affar tuo. L’autore del racconto non sei tu, ma Nicola Sapiero: memorizza questo concetto, per il tuo bene. È il mio amichevole consiglio. Non c’è altro d’aggiungere. Puoi andare».
Renè lo aveva congedato indicandogli la porta.


IN STAMPA
Uscito il ragazzo, l’uomo s’era affrettato al cellulare e strappando via la maschera dell’autocontrollo aveva inveito contro il suo interlocutore.
«Mi era stato assicurato un lavoro perfetto ed ecco che invece esce fuori quest’errore. Il ghostwriter…un genio senza alcuna esperienza. Il mio peggior timore, quello di una sua svista, alla fine si è avverato. No…non mi calmo! Il libro è già in stampa e non è possibile sospendere niente, e poi è già stato tutto programmato, presentazione e conferenza. E gli ordini…i maledetti ordini che ci sono piovuti copiosi, perfino dagli USA! E bloccare tutto non si può, potrebbe destare sospetti. Dobbiamo vederci. No…non qui, meglio incontrarci in un luogo neutro. Va bene, ci vediamo lì, tra un’ora».

ALICE SAPIERO (2)
«Non capisco, Renè, perché abbiamo dovuto vederci qui e non nel tuo studio. Stupido è questo incontrarsi così, di nascosto, come due cospiratori. O due amanti clandestini. Anche se un tempo lo siamo stati».
Alice aveva sfiorato la mano dell’uomo che però aveva sottratto la sua.
«Non so come fai a rimanere così calma davanti ad una catastrofe simile!» disse lui, arrabbiato.
«Perché non c’è nessuna catastrofe, ma la potresti provocare tu, con i tuoi isterismi. Allora qual’è il problema? Dov’è la falla?».
«Nell’aver usato, ante litteram, e in ambito sociologico, il termine “virale“, quando invece nel secolo scorso lo si adoperava esclusivamente in campo medico. Il ghostwriter si è reso conto di averlo inserito, nel penultimo capitolo, nella sua accezione moderna. Avremmo potuto facilmente sostituirlo se il libro non fosse già in fase di pubblicazione».
«E come lo avremmo sostituito? L’ultima risma di fogli d’epoca è stata tutta utilizzata per la stesura finale del racconto. E quei fogli, come ben sai, li ho poi donati, mi occorre ricordarti, su tuo suggerimento, alla “Biblioteca Nazionale delle Arti della Scrittura” che inaugurerà una sala alla memoria di Nicola Sapiero. Ma chi vuoi che vada a rileggere quei dattiloscritti che giaceranno seppelliti in una teca per i prossimi secoli? E per quel che riguarda il neologismo, incautamente usato, potremmo attribuirlo ad un errore di stampa».
«Un errore di stampa per giustificare un termine di nuova generazione in uno scritto del secolo scorso?
Ti rammento che il termine “virale” stampigliato da un’obsoleta macchina da scrivere su fogli d’epoca custoditi nella teca di un Museo, e spacciato come racconto originale, è sotto la vista di tutti» disse René Malvasi, sempre più nervoso, faticando a mantenere l’autocontrollo.
«E allora non rimane che mettere in risalto ciò che si vorrebbe invece nascondere. Il nonno, negli ambienti letterari, è sempre stato ritenuto un precursore dei tempi, nulla di strano, quindi, di un suo utilizzo ante litteram del termine “virale”».
«Ma come fai ad essere così, Alice? A non prendere mai nulla sul serio? Questo è uno dei motivi per cui è finita tra noi. Inutile parlare con te. Me ne vado!» sbottò esasperato nell’atto di alzarsi, ma lei lo bloccò con un perentorio “siediti!” a cui lui, prontamente, obbedì.
