La chiamavano Fever perché aveva sempre la febbre. E poi, con quel caschetto biondo, era tale e quale a Peggy Lee. Durante l’ora di ricreazione, Fever si stendeva sul banco e cominciava a tormentare i capelli fino a sembrare un piccolo fungo. Quando l’ora di ricreazione era finita, alzava la testa, ma gli occhi le rimanevano nascosti sotto la frangia folta e chiara. Tanto per lei restare con gli occhi chiusi non era un problema. Lei non ce la faceva a seguire, lei aveva la febbre. «Fever!», provava a scuoterla Martina, la sua compagna di banco. Le passava i compiti ogni giorno, soprattutto da quando dal primo banco Martina era stata trasferita all’ultimo. Aveva dovuto scambiare il suo posto con Giò e Terry, le amiche di Fever, le casiniste della classe. L’insegnante di storia le aveva punite costringendole a mettersi davanti, tra i primi banchi, dove poteva controllarle meglio. E così Martina era diventata la nuova compagna di banco di Fever. Ma Fever non le parlava. A Martina dispiaceva, di certo non se la prendeva sul personale. Martina era una ragazzina matura, una che leggeva un sacco di libri, guardava i film impegnati e se incontrava un barbone per strada, anche se non aveva spicci in tasca, non dimenticava di salutare. Martina e Fever si conoscevano fin da quando erano bambine e frequentavano la stessa scuola di danza. A quei tempi erano amiche del cuore. Poi Fever aveva smesso di frequentare la scuola di danza, Martina invece ci andava ancora. Da quei tempi, non si erano più viste, fino a quando si ritrovarono di fronte al cortile del liceo dove si erano iscritte entrambe. Il primo giorno si incontrarono per caso fuori al cortile. I capelli di Fever erano biondi come insegne luminose nei luna park, gli occhi dipinti di scuro, un contrasto che dava fastidio. Forse a qualcuno, conoscendola adesso, avrebbe avuto paura di quella ragazza. Quel giorno comunque, e anche durante i giorni e i mesi e gli anni a venire, Fever e Martina si ignorarono come se non si fossero mai viste. Adesso però erano tornate ad essere vicine, tra quei banchi in fondo vicino alla finestra. «Perché lei no?» chiese Giò quando si accorse che a Fever era stato permesso di restare dietro, mentre lei e Terry erano state costrette a spostarsi davanti. «Perché almeno lei non parla» rispose la prof. Fever intanto non sembrava nemmeno essersi accorta del cambio di banco tra le sue amiche. A Martina, che quella mattina non c’era, del cambio di banco l’avrebbe avvisata Leonardo, il suo migliore amico, lo stesso che Terry e Giò prendevano in giro ogni giorno, perché Leonardo era un secchione, conosceva le cellule del corpo umano meglio della strada che da scuola lo riportava fino a casa. E così, quando quel giorno la prof decise di spostare quelle due streghe al primo banco al posto di Martina, lui subito avvisò la sua amica. Non sarebbero stati più vicini, ora le toccavano i banchi di dietro. Martina tornò a scuola dopo una settimana. Questa volta la febbre era venuta a lei. Quando tornò a scuola, trovò un banco vuoto vicino a Fever. Sapeva già che quel posto era destinato a lei. Poggiò lo zaino vicino al banco, mentre provava a salutare la sua vecchia amica, ma quella nemmeno se ne accorse, con la testa che le cadeva su un braccio, era troppo impegnata a disegnare cuoricini sul banco. Martina tirò fuori il libro di storia. Le prime due ore del giovedì mattina erano uno strazio per tutti, persino per lei. Aprì il libro e lo spinse verso il banco di Fever. Lo avrebbe diviso con lei. Fever non portava mai i libri a scuola. Tanto a lei non servivano, lei non parlava. Ma quando la copertina di quel grosso libro coprì uno dei suoi cuoricini, alzò finalmente la testa e guardò Martina negli occhi. Come aveva osato disturbare il suo graphic novel quotidiano. Così, smise finalmente di disegnare cuori e cominciò a fissare lo strazio autunnale degli alberi tra i cortili e le strade.

