Jack si risvegliò sudato e affannato come dopo una lunga corsa, col cuore che gli batteva furioso in petto. Dalla tapparella filtrava la luce lattiginosa dei lampioni, fuori era ancora scuro. Il buio che precede l’alba, però, meno fitto e avvolgente di quello notturno, già permeato del lieve chiarore che rivela le ombre nella loro materia. Un buio rassicurante.
Si alzò e andò in bagno: lo schiaffo dell’acqua fredda sul viso contribuì al suo risveglio definitivo. Evitò la sua immagine nello specchio e andò in cucina. Gli occhi andarono al ripiano dove erano le bottiglie dei liquori, ma respinse la tentazione di un bicchiere di whisky per diluire il senso di ottundimento del sonnifero, ripiegando su una tazza di latte caldo.
Sorrise per quella sua prudenza congenita, il motivo per cui non aveva mai compiuto niente d’illecito o riprovevole così come niente di memorabile. La mancanza di ambizione e il carattere sedentario lo avevano indotto ad accontentarsi della posizione di medio livello acquisita sul lavoro e di una quotidianità incentrata su monotone, consolidate abitudini. La prudenza, coltivata fino ad allora, non lo aveva però messo al riparo da quell’imprevisto.

Il silenzio della stanza era opprimente e confortante al momento stesso. Si domandò se fosse davvero solo o se, acquattata in qualche angolo della stanza, una presenza invisibile lo stesse spiando. Dubitava comunque che le vicende di Forest Park fossero attribuibili ad una forma di pazzia, perché prima di calarsi lungo il pendio aveva lucidamente pianificato la discesa. Propendeva per l’ipotesi del sesto senso, l’istinto che lo aveva salvato dal veleno dello scorpione ma che tuttavia non spiegava l’episodio della scorciatoia, di cui non conosceva l’esistenza e che non era menzionata nei depliant illustrativi su Forest Park. O forse era il deja vu di un ricordo nel tempo rimosso e riesumato per fronteggiare lo stato di necessità. Ma quello che più lo inquietava era stata la visione della macchina a velocità folle e contromano: la premonizione di qualcosa che sarebbe dovuto accadere o più verosimilmente il sintomo di un tumore?
Le sue emicranie s’erano in quell’ultimo periodo intensificate, e gli analgesici, a cui fino ad allora aveva fatto ricorso, pareva non sortissero più lo stesso effetto.
Anche ora la testa aveva preso a dolergli, se non in maniera lancinante comunque insopportabile.
Probabilmente tutto quello che gli stava accadendo poteva essere imputato proprio a quelle emicranie. Un campanello d’allarme, indice di qualcosa nella sua che testa forse non funzionava più nel modo giusto.
Si girò sul fianco destro: dalla cornice sul comodino Phoebe gli sorrideva rassicurante.

La sede del Green Hill Country Club si affacciava sul lago Willamette. Un prato in leggera discesa separava i gazebo che davano sulle sale interne dalle sdraio disposte vicino ai tavolini in ferro battuto. Più oltre, sulla sinistra, si estendeva il fairway, su cui si vedevano alcuni inservienti che facevano manutenzione prima della partita a golf che si sarebbe svolta nel pomeriggio. Il campo era un normale 18 buche, tenuto perfettamente, e gli avvallamenti naturali consentivano ai giocatori di trovare angoli tranquilli in cui tirare i loro colpi e parlare di affari.
In origine l’ingresso era riservato soltanto agli uomini, ma anni di proteste e alcune sentenze della magistratura avevano fatto sì che adesso anche le donne potessero accedere, sebbene per comune accordo alcune sale fossero riservate ai rispettivi sessi, come quella per fumatori, che era perennemente odorosa del profumo dei costosi sigari, o quella dove le donne si sfidavano a interminabili partite di bridge e burraco, con poste che non avevano nulla da invidiare a quelle dei tavoli da poker.
Il rispetto delle tradizioni non interessava però agli uomini della generazione di Jack, troppo giovani per aver vissuto gli anni d’oro in cui essere soci di un Country Club era segno di distinzione sociale, anche se i requisiti richiesti per il tesseramento ne smentivano il superamento.
Un lifting di facciata. Una scenografia, come quella dei lussuosi saloni dove tutto era studiato per dare un’illusione liberty di inizio secolo, con le strutture in ferro verniciato a vista e le innumerevoli volute d’ispirazione vegetale.
Phoebe detestava il Green Hill Country Club, e le sue rare visite erano solo per compiacere Jack, che ne era invece un assiduo frequentatore, attratto dalla raffinata atmosfera e dagli impeccabili campi da golf.