«Tra noi è finita perché tu hai sposato la figlia del grande editore, e non me: hai scelto la sicurezza e la vita facile. E la carriera. Seppure non ti sei dimostrato molto abile neppure in questo. Sposare la figlia del capo non ti ha dotato di quel carisma che non hai mai posseduto. Credo di averla scampata a non essere stata io la prescelta. Sei rimasto il piccolo vigliacco di un tempo.  Puoi anche recitare con i tuoi sottoposti la parte dell’uomo di ghiaccio, ma non con me che ti ho visto piangere, asciugato quelle tue lacrime e quietato le tue angosce. A causa della tua assoluta mancanza di lungimiranza hai portato sull’orlo del fallimento la casa editrice ereditata da tuo suocero, perché hai sempre preferito vivere nelle certezze, fossero anche quelle degli altri, e non rischiare mai nulla di tuo. Anche ora pensi solo a te stesso, dimenticando che in questo affaire altri stanno correndo rischi: il giovane ghostwriter, consapevole di star confezionando un falso; il dottor Cristofari che lo ha autenticato; l’onesto, ed innocente, professor Spada, che lo ha avallato; io stessa che ho ideato la messa in scena. Se ci riesce questa mano di poker portiamo a casa tutti qualcosa: tu salvi la tua casa editrice, i tuoi agi e forse anche il tuo matrimonio; il ghostwriter avrà un cospicuo bottino che gli permetterà di scrivere per se stesso e far conoscere al mondo il suo genio letterario; il professor Cristofari…lui è il personaggio del momento, condurrà un programma televisivo dove svelerà i segreti della grafologia analizzando la scrittura dei vip, mentre io, finalmente, potrò riabilitare il nome di mio nonno, al quale non è mai stato perdonato il peccato di aver pienamente vissuto e di averlo fatto a modo suo. Per tutti questi motivi siamo costretti, continuando freddamente a barare, a giocare fino alla fine questa nostra mano di poker».

LA TRAPPOLA DI CARTA
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente, posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono slabbrature necessarie a creare l’illusione di un’opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità».
Con voce sicura, Alice Sapiero, in piedi davanti ad un leggio, aveva dato inizio alla conferenza stampa.
«Questo che ho letto è l’incipit de “La Trappola Di Carta”, l’inedito di Nicola Sapiero, mio nonno. Un racconto straordinario, non solo per la trama ma per come è stato concepito, attraverso una perfetta concatenazione di eventi affinché tutto si realizzasse, a distanza di decenni, secondo il piano da lui elaborato, dove fantasia e realtà, strettamente connesse, si sarebbero rivelate inscindibili l’una dall’altra, in modo che la trama del racconto diventasse quella della realtà».
Pausa strategica.
Alice s’interruppe il tempo occorrente per far assimilare all’auditorio questa parte del suo discorso, godendosi, nel frattempo, lo stupore che le sue parole avevano prodotto.
Punti interrogativi che guizzavano come luminescenti fiammelle nel buio.
Luci al neon in una notte di eclissi: così Nicola Sapiero avrebbe descritto quello stupore.
«Luci al neon in una notte d’eclissi».
Come se riflettesse a voce alta, Alice aveva ripreso a parlare catturando l’attenzione degli astanti.
«È questa la metafora di cui il nonno si sarebbe servito per raccontare lo stupore che leggo nei vostri occhi. Il vostro stupore…ma anche il mio, che sono ancora letteralmente scioccata dagli straordinari machiavellismi della sua mente e dalle loro conseguenze. Prestate la massima attenzione a questo passaggio».
In un silenzio colmo d’attesa, Alice riprese a leggere:
 “La notizia del ritrovamento dell’inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, che pure a lui e alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli”.
E qui lei s’interruppe strategicamente per dar modo alla platea di elaborare la straordinarietà di quello che andava proponendo non come ipotesi, ma come realtà: la trama di quel racconto progettato per diventare storia vera.

DUELLO AL CALOR BIANCO
«Le prove…dove sono le prove che è tutto vero e non una squallida, per quanto ingegnosa, trovata pubblicitaria? Dov’è l’imbroglio?».
La voce, dal fondo della sala, s’era levata imponendosi su tutte le altre nel silenzio conseguente alla formulazione di quel pressante interrogativo: dov’è l’imbroglio?
«Nessun imbroglio, ma solo la prova della straordinaria genialità di Nicola Sapiero. Io stessa, all’inizio, avevo creduto che il mio ritrovamento di quel suo inedito fosse casuale. Ho immaginato che il nonno lo avesse occultato fra i documenti di famiglia perché suo padre non accettava il fatto che lui scrivesse. Nascosto e poi dimenticato. In realtà, invece, è il risultato di una singolare strategia per favorirne il ritrovamento. Niente di fortuito quando, alla ricerca di un atto notarile per riscattare una proprietà in scadenza, sono andata a frugare nell’archivio di casa e mi sono imbattuta in quel suo dattiloscritto stipato nella stessa cartella. Un caso? No! Lui era perfettamente a conoscenza del fatto che in un futuro prossimo qualcuno di famiglia avrebbe dovuto farsi carico di quella pratica, e allora ha nascosto i suoi dattiloscritti in quello stesso faldone. Ovviamente neppure lui poteva avere la certezza assoluta del ritrovamento del suo racconto, troppi fattori esterni avrebbero potuto renderlo impossibile, come ad esempio la sua distruzione causata dall’incuria; il suo smarrimento durante un trasloco; l’assenza di eredi e quindi di responsabili diretti nella gestione degli affari di famiglia. Incognite ipotizzabili ma non gestibili. A lui, però, piacevano le sfide impossibili: i percorsi circolari privi di un punto di partenza e di arrivo; i livelli infiniti e le false prospettive dei labirinti frattali; i dedali sotterranei, intersecati ed intersecanti, dove la via di uscita è quasi mai esterna».