Giò e Terry erano amiche fin da piccole. Martina si ricordava di loro, fin da quando si nascondevano dietro gli angoli delle strade per tirare sassi ai gattini appena nati. Quelle due Martina non le aveva mai sopportate. Soprattutto non le sopportava adesso, che si erano fatte alte e ancor più sfrontate. Da come si conciavano, sembravano appena uscite da uno di quei vecchi video clip di Cindy Lauper. Martina non aveva mai capito come quelle due fossero diventate amiche di Fever. Tuttavia, da quando Fever non aveva più frequentato quella scuola di danza, Martina non l’aveva più vista. E così, di sicuro nella sua vita dovevano esser cambiate davvero tante cose in quegli anni dell’adolescenza che avevano reso Martina una piccola donna responsabile e riflessiva e avevano fatto crescere sulla testa di Fever un caschetto biondo lampione. Giò e Terry, comunque, a Martina non l’avevano mai calcolata, nemmeno per sbaglio, nemmeno tra le liste dei più sfigati. Eppure, da quando era stata trasferita tra i banchi dietro, lì dove sedevano solo i più fighi, il loro atteggiamento nei suoi confronti era notevolmente cambiato. Succedeva sempre più spesso infatti che durante la ricreazione quelle due le andavano vicino piano piano, come due piccole iene affamate, magari con la scusa di commentare la lezione di storia, oppure con l’idea di proporle qualcosa da fare insieme. «Ma come sono belli quegli orecchini» le disse una volta Terry. Martina quel giorno era appoggiata a un muretto dietro la scuola, mentre mangiava un panino guardando la gente che passeggiava fuori al cortile. Di sicuro tutta quella gente era diretta al mercato. Martina adorava il mercato del giovedì mattina. C’erano delle volte in cui non andava a scuola, per andare al mercato, mangiare la frutta di stagione, scambiare due chiacchiere coi contadini. Aveva spesso l’impressione che quella gente avesse molte più cose da dire rispetto a tutti quei professori che le toccava sentire ogni giorno. E così, quando quelle due serpi le si avvicinarono per commentare quanto erano belli i suoi orecchini, lei nemmeno le ascoltava, continuava a guardare la gente ma, prima che se ne accorgesse, quelle già le stavano addosso, una destra l’altra a sinistra. Insieme guardavano la gente che passava. Poi Giò tirò fuori il pacchetto di sigarette, Terry ne accese una e dopo di lei, anche Giò. Ne offrirono una anche a Martina, ma Martina non fumava. Fu quella però la scusa buona per spostarsi da lì. «Deve esserci qualcosa di strano…» disse a un certo punto Giò. «Eh già, qualcosa di molto ma molto strano…» le fece eco Terry. Martina fece finta di non ascoltarle, ma quando fu chiamata in causa, non poté tirarsi indietro. «Tu ne sai qualcosa?» le chiese infatti Giò, mentre si guardava attorno, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirle. «Io?» chiese Martina incredula. «Non riusciamo a capire cosa stia combinando…» «Combinare… a cosa vi riferite?» chiese Martina. Terry spense la sigaretta sul prato col tacco rovinato di quelle scarpe che sembravano rimediate da un cassonetto. La matita si era sciolta sotto i suoi occhi scuri. Ne metteva ogni giorno così tanta nemmeno fosse intonaco per tappare buchi sui muri portanti. «Fever…» disse infine Terry, strusciando le sue labbra incrostate di rossetto sulle orecchie di Martina. «Fever … che?» rispose lei infastidita dall’alito puzzolente di sigarette e caffeina. «C’è qualcosa che non va, Martina… e