Phoebe per l’occasione indossava un tailleur pantaloni blu scuro di taglio maschile. Una camicia di seta bianca e i capelli legati in uno chignon completavano il tutto. A differenza delle altre signore, anche di quelle più giovani, non indossava gioielli, se non gli splendidi zaffiri che fungevano da gemelli ai polsini della camicia.
Quel severo outfit le conferiva un’incantevole aria scanzonata da dandy, cosicché quando fece il suo ingresso al braccio di Jack suscitò l’ammirazione di molti sguardi maschili.
Non appena Freddy Allen li vide andò loro incontro, afferrando prontamente dal vassoio di un cameriere due calici di Pinot bianco.
«Ciao Phoebe. Ciao Jack» disse, porgendo loro i bicchieri.
Freddy Allen era lo psicoterapeuta che prestava servizio su chiamata nella stessa clinica di Jack. La loro amicizia, però, era nata sui campi da golf del Green Hill Country Club.
«Che bello incontrarvi. Stavo giusto per tagliare la corda, e comunque credo che non mi tratterò ancora a lungo… i campi da golf sono impraticabili con tutta la gente a zonzo nei paraggi».
Jack annuì perplesso: «Non sapevi della convention?» chiese stupito.
«No, sono stato via alcune settimane. Io e Pam ci siamo concessi una vacanza alle Hawaii, immaginando che dopo, a gravidanza inoltrata, sarebbe stato più difficile poterlo fare».
«Lei come sta?» domandò Phoebe.
«Bene, nessun problema e la gravidanza le dona».
«Ne sono davvero felice. Sapete già il sesso del bambino?».
«No, abbiamo deciso di scoprirlo al momento della nascita. Vogliamo vivere fino in fondo e nella maniera più intensa quest’esperienza».

Nell’angolo dove s’erano rifugiati a parlare Phoebe era stata intercettata e poi raggiunta da Carla Richardson, la moglie del senatore William Richardson, che di lì a breve avrebbe tenuto il suo discorso.
«Phoebe, sei chiamata a fare da arbitro riguardo una questione sorta tra me e Amanda Bennet». Indicò nel fondo della sala una donna alta, vestita di verde chiaro, che la salutava con la mano.
«Ti ritrovo, Freddy?» chiese Phoebe.
«No, ma dico a Pam di telefonarti per cenare assieme una di queste sere».
Dopo che le due donne si furono allontanate, Jack prese da parte l’amico.

«Prima che tu vada, Freddy, avrei bisogno di un tuo parere su qualcosa che mi sta accadendo».
«Va bene, ma usciamo in giardino: qui c’è troppa confusione».

In attesa dell’inizio della convention, gli ospiti avevano iniziato a gremire la sala del buffet, sciamando a piccoli gruppi verso le tavole riccamente imbandite per poi sparpagliarsi nelle innumerevoli sale, tutte adeguatamente munite di confortevoli divani e tavolinetti.

Comodamente seduti al riparo del baldacchino bianco di un elegante gazebo liberty, Jack raccontò gli episodi di Forest Park. Freddy lo ascoltò fino alla fine senza mai interromperlo.

«Prima di scomodare il subconscio o il paranormale procediamo per gradi, Jack. Tu hai parlato di un’aumentata intensità delle tue cefalee, io partirei da una TAC che ci aiuterebbe ad escludere una sintomatologia a livello cerebrale. Solo dopo andremo a valutare tutte le altre possibilità».
«Credi che si tratti di un tumore?»
«Non credo nulla, ma è opportuno verificare l’origine dei tuoi mal di testa per stabilire se sono questi a generare i tuoi problemi, prima di cercare altrove».
Jack assentì.
«Non farne parola con Pam… e neppure con Phoebe».
«L’amicizia non inficia il segreto professionale, Jack».
«Domani stesso chiederò a Nathan Cooper di sottopormi ad una TAC».

Freddy gli diede una pacca sulle spalle.

«Fammi sapere il risultato, e qualunque cosa tu abbia bisogno non esitare a chiamarmi» disse, dirigendosi verso il parcheggio, ma dopo un attimo era tornato indietro: «Ho dimenticato di prendere un paio di sandwiches al salmone per Pam. Dice che quelli che fanno qui sono i migliori in assoluto. Le farà piacere che io me ne sia ricordato».
«Se vedi Phoebe puoi dirle che sono qui?».
Freddy alzò il pollice e sparì nell’interno.
Poco dopo lo raggiunse Phoebe.
«Freddy mi ha detto che eri qua fuori» disse, sedendosi accanto a lui sotto il gazebo. Jack aspirò il suo profumo, le prese la mano e se la portò alla bocca.
Lei rise, sorpresa e commossa da quel gesto. Poi, sottobraccio, s’incamminarono verso l’entrata.
Il senatore Richardson aveva preso posto sul palco nello stesso momento in cui loro si accingevano a varcare la soglia.