«Intersecati ed intersecanti, come le bislacche teorie che lei, signora, ci sta propinando da un’ora» la interruppe nuovamente la voce tenorile.
Alice, senza la minima esitazione, invitò il suo interlocutore a salire sul palco per un confronto diretto. Invito che il giornalista accolse prontamente tra gli applausi del pubblico.
«Michele Damiani, editorialista del quotidiano “L’Attacco”», si presentò lui, porgendole la mano.
«Questo spiega tutto!» sottolineò con garbata ironia Alice, accogliendolo con un sorriso e scatenando, con quella battuta, l’ilarità della platea.
«Dunque, signor Damiani, dubita della veridicità degli eventi? Sta dando del bugiardo a un numero rilevante di persone, se ne rende conto?».
«Ammetto di nutrire più di un dubbio. È tutto così romanzato da poter essere assurdamente vero oppure, come sospetto io, diabolicamente falso».
«Eppure i dattiloscritti sono stati autenticati da un perito grafologo di indiscusso valore, qual è il dottor Cristofari, e per la legittimazione del contenuto ci si è affidati ai riscontri del professor Spada, il massimo esperto delle opere di Nicola Sapiero. E lei, signor Damiani, oltre la loro onestà sta mettendo in discussione anche la mia, visto che sono stata io a ritrovare il manoscritto».
«Ho la brutta abitudine di cercare il pelo nell’uovo ed in questa storia ogni cosa va troppo facilmente ad incastrarsi alla perfezione: soprattutto le sue deduzioni, signora Sapiero».
«Lei sta rischiando almeno tre querele, e non credo che il suo giornale possa permetterselo»
«Quattro. Sono quattro le querele in cui potrei incorrere. Non ha contato quella della casa editrice “Lo Stilo di Calliope” che a quanto mi risulta, prima di questo miracoloso ritrovamento era sull’orlo del fallimento»
«Ne conti solo tre di probabili denunce, signor Damiani, perché io non ho nessuna intenzione di querelarla. Né ora né mai. Se lo facessi sono certa che il nonno mi disapproverebbe. Trovo perfino somiglianza tra voi nella stessa fantasia malsana che sfiora il divino. Dovrebbe scrivere un libro, scommetto sarebbe un best seller».
«Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto».

ALICE SAPIERO (3)
«Non vedo cos’altro dovremmo dirci io e Michele Damiani oltre quello che ci siamo già detti» aveva tagliato corto Alice in risposta alle pressanti richieste dei mass media che, con insistenza, la reclamavano per un nuovo confronto con il giornalista de “L’Attacco”.
A dire il vero dopo quella conferenza stampa lei aveva diradato le sue apparizioni pubbliche, partecipando solo a quegli eventi a cui non poteva assolutamente sottrarsi.
“La Trappola Di Carta” s’era rivelato uno straordinario successo editoriale, ed era già alla sua seconda ristampa. Nicola Sapiero, il visionario, il ribelle, era assurto a nuova icona dei giovani, anche se questa fascinazione li vedeva coinvolti maggiormente per i suoi eccessi esistenziali piuttosto che intellettuali.
Una figura troppo complessa per poter essere inglobata nella sua interezza da una platea dalle esigenze elementari ed immediate, e così s’era proceduto, per ragioni di marketing, al suo smembramento: cervello, cuore e visceri, resi accessibili a tutti e a prezzi popolari.
E di queste inique mutilazioni Alice ne stava prendendo atto con dolorosa consapevolezza. Pentita di quello scempio, se fosse potuta tornare indietro avrebbe azzerato tutto, ma questo ormai non era più possibile perché la poderosa macchina del successo correva inarrestabile su quella che sembrava essere una strada liscia, sgombra e perfettamente asfaltata.
