– E’ stato sedato?
– Si , professore…

Parlano di me come se non ci fossi. In fondo è vero. Istupidito, legato a questo letto, ma io non sono pazzo.
– Ehi, voi, mi sentite? Non sono pazzo!
Niente, non mi guardano neanche. È così da giorni. Devo stare calmo, devo fingere di essermi inventato tutto o mi manderanno in pappa il cervello con quella merda che mi iniettano nelle vene.

Ho provato a raccontare l’accaduto, Dio se ci ho provato, ma non mi hanno creduto.
È vero, urlavo quando è arrivata quella volante, ma se solo avessero visto quello che ho visto io!

Ho paura a chiudere gli occhi, temo possa tornare. Punto lo sguardo al soffitto. C’è una macchia d’umido larga come un tombino e qui dentro puzza di piscio. Il mio. Al confronto la cella di San Vittore sembrava una stanza d’albergo.
È lì che ho conosciuto Santino, detto Quattrodita. Il pollice della mano sinistra l’ha lasciato in pegno alle fauci di un mastino, messo a guardia della villa che aveva tentato di svaligiare.
Santino.
Devo a lui tutto quello che so.
Quando è arrivato io ero ospite dello stato già da un mese. Rissa e resistenza a pubblico ufficiale, l’accusa. Me la sarei cavata anche con poco se non avessi sputato in faccia all’avvocato d’ufficio. Un coglioncello fresco di laurea che più delle mie generalità non ha saputo dire. Puah!
Visto che ormai c’ero di casa in galera, mi sono toccati otto mesi senza la condizionale.
Non che la cosa mi facesse perdere il sonno: mangiare, bere, qualcuno che mi passava un po’ di fumo di straforo e la seduta con la psicologa due volte al mese.
Che donna ragazzi! Anche se del suo mestiere non ci capiva un cazzo.
Se ne stava lì seduta davanti a me a chiedere, a scavare, impassibile.
Le ho raccontato di un’infanzia infelice, della povertà, della sorte avversa, di cattive compagnie.
La verità è che erano tutte stronzate. Mio padre è un industriale e mia madre un medico, faccio quello che faccio perché mi piace.
Andavo da lei soltanto perché aveva due meloni così e per evitare di fare il laboratorio di falegnameria previsto dal carcere.
A pensarci ora, visto come sono messo, preferirei piallare e molare, piuttosto che essere immobilizzato a questa branda.

Ho deciso, ritratto tutto, voglio uscire da questo posto. Ma come faccio? Non posso dire che ero fatto né che ero ubriaco perché dalle analisi sanno che non lo ero.
Certo, non devo essere stato un bello spettacolo, ma sfido chiunque a non perdere la brocca trovandosi davanti a… ma che fanno mi chiudono la luce!

˗ Ehi, non chiudete la luce!
˗ Dorma!
˗ No, voi non avete capito…potrebbe tornare…vi prego…

Non mi ascoltano. Non lo fanno mai. Devo rimanere vigile, vigile! Devo pensare, pensare, pensare… per non addormentarmi. Dormirò domani, con il giorno. Si, farò così.

“ È un lavoretto facile, vedrai. Il mio gancio dell’agenzia viaggi ha detto che i proprietari mancheranno per due giorni”, così mi ha detto Santino.
Il fatto è che a me le cose facili non piacciono. Dove stà il brivido? Ho bisogno di provare l’adrenalina di essere colto sul fatto. Avrei dovuto rimanere a casa, ma lui ha insistito così tanto che alla fine ho accettato.

Niente allarme. La finestra blindata ha ceduto come burro. Appena entrato mi ha investito l’odore buono di cera per i mobili. Non ho acceso neanche la torcia. Mi muovo bene nel buio. Ho le vibrisse come i gatti.
È stato facile trovare l’oro. Lo tengono tutti nello stesso posto. Nel primo cassetto del comò.
Avevo quasi fatto, stavo per andarmene quando ho sentito un fruscìo dietro la schiena. Mi sono girato di scatto.
Niente.
Un sibilo, quasi impercettibile e una ventata d’aria gelida.
Ho fatto per muovermi ma ero bloccato, le gambe si rifiutavano di obbedirmi, mentre invece il mio braccio destro si alzava di scatto.
Un dolore tremendo alla guancia. Non capivo.

Ho acceso la torcia, mi tremavano le mani, il fascio di luce ballava nella stanza da destra a sinistra.
Il letto, i comodini l’armadio e nient’altro. Eppure avvertivo la presenza di qualcuno.

