Era arrivato trasportato dal vento della prateria, rotolando dentro un cespuglio.
Ed arenato nei pressi della canonica.
Nel momento in cui la sorella del pastore s’affacciava sull’uscio, dal cespuglio emergeva una mano. Ed una voce invocava aiuto.
Al cospetto di quello che sembrava un maleficio la donna si fece il segno della croce.
Poi, istericamente, iniziò a gridare.
Le urla, acute e continuate, richiamarono l’attenzione di una piccola folla e, quando il pastore sopraggiunse, trovò davanti lo spiazzo della sua canonica un vivace assembramento al cui centro intravedeva la sorella, accasciata su una seggiola, ed un tumbleweed che campeggiava, irreale, sul sagrato.
Un tumbleweed dotato di una mano e di una voce.
– C’è qualcuno là dentro. Bisogna tirarlo fuori – esortò il pastore, che era un uomo pratico.
Rigettando l’ipotesi superstiziosa, e già predominante, che quello fosse un intrigo del demonio.
Aiutato da due volontari si accinse nell’opera di smantellamento del bozzolo-prigione, ed intanto andava tranquillizzando il prigioniero sull’imminenza della sua liberazione.
Non fu affatto facile penetrare la coriacea fortezza di quel cespuglio, debitamente rinforzato di rami puntuti e rovi spinosi. Che graffiavano le mani e penetravano la carne.
Alla fine riuscirono, però, ad aprire un varco, dal quale emerse, contuso e ferito e con gli abiti strappati, un giovane uomo dalla folta capigliatura corvina ed un viso lungo, dai lineamenti gradevoli.
Le proporzioni del suo corpo, invece, erano assolutamente sbagliate.
Il busto troppo lungo rispetto alla brevità delle braccia.
Le gambe tozze e molto arcuate.
Ed una gobba, sulla spalla destra.
Un abbozzo d’uomo.
Che a malapena giungeva in altezza alla vita del pastore. Che pure era di medie dimensioni.
A questa apparizione la folla era ammutolita.
I superstiziosi si facevano il segno della croce.
Biascicando formule per scongiurare la iattura.
– Chi vi ha fatto questo? – chiese il pastore al piccolo uomo ancora frastornato.
– Gringos – fu la risposta sintetica
– Per gioco. Per divertimento – aggiunse, poi, come ulteriore spiegazione. – Ma non importa se alla fine sono giunto nel luogo verso cui ero diretto –
– Eravate dunque diretto qui? Posso chiedervi chi siete?- domandò, con dolcezza, il pastore
– Joachin Ortega de la Cruz- rispose l’altro, con una nota d’orgoglio
– Joachin Ortega de la Cruz. Figlio di Santiago Ortega de la Cruz – precisò con timbro di voce assai alto, ed in palese tono di sfida.
E, a quel nome, tutti zittirono.
– Vi dice nulla questo nome? – chiese, sarcastico, al pastore – Voi dovreste conoscerlo bene, dal momento che gli avete somministrato il sacramento dei morti – proseguì amaro – Come tutti voi altri che lo avete visto penzolare dal capestro più alto che mai sia stato costruito – concluse con disprezzo, puntando il dito verso gli astanti.
A questa sua affermazione lo stupore iniziale della folla si era tramutato in scherno.
Perchè risultava davvero difficile credere ad una discendenza simile.
Santiago Ortega de la Cruz, soprannominato La Leyenda, l’incubo di sceriffi e cacciatori di taglie che per decenni, invano sulle sue tracce, avevano invece inseguito il suo fantasma, che quel bandito pareva possedesse il dono demoniaco dell’invisibilità, e non poteva di certo aver generato quello scherzo della natura.
– Voi? Il figlio di Santiago Ortega de la Cruz, ma…come è possibile? – chiedeva incredulo il pastore, riandando con la memoria al ricordo del gigante che aveva rifiutato la confessione e l’assoluzione.
E proclamato fino allo strangolamento del nodo scorsoio, la sua innocenza.