E con il diritto di precedenza.
Sempre più pressante, però, sentiva il bisogno di confessarsi come l’autrice materiale di quell’oltraggio e di rimettere quel suo peccato in mani non troppo misericordiose che le infliggessero un feroce castigo. Se solo avesse avuto certezza della possibilità di una condanna solo per sé stessa, senza trascinare nel suo limbo gli altri complici, avrebbe reso pubblica quella sua confessione, ricomposto l’immagine del nonno (cervello, cuore e visceri, di nuovo al loro posto) sottraendolo definitivamente al chiassoso carosello brasiliano del successo per ricollocarlo nel silenzioso eremo degli scrittori dimenticati.
A causa di questo impellente bisogno di ristabilire la verità, con tutte le sue conseguenze, Alice Sapiero aveva iniziato a disertare, quanto più possibile, gli inviti a talk e conferenze stampa. Temeva di non farcela, davanti all’insidia di una qualche domanda, o alla perfidia di un’illazione, a trattenere le parole e le lacrime, e svelare l’imbroglio.
Alla fine aveva stabilito che la sua condanna sarebbe stata quella dell’esilio. Sarebbe sparita e di lei non si sarebbe saputo più nulla. E forse, con quel suo dileguarsi, sarebbe svanito anche il suo misfatto. Non essendoci più alcuna traccia riconducibile alle sue menzogne, tutta quella fantastica storia sarebbe stata solo concepita dal genio di Nicola Sapiero.

UNA SFIDA AD ARMI PARI
“Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto.”
Per la prima volta nella sua vita Alice s’era sentita scoperta e messa al muro, pervasa d’un tratto da un malessere sconosciuto, un disgusto verso  stessa e quella sua innata propensione alla manipolazione che esercitava senza perseguire la specifica del dolo, ma in modo naturale, schietto. Apparteneva a quella categoria di donne che seducono per un’affermazione di sé stesse ai loro stessi occhi piuttosto che per un’esigenza di conquista, utilizzando il suo femminino non per un tornaconto personale ma in senso sociale, a favore della causa di cui al momento era paladina. Ne aveva sempre una per cui combattere al fine di chetare il suo spasmodico bisogno di giustizia.
E Nicola Sapiero rappresentava per lei il paradigma di tutte le ingiustizie.
Michele Damiani l’aveva incolpata pubblicamente, senza mezzi termini, di essere a capo di quell’imbroglio, ma Alice nelle sue tante battaglie di accuse ne aveva ricevute di ben peggiori, senza che queste la distogliesse dai suoi obiettivi. O le creassero crisi di coscienza riguardo i mezzi di cui si serviva per raggiungere lo scopo.
Smarrita, rifletteva sul perché, fra le tante cause da lei sostenute e con convinzione perseguite, il dubbio avesse fatto capolino proprio in quella che le stava più a cuore.
E in cui stava trionfando.
Il giornalista, però, nonostante l’accusa pesante che le aveva mosso, le era piaciuto da subito: un uomo di grande carattere e come lei determinato nel perseguire i propri obiettivi anche se con metodi antitetici ai suoi.
Considerava Michele Damiani un avversario di valore con cui confrontarsi, e non un nemico dal quale guardarsi
… ma immaginava che per lui, invece, lei fosse solo una scaltra impostora da smascherare e consegnare, con uno scoop, alla prima pagina del suo giornale.
Era quindi consapevole che le accuse del giornalista non sarebbero rimaste circoscritte a quel diverbio iniziale, perché lui avrebbe indagato alla ricerca di un fondamento ai suoi sospetti e, sebbene fosse certa della solidità dell’impalcatura su cui poggiava l’imbroglio, quella sfida, ad armi pari, la seduceva.
… ma qualunque sarebbe stato l’esito finale quella, per lei, sarebbe stata l’ultima.

IL LABIRINTO DI ALICE
«Signora Sapiero, possiamo vederci per parlare? E’ importante».
Quella richiesta da parte di Michele Damiani l’aveva trovata impreparata ma non sorpresa, perché il giornalista l’era parso da subito un osso duro, uno di quelli che pur di non mollare la presa è disposto a rimetterci i denti.
Un carattere deciso. Incorruttibile.
Forse.
Perché la schiera degli incorruttibili non risulta mai essere troppo affollata.
Nicola Sapiero lo era. A modo suo, ma lo era.