«Non entrare!».

L’avvertimento lo aveva bloccato a pochi metri dall’ingresso della sala.
Jack fece un passo indietro, costringendo Phoebe a seguirlo, e si portò una mano alla tempia.

«Non entrare!».

«Dai, togliamoci di qui, stiamo ostruendo il passaggio!» disse lei, prendendolo per un braccio e riportandolo verso l’esterno.
Improvvisamente crepitarono nell’aria raffiche di mitra.
Un ragazzo giovanissimo vestito con un gilet mimetico era entrato nell’atrio e si stava dirigendo verso la sala delle conferenze con passo deciso. Calzava anfibi militari, i capelli biondi erano tenuti alti sulla fronte da una fascia di tela marrone e a tracolla aveva una cartuccera. Una caricatura di Rambo adolescente, ma l’M16 che imbracciava era vero.

Secondo la ricostruzione effettuata dalla polizia l’attentatore, uno studente del locale College, era entrato da un ingresso secondario e aveva cominciato a sparare appena dentro la sala, falciando le ultime file di spettatori, poi era cominciato il caos, con la gente che scappava da tutte le parti. Il ragazzo a quel punto aveva cercato di scappare da una porta laterale, ma gli agenti di polizia che erano di scorta al senatore l’avevano intercettato prima che riuscisse ad uscire nel giardino, in un disperato tentativo di fuga. Gli avevano sparato alle spalle, e il giubbotto antiproiettile che indossava, un modello antiquato, non era stato in grado di fermare le pallottole calibro 44 degli agenti.

Il killer era stramazzato a terra quasi davanti ai loro occhi, poi, nella confusione generale, erano riusciti ad allontanarsi di qualche metro, ma Jack aveva avuto il tempo di vedere il suo amico Freddy morire crivellato di proiettili mentre tentava d’infrangere un vetro per cercare una via di fuga. I loro occhi s’erano incontrati una frazione di secondo mentre scivolava a terra lasciando una scia di sangue.
Lo aveva visto anche Phoebe, ma lei era riuscita in qualche modo a riscuotersi, mentre Jack, sotto shock, era rimasto pietrificato.
«Jack… Jack… dobbiamo toglierci di qui. Non possiamo fare più niente per Freddy. Non possiamo fare più niente per nessuno di loro!».

“Ha ragione lei: non potete fare più niente per nessuno di loro”.

«Maledetto figlio di puttana, avrei potuto salvarli tutti se solo mi avessi avvertito in tempo!» urlò Jack mentre le sirene della polizia squarciavano l’aria e le ambulanze invadevano la strada.

 

Sangue dappertutto. Era una scena di guerra quella che si presentò agli occhi di Jack e dei soccorritori. Bisognava fare attenzione a non incespicare nei corpi e a non scivolare nel sangue. Istintivamente si sorprese a constatare che l’odore del sangue che si respirava dopo una strage non era lo stesso della sala operatoria: denso e permeante, sapeva di metallo e di urina. Di ferro e di paura. Era quello l’odore della morte. Scavalcò il cadavere del giovanissimo killer che giaceva prono con le braccia e le gambe spalancate ad ostruire la soglia e s’addentrò nella sala.
Sotto una delle grandi finestre era invece Freddy Allen, riverso nel suo stesso sangue, col viso rivolto al pavimento. Da una tasca della giacca sporgeva l’involto dei sandwiches. Restò vicino a lui finché non arrivarono due infermieri con una barella che caricarono il cadavere con commovente delicatezza. Rimanere lì era tutto quello che aveva potuto fare per Freddy: la parte penosa sarebbe stata dopo con Pam, ma non le avrebbe raccontato del fatto che era tornato indietro per prendere quei sandwiches per lei. Quel gesto d’amore l’avrebbe fatta sentire in colpa per il resto della sua vita.
Era sera quando Jack e Phoebe fecero ritorno a casa. L’intero pomeriggio lo avevano trascorso a rilasciare le loro testimonianze alla polizia. Non che ci fosse molto da dire, ma tutto procedeva a rilento. Chiesero a Jack, sporco di sangue, se fosse ferito, se avesse bisogno di cure mediche.
«Non è il mio sangue. Quando la strage è iniziata ero fuori, in giardino. Sono un medico e appena è stato possibile sono entrato con i soccorritori a prestare aiuto».
Il commissario annuì: «Grazie, per quello che ha fatto dottor Longshire»
Jack si schernì: «Là dentro c’erano persone che conoscevo da una vita e molti erano miei amici. Era il minimo che potessi fare».
Il funzionario annuì di nuovo, comprensivo.
«Non la trattengo oltre, sarà stanco e terribilmente provato da quanto accaduto».
Si alzò e gli strinse la mano.
Quando era già sulla soglia, il commissario lo richiamò.
«Dottor Longshire… nell’ufficio in fondo al corridoio c’è il nostro psicologo. Se pensa che possa esserle d’aiuto…».
«Grazie. Voglio solo andare a casa».