noi… noi siamo preoccupate, non possiamo lasciar sola la nostra Fever…» le spiegò Giò, tra le due era di sicuro la più credibile. Giò sembrava davvero preoccupata. Il suo volto pallido era in perfetta armonia col paesaggio autunnale che le circondava. «Cosa succede?» chiese Martina. Giò le si fece vicina e la invitò a sedersi su una panchina lì vicino. Mancavano pochi minuti alla fine della ricreazione, ma le promise che sarebbe stata breve. Le raccontò che era tutto cominciato quando, qualche tempo prima, Fever aveva conosciuto un ragazzo. Un tipo a posto, un amico del ragazzo di Terry. Ma da quando aveva conosciuto questo tizio, Fever si era isolata, non parlava più con loro, non rispondeva al telefono. «Quel che c’è di peggio, è che anche l’amico del mio ragazzo non sa che dire…» «Come si chiama?» «Il mio ragazzo?» «No, il suo amico» «Forse lo conosci… Si chiama Mirco, frequenta l’ultimo anno dello scientifico, quello che spesso…» Martina le fece cenno che aveva capito di chi si trattasse, poteva continuare il suo racconto. Insomma, di sicuro, le raccontò Giò, Fever si era presa una cotta per questo ragazzo. Spesso la trovavano che si aggirava nei pressi dello scientifico, qualcuno l’aveva avvistata nelle zone che frequentava quel tizio. Martina ripensò a quei cuoricini sul banco. Ma Fever era sempre stata una tenerona. «Non capisco cosa vi preoccupa» Martina interruppe bruscamente i racconti di Giò. Si stava facendo tardi. Terry fece cenno a Giò di continuare, come a dire: ci possiamo fidare di lei, lei è dei nostri. «Mirco è fidanzato…» «È fidanzato?…» Martina sembrava incredula, «E con chi?» «Beh… con una nostra amica. Forse la conosci, si chiama Lori, frequenta…» Martina le pregò di non continuare, aveva capito benissimo. «E allora perché glielo avete presentato?» Terry e Giò si guardarono. Fu Giò a rispondere: «Perché… Perché lui è un bel ragazzo, e lei deve diventare una donna, prima o poi…» Martina era sul punto di insultarle. Ma cercò di calmarsi. Era curiosa di sapere dove volessero andare a parare. «Dunque, che si fa?» chiese infine Martina. Da lontano la campanella suonava la fine della ricreazione. Giò guardò verso la strada. Questa volta fu Terry a prendere la parola. «Ascolta, Fever si fida di te. Ma non più di noi. Lei crede… Lei si sente presa in giro… Ma dobbiamo recuperarla in qualche modo… Capisci, lei è una tipa fragile, non è come noi…» «Questo è sicuro» rispose Martina, cercando di contenere il suo sarcasmo. «Devi seguirla» «Seguirla?!… Ma chi, io?…» Martina strabuzzò gli occhi, questo era il colmo. «Ogni giorno lei esce di casa alle quattro del pomeriggio. Non riusciamo però mai a seguirla. Riesce a seminarci» «Pensiate che segua Mirco?» «Oh no… Mirco ci ha raccontato che…» Terry guardò Giò, come aspettando un suo consenso. «Mirco ci ha detto che con Fever è tutto a posto, con lei è stato chiaro. Ma non vorrei si stia mettendo nei guai. Ultimamente ha sempre la testa da un’altra parte…» Oramai nel cortile non c’era più nessuno. Martina rassicurò quelle due, disse che avrebbe seguito Fever, era d’accordo, si doveva venire a capo di questa situazione. Mentre rientravano in classe, si separò da loro di qualche passo. Non vedeva che Fever le vedesse insieme, destando sospetti. Quando Martina andò a sedersi, Fever era lì che controllava il telefono. Martina riuscì solo a vedere che si scambiava dei messaggi con qualcuno. Ma non le riuscì di leggere con chi.