˗ Ehi, chi cazzo sei? Fatti vedere!
Piccola, minuta, vestita di nero con dei guanti bianchi e fra le mani un rosario. Mi si è piazzata davanti all’improvviso, il colore del volto che oscillava fra il bianco d’opale e il cinereo di un cielo di novembre. E gli occhi, oh gli occhi, non li dimenticherò mai ! Mi fissavano spenti, come se guardassero oltre la mia persona.
Un odore di fiori, intenso, mi stordiva.

˗ Senti nonna, fammi passare e nessuno si farà del male.
Stock!
La torcia fra le mie mani che incontra la mia fronte con violenza.
˗ Ma che ca…!
˗ Ti pare bello quello che stai facendo? Metti subito a posto quello che hai preso.
Una voce leggera e pure autoritaria in fondo alla stanza.
Due secondi prima era di fronte a me e ora…che stava succedendo?
Andava, veniva, non camminava, scivolava sul pavimento, ora in qua ora in là, sotto gli occhi o dietro la nuca. Raffiche di gelo mi impedivano di muovermi. Un pensiero terrificante si era affacciato nella mia mente.
˗ Ok, ok, poso tutto ma lasciami andare!
Ho svuotato le tasche ma i piedi continuavano ad essere di cemento.
Un calore fra le cosce a raccontare la mia paura.
˗ Cosa diavolo vuoi ancora da me?
Da dietro l’orecchio la sua voce come un’eco che arrivava da lontano: “A quanto ammonta il danno che hai fatto?”

˗ Quale danno? Ahi!
Di nuovo la torcia.

˗ Il vetro.
˗ Venti…trenta euro..ahi…porca putt…
Un rumore di cocci all’inguine, la torcia come un manganello.
˗ Cento, ok? Anzi centocinquanta, ma lasciami andare!
Centotrenta …più un pezzo da cinque… più due euro e sessanta centesimi e una pallina di filo. Avevo svuotato le tasche.

˗ Ascolta non ho altro… ˗ cercavo di giustificarmi .
˗ Lascia lì e sparisci.
Non me lo sono fatto ripetere due volte. Ho quasi sbattuto contro la finestra e due secondi dopo ero già aggrappato alla grondaia.
Lei era lì, sul terrazzo, a guardarmi, la gonna nera svolazzava e non c’era un filo di vento. Mi sono messo a correre come un disperato nella strada deserta continuando a guardarmi indietro.
All’incrocio la volante.
E ora eccomi qui.

˗ Buonasera dottoressa. Quando è tornata?
˗ Buonasera Anna. Ieri l’altro. Sono distrutta.
˗ Lo immagino, le faccio le mie condoglianze.
˗ Grazie Anna. Lo so, era anziana, ma insieme a mia nonna va via una parte di me. Anche se, le dirò, la sento sempre vicina.

C’è il cambio di turno. Mi piace sentire parlare. Mi fanno compagnia le voci e mi impediscono di addormentarmi.

˗ Ecco dottoressa, queste sono le consegne. Ah, ne abbiamo uno nuovo. Povero Cristo. Dice di vedere i fantasmi.
˗ Beh, non deve essere l’unico ad avere bisogno della neuro. Pensi che in nostra assenza qualcuno si è introdotto in casa , non ha toccato niente e in più ha lasciato dei soldi sul comò.

Di cosa stanno parlando? Del furto… dei soldi? Stanno ridendo. Stanno ridendo di me. Non ci posso credere.

˗ Bene dottoressa, io vado. Vediamo se stasera riesco a dare la buonanotte al mio bambino, di solito lo trovo sempre addormentato.
˗ Vada pure Anna ci vediamo domani.

Il rumore della porta automatica e dei passi lievi nel corridoio.
L’ombra della dottoressa si staglia davanti alla porta della mia camera. Socchiudo gli occhi , faccio finta di dormire.
La sento prendere la cartella ai piedi del letto. Minuti interminabili. Sento un profumo di fiori. Forte. Intenso. Mi stordisce.
I passi si allontanano, sollevo le ciglia, a un palmo dal naso, piccola, minuta, vestita di nero con dei guanti bianchi e fra le mani un rosario, lei.
Un urlo cerca un varco nella gola ma mi fa cenno di stare zitto: “Schhh, non farlo. Domani vengono i tuoi a prenderti…e vedi di non fare più il cretino.

Stock! Un nocchino sulla fronte arrivato da chissà dove.
Non cammina, scivola verso la porta, e ci giurerei, e non sono pazzo, di averla vista farmi l’occhiolino.