 

Durante il tragitto, Phoebe era rimasta in silenzio. Anche Jack non aveva voglia di parlare.
Ancora prima d’imboccare il vialetto lei iniziò a frugare nella borsetta alla ricerca delle chiavi di sblocco del cancello automatico e di quelle di casa.
Li accolse l’abbaio festoso ed impaziente di Buck, il grosso cane nero di Phoebe, sbucato dal buio del giardino. Jack parcheggiò ed insieme entrarono in casa.
«Hai fame?» domandò Phoebe rompendo il silenzio.

«No» rispose lui dopo un attimo di esitazione.

«C’è del pasticcio di patate e un po’ di arrosto…». Phoebe prese ad armeggiare intorno al frigo, come se non lo avesse sentito.
«Non ho fame» ribadì, mentre lei aveva già posto le portate nel microonde.
«Phoebe… Phoebe… per l’amor di Dio, fermati!».
La bloccò, abbracciandola da dietro, ma lei lo respinse.
Rimasero per un momento a fronteggiarsi, incapaci di superare con un gesto o una parola la barriera che d’improvviso li divideva. Soprattutto pesava, in quel silenzio, l’assenza degli sguardi.

«Vuoi che vada via?»

Phoebe, seduta in un angolo del divano, fece segno di no con la testa.
Lo chignon s’era sciolto e ciocche di capelli ricadevano disordinate sul collo. Alla luce fioca della lampada brillavano con riflessi di oro pallido, mentre il resto del volto era avvolto dalla penombra.
Jack trasse dalla credenza una bottiglia di whisky e se ne versò una generosa dose.

«Ne verso anche a te?»

Phoebe, dalla sua zona d’ombra, mormorò di no.
Finito di bere riempì una seconda volta il bicchiere.
E poi una terza.
Non era del whisky che aveva bisogno, ma di compiere un’azione, un gesto qualsiasi per rompere quell’oscuro incantesimo fatto di silenzio e di immobilità.
Avrebbe potuto continuare a bere tutta la notte e sarebbe rimasto lucido.

Alla quarta mescita, la voce di Phoebe lo raggiunse dalla distanza siderale dove lei era.
«Ti ho sentito. Il suono delle sirene non era così forte da coprire le tue parole. E la tua rabbia».

Lui si voltò sorpreso perché non era questo che s’aspettava lei dicesse. Tutta la sera era rimasta trincerata dietro il muro del silenzio per uscire d’improvviso allo scoperto e in maniera frontale.
«Cosa ti sta accadendo, Jack?».
Quella domanda ne conteneva decine d’altre, e lui non avrebbe saputo dare risposta a nessuna. Meglio allora negare piuttosto che rispondere in modo confuso ed approssimativo, con il rischio di apparire reticente.

«Niente… dal momento che la parte peggiore è toccata a Freddy e a tutti gli altri», tentò d’ironizzare.
«Non farmi questo, per favore. Non escludermi!».

Quella di Phoebe non era una supplica né una minaccia, ma una richiesta legittima. Non lo stava accusando di niente: voleva solo capire. Tanto valeva, allora, giocare a carte scoperte.

«Sono su un baratro, e nell’attimo in cui sto per precipitare qualcuno viene a salvarmi».§
«È quello che è accaduto oggi?».
Jack annuì: «E a Forest Park. Il mio protettore mi ha salvato dal veleno di uno scorpione e dalla notte all’addiaccio nella foresta. Non sapevo nulla di quella scorciatoia. Se non avessi avuto quel suo suggerimento non l’avrei mai scoperta».
«Chiunque sia ha dimostrato di esserti amico».
A quell’affermazione lui aveva scosso il capo in segno di diniego.
«Se fosse stato davvero mio amico mi avrebbe dato la possibilità di salvare tutti gli altri. No… deve esserci una ragione per cui io sono ancora vivo. Un motivo che immagino presto mi sarà svelato».

Phoebe si avvicinò, annullando la distanza che fino a quel momento c’era stata tra loro.
«Jack devi fare qualcosa. Parlare con qualcuno. Capire cosa ti sta accadendo!».
«Non sono pazzo!. A Forest Park eri con me. Ed anche oggi…».
Ma lei lo interruppe, ponendogli una mano sulla bocca.
«Devi farti aiutare, Jack. Parlane con uno psichiatra, domani stesso».