C’era una strada che portava dalla scuola verso il centro e che Martina non aveva mai attraversato. Era una strada piena di stranieri. A Martina le facevano paura, avevano l’aria disperata, lo sguardo perso, l’aspetto trasandato. Da gente del genere si sarebbe aspettata di tutto. E così, non avrebbe mai percorso quella strada, se non si fosse trattato di Fever, della sua vecchia amica. Che cosa ti è successo, piccola Fever, pensò Martina mentre la seguiva attenta a non farle accorgere che le stava dietro. Ripensava a quei tempi lontani, a quando erano due bambine e ogni cosa le divertiva a crepapelle. Fever era una bambina totalmente diversa dall’adulta che sarebbe diventata. Era vivace, attenta, non si riusciva a farla star ferma per più di un minuto. E poi rideva di tutto. Martina si chiedeva come avesse fatto a diventare così silenziosa, immobile, come prigioniera distante eppure felice in quella sua lontananza. La seguì ancora per quella strada. E poi la vide imboccare un vicoletto. Martina aveva quasi paura di scoprire dove la portasse. Cominciò a immaginarsi di tutto dentro la sua testa. Se si fosse trattato di droga, lei cosa avrebbe fatto? Di certo non poteva parlarne con quelle due. Magari erano state proprio loro a portarla tra quella gente. Da quelle due Martina si sarebbe aspettata di tutto, con quelle facce le avrebbe confuse facilmente con degli spacciatori. Così, Martina continuò a camminare dietro a Fever, fino a quando non la vide fermarsi. Un ragazzo, sembrava africano, le aprì una porta e lei entrò. Martina allora non riuscì a contenersi. Cominciò a correre verso l’amica, fino a raggiungerla. Ma quando arrivò, non riuscì a credere a quel che aveva davanti ai suoi occhi. Fever, accucciata su un gruppo di gattini, sembravano avere massimo un mese. Dava loro il latte. Non si accorse subito di lei, invece il ragazzo che le aveva aperto, la guardò sorridendo. «Hanno perso la mamma» le spiegò. Fever allora alzò la testa. Sorrise a Martina. Le sorrise come quando erano bambine.

Il ragazzo di Fever si chiamava Aziz e veniva dal Marocco. Le raccontò che era arrivato il Italia da qualche anno, che per campare puliva i palazzi della gente per bene, della gente come la famiglia di Fever. Aziz aveva qualche anno più di quelle due. Non aveva genitori. Le disse che all’inizio pensava che Fever fosse muta. Ma poi un giorno la sentì cantare. E così si era innamorato di lei. Martina restò con loro per l’;intero pomeriggio. Ma ancora Fever non le disse niente, per tutto quel tempo la guardava sorridendo per poi voltarsi verso quei gattini e guardarli con l’illusione che ancora vive negli occhi dei bambini. Prima di andare via, Aziz abbracciò Martina. Voleva dirgli che stava abbracciando il corpo di Giuda. Ma non lo fece, invece, strinse la mano di Fever e le promise che si sarebbero riviste il giorno dopo a scuola. Uscì da lì che era ancora pieno giorno. Guardò l’orologio, aveva tempo per completare le sue ricerche. Da quelle parti infatti bazzicava Mirco. E Mirco Martina lo conosceva bene. Eccome se lo conosceva. Lo conosceva così bene che quando quelle due le avevano detto che Fever bazzicava con Mirco, Martina non aveva avuto nessuna difficoltà a crederci. Lo trovò in quel bar dove si erano conosciuti qualche anno prima. Stava da solo, come se stesse aspettando qualcuno. Ma Mirco aveva sempre quell’aria, anche se quel qualcuno lo aveva appena incontrato. La vide da lontano, ma la salutò solo quando lei gli si fece vicino. Mirco a Martina le voleva bene, come si può voler bene solo a un complice. Martina gli andò vicino. In piedi di fianco a lui, guardavano insieme la gente che passava. Guardavano quella gente come prigionieri nostalgici di una vita che, pur essendo nostra, ci sfugge tra le mani irrimediabilmente, ali di gabbiano attratte da un mare più pulito di questi nostri strani pensieri. Eppure nemmeno il cinismo riusciva più a riscaldare quelle loro braccia rassegnate. Martina quel giorno evitava di guardare Mirco in faccia, con lui non le riusciva nemmeno la rabbia, nemmeno più il rancore poteva farli sentire vicini, come quei primi tempi, quando lei