LA BAMBOLA

“Anastasia, non salire sul letto! Non si salta sui letti, una volta rassettati la mattina!”
Queste le parole, esclamate perentoriamente ma con tono ormai quasi rassegnato da mia madre ogni qualvolta mi assaliva il desiderio di tuffarmi su quel grande lettone di ferro ricoperto da un soffice e voluminoso copriletto imbottito di piume.
La sua voce allora si trasformava, quando mi redarguiva assumeva un tono stentoreo che nelle intenzioni avrebbe dovuto frenare il mio insopprimibile impulso a fiondarmi su quel letto morbido e invitante, provocarmi timore per voler osare infrangere quel diktat per me così assurdo e incomprensibile; mentre io, per nulla intimorita e anzi con un guizzo velocissimo che sapeva di sfida e ribellione a quelle regole assurde, mi catapultavo su quel talamo con un entusiasmo che non ho più ritrovato, poi, in nessun’altra mia “disobbedienza”, nei tempi che seguirono.
Le parole di mia madre, sempre le stesse, ogni giorno, come una litania, mi entravano da un orecchio per uscire subito dall’altro, e non faceva tempo a pronunciarle che già io mi beavo ridendo sprofondata su quel piumino che accoglieva il mio corpo adattandosi alle mie forme in una cavità che mi avvolgeva teneramente come un abbraccio morbido e caldo.
Ma oltre a questo mio intimo e infantile piacere, il motivo della mia quotidiana trasgressione all’ordine genitoriale era anche un altro: quella bellissima bambola rigida dai capelli riccioluti e gli occhi grandi che orgogliosamente faceva sfoggio di sé posizionata seduta al centro del lettone.
La vedevo lì da sempre, ogni mattina, le braccia parallele alle gambe allungate orizzontalmente sul copriletto, la bocca carnosa dalle labbra rosso vermiglio, le guance rosee e paffute, gli occhi fissi verso un punto indefinito, le lunghe ciglia a ornare quelle palpebre che magicamente si abbassavano, chiudendo gli occhi, quando alla bambola facevo assumere la posizione orizzontale.
Quella, sì, era la mia compagna di giochi prediletta, sempre presente e fedele, che mi attendeva paziente e falsamente impassibile, la mattina sul tardi, quando decidevo che anche quel giorno non avrei certo potuto né voluto sottrarmi alla gioia vera e pulita di saltare insieme a lei sul lettone di piume, ridendo del semplice ma impagabile piacere del sentirmi rimbalzare su quel materasso adagiato su reti metalliche ormai sfondate…
Per molti anni non ho voluto rinunciare a quel mio rito giornaliero, al mio appuntamento giocoso col lettone dei miei genitori e alla condivisione della mia semplice gioia con quella bellissima bambola rigida.
Finché un giorno, tempo dopo, mi risvegliai improvvisamente cresciuta, troppo grande per fare i salti sul letto e giocare con le bambole.
E anche la voce di mia madre era cambiata; ora la percepivo appena, lenta, sottile e lieve, spesso tremolante; ma non mi parlava più per redarguirmi, anzi, in certi momenti non mi parlava proprio, non a me…
Quella casa, quella stanza, quel grande letto di ferro, ormai, non esistono più.
Ma lei sì.
Lei, quella bellissima bambola rigida dagli occhi fissi e le guance rosee e paffute, sì, proprio lei, è ancora con me. Sempre.
La guardo sorridendo ogni mattina, seduta sul mio moderno letto di pelle nera imbottito, uno stile diversissimo dal suo, di giocattolo antico depositario di lontani dolcissimi ricordi.
Qualche volta, sai, saltiamo ancora insieme sul lettone, senza risa o schiamazzi infantili, no, non più.
Ma ogni volta la sento, quella voce, ancora e ancora: “Anastasia, non salire sul letto! Non si salta sui letti, una volta rassettati la mattina!”
Sai, mamma, quel grande vecchio lettone di ferro con il copriletto di piume, lo porto ancora e sempre con me, qui dentro.
Qui, vicino al cuore.