Basta un treno per tornare indietro nel tempo.
Si ferma sul mare e ti restano solo i piedi per raggiungere la tua meta in città.
O al limite imbarcazioni che ancora si chiamano vaporetto.
Ci sono finestre, tante, e porte, in legno, spesso rovinate più dall’acqua che dalle mani. Ci sono panni stesi sopra i canali. Ci sono magazzini annacquati sotto le case, eppure sono pieni lo stesso, si vede. Qualcosa a tenuta stagna, immagino. Ci sono frigoriferi, casse di vino, sacchi di farina caricati sulle barche.
Ci sono cucine fumanti, odori che sembrano uguali ad una volta. Polpette di verdura, spezie, vini, pesce, il fegato che a me non piace, ma che mi rallegra sentire che qui è ancora un piatto forte.
Ci sono angoli meno gettonati che lasciano comunque senza fiato, che se solo si trovassero in qualsiasi altro angolo del mondo sarebbero la meta più ambita e invece qui al massimo sono di passaggio.
La musica arriva spesso, dalle case, dai ristoranti sui canali, dai negozi, dalle barche. Non ci sono i rumori delle auto, ma ce ne sono altri che si sentono di più. Vengono dall’acqua o dall’eco di una consegna in qualche canale non troppo lontano.
Se fa molto caldo non è difficile trovare un lato del canale all’ombra, ma le sedie non sono tante, perché lo spazio qui è centellinato, tanto che potrebbero consigliarti di andare a fare colazione in quella specifica pasticceria perché lì ci si può sedere.
L’ora del tramonto qui dura di più e puoi rincorrerla di canale in canale oppure goderti tutte le sfumature dalla banchina in cui ti trovi.

Quando ci vai poi ti resta dentro per giorni. Ti resta dentro occhi mai sazi, che continuano a riproporre versioni immaginate di angoli, vicoli, canali. Lei che ha saputo inventarsi dove non c’era terra e ancora resiste e conserva la sua forza. Lei che è nata per proteggersi, ma quando ne ha avuto l’occasione si è aperta al mondo, alle culture, alle religioni, a lingue e spezie e stoffe provenieti da lontano.

Resta dentro per giorni il colore, il mare che si insinua nei canali del cuore, l’odore, che si dice sia il collegamento più diretto col ricordo. Non si tratta solo della tua memoria, lo sai bene. Sovrapposti al tuo olfatto ce ne sono altri miliardi, con secoli e storie e culture e condizioni sociali che tessono infinite distanze di connessioni. E tutti concordano davanti al suo splendore, questo è certo.
A Venezia è facile credere agli spiriti, o sentire di essere uno di loro.
Quando giunge la notte, con le sue luci, non ti stupisci a veder passare un doge, o una dama, o un condannato a morte, perché in un negozio in un angolo appaiono maschere e abiti di una finitura e di tempi che hai visto solo indossati nei film. O dai fantasmi.
Ah, potresti piangere.
Che la bellezza a volte lo fa.