Non lei, però, che per riabilitarne la memoria s’era servita di mezzi esecrabili.
Ma se Michele Damiani, come lei auspicava, s’ascriveva a quelle fila, avrebbe svelato il suo inganno inchiodandola alle sue responsabilità.
«Voglio farle le mie scuse private prima ancora che pubbliche, Alice, per quel mio attacco in conferenza stampa, un’aggressione non supportata da nessuna prova concreta ma sollevata dai dubbi circa le modalità del ritrovamento dell’inedito. Mi sono comportato come l’avvocato dell’accusa che declama la sua arringa finale senza essersi debitamente documentato. Di solito sono molto più cauto nelle mie esternazioni, prima verifico e poi lancio le mie accuse. Ho finalmente letto “La Trappola Di Carta” e poi intervistato il professor Edmondo Spada, che mi ha introdotto negli algoritmi mentali di suo nonno. Pazientemente egli mi ha spiegato quei passaggi del racconto che a me sembravano costruiti ad arte, rapportandoli con la visione della vita di Nicola Sapiero e spazzando via ogni mio dubbio. Il professore è una persona profondamente onesta, cristallina, non influenzato nei suoi giudizi neppure dall’amicizia intima con lo scrittore, di cui conosceva benissimo i lati oscuri. Un uomo assolutamente obiettivo, il professor Spada. Suo nonno non avrebbe potuto aspirare ad una difesa migliore. Domani “L’Attacco” pubblicherà un editoriale con le mie doverose scuse».
Esterrefatta, Alice aveva ascoltato con la mente in subbuglio le parole del giornalista, e per un lungo momento aveva stentato ad afferrarne il significato, cercando in esse l’ambiguità di un’affermazione che ironicamente ne sottintendesse un’altra.
Un pungente doppio senso. E nella voce il tono irridente di uno sberleffo.
Ma nulla di tutto questo era trapelato nelle sue parole e nei suoi accenti, e nella disarmante sincerità con cui le chiedeva scusa.
Non era preparata a questo epilogo che mai avrebbe immaginato possibile se non in una storia/labirinto ideata dal nonno.
Ma forse nella sua sterminata opera qualcuna di simile pure c’era.
E se Damiani l’avesse letta e se ne stesse servendo per metterla alla prova?
Per sapere quanto lui fosse realmente addentrato nella verità le sarebbe bastato raccontare la reale dinamica dei fatti, la cronologia degli eventi, omettendo l’elenco emotivo delle giustificazioni che, era consapevole, non le sarebbero valse come attenuanti, che neppure voleva. Quella confessione che l’avrebbe salvata da sé stessa, ma che avrebbe distrutto altre vite, tra cui anche quella di Edmondo Spada, il cui unico reato era stato la svista su un neologismo.
L’innocente professore sarebbe stato trascinato nello scandalo insieme a tutti gli altri davvero colpevoli.
Quanto colpevoli?
… perché era stata lei, facendo leva sulle loro necessità, prima a tentarli, poi a deviarli, e infine renderli complici di quell’imbroglio.
Era lei l’ignobile corruttrice, l’unica responsabile.
E la sua ammissione di colpa avrebbe definitivamente riabilitato il nonno oppure, più verosimilmente, sarebbero stati entrambi etichettati come incurabili cialtroni, afflitti dal morbo deleterio di una fantasia diabolica?
Una tara ereditaria di cui non era possibile evitare il contagio, e per la quale non esisteva cura.
No, per salvare i vivi e i morti non le rimaneva altra scelta che quella di tacere.
Condannando sé stessa alla perdizione eterna.
«Accetto volentieri le sue scuse, signor Damiani, e apprezzo la sua onestà morale. Non sento la necessità di un’ammenda pubblica dopo le toccanti parole di stima elargite nei confronti del nonno e del professor Spada. Le sono anzi grata per questa sua verifica, un’attestazione definitiva dell’autenticità de “La Trappola di Carta”».
«Quell’articolo di scuse può anche non scriverlo» ripeté, sinceramente commossa, accomiatandosi dal giornalista.
«Sento il dovere di farlo. Lo devo alla memoria di Nicola Sapiero» rispose lui, mostrandole una copia del libro dove campeggiava la foto sorridente dello scrittore.
Lo stesso accattivante sorriso che spiccava nelle vetrine di tutte le librerie della città, e a cui Alice avrebbe voluto dar fuoco solo per distruggere quell’unico libro.
E il suo racconto menzognero.