Ricordava, l’uomo di chiesa, le ultime parole del bandito: impiccatemi per tutti i misfatti che ho commesso, ma non per questa infamia di cui sono innocente.
– Fate uno sforzo di memoria, padre – sollecitava il nano – visto che è passato davvero così poco tempo da quando lo avete giustiziato. Parlo di Santiago Ortega de la Cruz: La Leyenda. Io sono suo figlio –
– Non potete essere suo figlio. L’uomo che è stato giustiziato era un ciclope e voi siete…non gli somigliate affatto – s’intestardiva il pastore, non ravvisando alcuna reale ipotesi di parentela tra il bandito, imponente come una sequoia e per il quale era stato necessario costruire un patibolo su misura, e quell’accenno di uomo che gli stava di fronte. E che ostinatamente ne asseriva la discendenza.
– E’ di sicuro omonimia, figliolo – concluse in ultimo, scuotendo il capo, desolato.
– Vi dico che l’uomo che avete impiccato era mio padre. Santiago, La Leyenda. Non ce ne sono molti con quel nome e quell’aspetto – ribattè, spazientito, il giovane.
Agli insulti striscianti della folla, nel frattempo, era seguito il lancio di una pietra che mancò, per eccesso di altezza, il bersaglio.
L’odio degli astanti continuava a crescere.
– Ho aiutato io a costruire la forca per Santiago – affermò una voce tenorile – Un patibolo solido e con un capestro robusto, per spedirlo tutto intero all’inferno. E con la testa ancora sul collo –
Con tutta l’agilità che il suo corpo rattrappito gli consentiva, il giovane si voltò inviperito a cercare l’uomo che aveva parlato.
– Le provocazioni non servono a nulla – tuonò il pastore che ben conosceva l’appartenenza di quella voce – E le sfide nemmeno – aggiunse rivolto al nano. – Santiago Ortega de la Cruz è stato regolarmente processato. Riconosciuto colpevole. E giustiziato. E’ tutto regolare –
– Regolare? Non c’è nulla di regolare in ciò che qui è avvenuto. Mio padre era un fuorilegge. Un bandito. Ma non un violentatore di bambine. Lo avete giustiziato per un crimine che non ha commesso. Io reclamo il suo corpo. Ed il suo onore – ribadì, in tono di sfida.
– Attento ragazzo, stai approfittando della nostra pazienza. Ti consiglio di tornartene da dove sei venuto – lo avvertì l’uomo col distintivo, materializzatosi dalla folla – Tuo padre meritava la forca. Per questo ed altri crimini. Riprenditi il suo cadavere, se proprio ci tieni. E vattene –
Un uomo deciso, lo sceriffo.
Di poche parole. Un duro.
Ma Joachin Ortega de la Cruz, figlio di Santiago Ortega de la Cruz, La Leyenda, non era giunto fin lì per veder fallita la sua missione. Aveva affrontato un viaggio durissimo. Pieno d’insidie. Da ultimo, l’aver subito la follia di quel manipolo di gringos che lo avevano derubato e poi, per solo divertimento, intrappolato nel tumbleweed.
Riprendersi il corpo di suo padre non gli bastava.
Voleva che gli venisse restituito anche l’onore.
– Per quanti dollari è stato venduto il suo onore? – urlò con rabbia dolorosa – Dimmelo sceriffo, perché per uccidere La Leyenda, il capestro, da solo, non sarebbe bastato. Per farlo morire davvero gli avete dovuto insozzare l’anima –
Ostinato, nell’impotenza della sua solitudine, Joachin Ortega de la Cruz continuava a gridare, nel nome del padre, la sua verità.
Impicchiamo anche lui.
Scherzo di natura. Depravato. Nano.
Gridava la folla inferocita.
Lanciandogli contro insulti e pietre.
L’uomo col distintivo tornò sui suoi passi solo per sibilare il suo avvertimento definitivo – Vattene, nano. Non costringermi a costruire il capestro più piccolo della storia –