correva da lui con il cuore caldo, la disperazione nel petto di chi sa che molto presto dovrà andare via. Restarono ancora un po’ in silenzio, l’;uno in piedi vicino all’altra. Che ne sarà di noi, pensava Martina. Mirco sapeva cosa lei stesse pensando, ma non sapeva che farsene dei suoi pensieri tristi. Ne avevano già parlato tante di quelle volte che si accese una sigaretta e allontanò il suo sguardo tra quella gente che gli passava davanti e non sapeva di loro, a quella gente di loro non importava un bel niente. Nemmeno a Mirco importava, per lui ogni cosa sfumava dentro la stessa prospettiva, una dimensione facile, quella del vivi sereno e fai come ti pare. Lui non sapeva che ogni sera, dopo essere stati insieme, Martina tornava a casa, guardava la finestra e sentiva dentro un blocco di marmo che le spingeva il petto come dentro un abisso. Guardava per le strade e si chiedeva che fine avessero fatto le lacrime. Probabilmente erano precipitate dentro quella dimensione facile, un abisso che come una voragine le apriva il petto, aria che diventa vetro sugli occhi di chi, in un modo o nell’altro, resta sempre in piedi. «Vuoi un caffè?» le chiese alla fine Mirco. Le offriva sempre un caffè prima di invitarla ad entrare. Mirco abitava proprio lì dietro, in quel piccolo appartamento dove i genitori tornavano solo di sera. Martina non gli rispose, continuava a guardare la strada. Stringeva con quelle dita lunghe, affusolate e pulite, le labbra seccate da un inverno precoce. «Ora devo andare» gli rispose Martina, finalmente muovendosi da lì. Mirco le afferrò una spalla. A modo suo, le stava chiedendo di rimanere ancora un po’. Ma questa volta non poteva. La testa le bruciava. Forse aveva la febbre. Il giorno dopo Martina non andò a scuola. E nemmeno il giorno dopo ancora. Tornò dopo una settimana. La professoressa di storia stava spiegando il comunismo. Una Rivoluzione gentile, scrisse sul suo quaderno, mentre prendeva gli appunti. Perché gli uomini che sono riusciti ad allontanare le donne risultano sempre così mostruosamente cortesi. Prima che la prof finisse di spiegare, inviò un messagio a Giò. Le chiedeva di vedersi fuori a ricreazioni. Aveva notizie molto interessanti per loro.

Se qualcuno avesse visto quelle ragazze chiacchierare da lontano, avrebbe pensato a quanto è bella la giovinezza e quelle amicizie che incontri da giovane, ma poi quando le ritrovi. Giò e Terry sedute su dei massi di cemento buttati lì a caso nel cortile, Martina che andava avanti e indietro, il suo viso sembrava preoccupato, mentre quelle due, ad ascoltare i suoi racconti, godevano come bestie assetate di sangue vivo. «Non ci posso credere» commentava Giò scuotendo la testa, «Eppure io lo sapevo… lo sapevo che quella si era fissata con quel povero Mirco. Un ragazzo così bravo, vedessi quanto è dolce con la sua ragazza. Se non ci fosse Fever di mezzo che lo segue…» «Hai ragione» disse Martina, «Pensa ieri meno male a un certo punto sono arrivata io e l’ho salvato dall’impaccio… Comunque ragazze, dovete stare tranquille, ho parlato con Fever, dice che lo lascerà perdere. Sono convinta che andrà tutto bene. Mi ha promesso che da oggi in poi studieremo insieme. Per cui, se non la vedrete in giro, sarà a casa mia. Chiaramente, siete entrambe invitate, potremo formare un bel gruppetto… Anzi, già oggi pomeriggio…» «Ehi! Guarda lì… Vieni Giò…» Terry richiamò l’attenzione della sua amica. Avevano intravisto qualcuno dei loro amici arrivare. Martina sorrise loro e disse di non preoccuparsi. Immaginava avessero di meglio da fare. Quando rientrò in classe, trovò Fever che sfogliava divertita le pagine del libro di storia. Ogni tanto scuoteva la testa, altre volte allargava gli occhi interessata. Quando la vide avvicinarsi, chiuse il libro e glielo restituì. Martina le fece cenno che poteva tenerlo. Fever la guardò negli occhi con una tale intensità che Martina per un momento ebbe la sensazione che a Fever le fosse tornata la febbre. Poi Fever fece una cosa che lasciò Martina di stucco. L’abbracciò così forte come se non volesse lasciarla andare. «Passerà… Tutto passa prima o poi, persino la febbre!»