Cuore randagio

Ho sentito che la chiamano luna.
L’ho sentito da due ragazzi che si sono appartati dietro un cespuglio.
È la prima volta che la vedo. A dire la verità è la prima volta che vedo qualcosa da tanto tempo.

«Non devi toccarla, hai capito! Non è per giocare.»
«Si , mamma.»
Parlavano di me.
Lei, la mamma, mi aveva adagiata con delicatezza sul letto tra un cuscino e l’altro. Il vestitino di velluto blu drappeggiato come una corolla intorno alle mie gambe aperte. Sapevo di essere bella. L’avevo dedotto dallo sguardo ammirato della bambina che mi fissava senza osare avvicinarsi. Me lo confermava anche lo specchio del comò che avevo di fronte. Le mie braccia di plastica dura protese in avanti in cerca di un abbraccio. Abbraccio che temevo non sarebbe mai arrivato.
“ Non devi toccarla”, aveva detto.
Avrei voluto dirle che non mi piaceva stare lì ma la mia bocca disegnata di rosa era finta. Nessun suono.
Conoscevo il trascorrere del tempo attraverso la luce che filtrava dalla finestra. Quando si faceva buio sapevo che il mio posto sarebbe stato sulla poltrona. Le stagioni invece le riconoscevo dalle coperte sulle quali ero seduta. Quante ne sono passate sotto di me: di lana, di cotone, di filet e poi di nuovo di lana…
Loro erano passate ma io ero rimasta la stessa. Un po’ impolverata forse, ma sempre uguale. Non mi aveva scalfito il tempo come aveva fatto con quelle mani che ogni mattina per tante coperte mi avevano sistemata al centro del letto.
Conoscevo il mio destino ed ero certa che sarebbe stato così per sempre. E invece il destino mi aveva sorpresa.
Arrivò un giorno in cui quelle mani amorevoli non si curarono più di sollevarmi dalla poltrona. Le guardavo abbandonate sulla balza bianca del lenzuolo quelle mani, le guardavo e non capivo. E in un tempo che non saprei quantificare diventarono dure. Come le mie.
Poi fu silenzio e buio.
Sola.
Fino a quella mattina.

«Amore anche questa la dai via, vero?»
La voce era di un uomo che mi aveva sollevata quasi con disgusto.
« Ma si, butta tutto dentro. Non ci ho mai giocato da piccola, mia madre non me lo ha mai permesso, che me ne faccio ora?»

Fu così che finì a testa in giù in uno scatolone insieme a bomboniere, centrini all’uncinetto, bigodini e una stampa di via col vento.

« Metti tutto davanti al portone che fra un po’ passano gli spazzini.»
Non vedevo il portone da un sacco di coperte, da quando qualcuno mi portò in casa, e non lo vidi neppure quella volta, sommersa com’ero da tutta quella roba.
Mentre stavo appoggiata con le mani sul fondo del cartone sentivo il peso di una teiera di porcellana sulle mie mutandine di pizzo Sangallo. Beh, almeno non ero sola. Chissà dove saremmo finiti?
Ero lì in attesa quando mi sentì strattonare, rumori di cocci tutto intorno e le mie lunghe ciglia che pettinavano l’asfalto.

«Ancora quella maledetta randagia che viene a rovistare tra i rifiuti!» disse qualcuno.
«Quale randagia?»
« Il pastore tedesco dei Santini. Le hanno preso i cuccioli ed è scappata. Se ne va in giro a fare danni.»

Dunque la mia caviglia di PVC era in bocca ad un esemplare di cane femmina che dribblando tra le macchine si era allontanata prendendo la via del bosco.

Il tronco cavo di un albero e uno strato di foglie e muschio.
Era quella allora, la mia nuova casa?
Se avessi avuto dei buchi nel naso forse avrei sentito l’odore umido del sottobosco e se avessi avuto la pelle anche il calore di quella lingua rasposa che mi ripuliva dalla terra.
La mia testa fra le sue zampe aveva trovato il suo nido e quel nido lo chiamai mamma.
Si era accucciata nel mio abbraccio ed io fra il suo respiro e il battito del cuore.
Per quanto tempo non saprei, un buio e una luce forse, non ricordo.
Ricordo però che ad un certo punto si era alzata mi aveva coperta di foglie ed era sparita.
Se avessi avuto delle lacrime le avrei piante tutte.
Se ne è andata, pensai. E invece no.
Fece ritorno poco dopo con qualcosa fra i denti che inutilmente cercò di infilarmi in bocca.

« Presto, venite! Ho trovato delle piume. È qui da qualche parte. Giuro che è l’ultima volta che mi ruba una gallina!»
Quelle urla l’avevano fatta scattare.
Non so cosa sia successo dopo, so soltanto che la mia mamma cominciò a scavare una buca e mi ci infilò dentro. Poi ricordo solo la terra. E quel tuono.
Non è più tornata.
Conosco il trascorrere del tempo solo attraverso le coperte.
Quante ne sono passate sopra di me! Di foglie, di neve, di erba e ancora foglie…
Se non fosse stato per lo smottamento del terreno causato dalla pioggia io oggi non conoscerei la luna. E invece sono qui con le mie braccia protese in cerca di un abbraccio: dov’è la mia mamma?