Come sempre accade prima di ripubblicare un mio scritto doverosamente lo sottopongo alle fasi di rilettura e di correzione (quelle virgole che sempre dissemino in abbondanza e gli accenti non sempre ben impostati, e non parliamo delle doppie che nella mia romanità aggiungo dove non andrebbero e sottraggo laddove necessiterebbero)
La fase della rilettura, inevitabilmente, comporta anche quella sempre molto più intima della riflessione sul messaggio e la validità dello scritto, la sua ragione d’esistere nella sua compiutezza.
Le mie riflessioni vengono di solito stimolate dal finale che quasi sempre prediligo aperto, non tassativo, lasciando al lettore lo spiraglio da cui intravedere il suo finale ideale e magari una versione nuova della storia. Nella veste di lettrice, talvolta questa riscrittura de “la storia a modo mio” capita spesso anche a me di farla, senza per questo abiurare la storia originale: semplicemente la mia versione alternativa. Un esercizio di fantasia da cui sovente ricavo nuovo materiale di scrittura. Perché nulla s’inventa ma tutto si ricrea, che dal vecchio genera il nuovo e così niente davvero muore: il ciclo del mondo e quello della letteratura.
Credo che in questa sintesi si possa racchiudere anche il concetto di eternità.

La storia si svolge in 3 capitoli: nel primo si racconta di una siccità devastante, per cui si chiede, anzi si pretende, il miracolo non solo dalla santa protettrice del paese ma, come rafforzativo alla sua realizzazione, la collaborazione coatta del prete e della veggente, da sempre ostili l’uno all’altra.
Nel secondo, assistiamo al miracolo bizzarro di una pioggia circoscritta solo nel perimetro della cattedrale, e il conseguente ingenerare di una follia superstiziosa che per ovvie ragioni di sudditanza degli uomini verso le gerarchie più alte, e qui parliamo di quelle celesti, assolve dal misfatto la santa patrona (anche se è palese che solo a lei si potrebbe attribuirne la colpa) col prete, cinico ed opportunista, pronto a cavalcare quel malcontento che facilmente potrebbe sfociare in odio nei confronti della veggente, capro espiatorio a cui attribuire la responsabilità di quell’evento incredibile.
Una vendetta a cui mira, ritenendola colpevole di avergli, col buonsenso e la perspicacia, scippato anime alla causa della chiesa.
Nel terzo capitolo, dopo che Giustina e Victor hanno consumato la loro prima, appassionata notte d’amore, nello scambio reciproco delle proprie peculiarità (lui, l’insonne, dormirà il suo primo sonno ristorante, e lei, la veggente, lo veglierà dimentica delle sue visioni) finalmente piove.
Ma è una pioggia apocalittica quella che il cielo spurga, che rischia di trasformare la terra in uno sconfinato oceano.
Dunque neppure l’amore è riuscito a compiere il miracolo della salvezza. Non nel giusto modo.
Eppure in quella notte d’amore, innocente ed appassionato, lo yin e lo yang (la donna che vive nella luce e l’esule giunto dal buio più remoto) correttamente si sono ricongiunti, compenetrandosi, la luna ha ceduto un po della sua freddezza e il sole un po del suo calore, per il conseguimento di quel perfetto bilanciamento meteorologico, indispensabile a ristabilire gli equilibri del mondo.

Ma quant’è irrecuperabile quel mondo se neanche l’amore riesce a salvarlo?
Nessuno vede, o vuol vedere, il baratro su cui si cammina, immaginando per presunzione o per pigrizia, o solo per fatalismo, la terra sotto i piedi, sempre ferma, solida e compatta, e se poi in quel baratro si precipita, la colpa sarà della nebbia troppo fitta, della distrazione divina, di un potente malocchio o di un infausto destino.
Sempre colpa di altri, mai di se stessi.

Se l’uomo non cambia non cambierà neppure il mondo, perché il mondo è governato dagli uomini e non da Dio, né dalla nebbia o dal destino.
E l’uomo, a quanto pure nel presente appare, non è pronto a sinceri quanto onesti cambiamenti, così come dimostra il prete che in ultimo esige con le minacce la collaborazione dalla veggente.
Non c’è speranza di una vera redenzione per un mondo siffatto, e questa amara riflessione che induce Giustina a seguire Victor, del quale porta in grembo un figlio (quell’asso di bastoni che, nella sua visione, germoglia dal suo ombelico) e dar vita ad una stirpe nuova.
D’altronde loro hanno provato a salvare il vecchio mondo, con l’unica arma che avevano, quella dell’amore, l’unico strumento in grado di stabilizzarne gli equilibri. Eppure hanno fallito.

STRUTTURA DEL RACCONTO
Victor Galeno, l’uomo della pioggia, l’esule insonne giunto dal buio più remoto per congiungersi con Giustina Nepanto, la veggente che nella luce vive, per ristabilire, con un atto d’amore innocente e carnale, gli equilibri di un mondo sull’orlo del baratro, pur dando titolo al racconto appare solo brevemente all’interno dei tre capitoli, perché la protagonista di questa storia è la meteorologia e le sue bizzarre performance, in risposta all’arrogante cecità degli uomini, alla malafede e agli egoismi che li governano. E’ il cielo che sovrastando quella terra abitata da creature minime, passive e incoerenti, arroganti perfino nella loro palese impotenza a salvare se stessi, insensibili ai suoi avvertimenti, alla fine attua la sua definitiva giustizia.
Dialoghi ed azione sono ridotti al minimo. Una mia scelta questa, avendo voluto dare al mio racconto un’impronta soprattutto psicologica, dove l’azione viene raccontata nelle sue motivazioni e non visivamente inscenata.

Ambientato tra Macondo e il Monte Ararat, dove si suppone fosse arenata l’Arca di Noè, perché nulla s’inventa ma tutto si ricrea, che dal vecchio genera il nuovo e così niente davvero muore: il ciclo del mondo come quello della letteratura.