Padre Libero conosceva bene i meandri di quell’immenso stabile che un tempo era stato un convento, e vantava qualche conoscenza influente.

Il dolore di Agnese e la dignità con cui viveva il suo dramma l’avevano profondamente colpito; aveva quindi tentato di aiutarla a trovare una risposta alle sue paure.

Erano ormai trascorsi sei mesi da quando era iniziata quella ricerca spasmodica, senza che se ne venisse a capo. Le notizie erano discordanti, di certo si sapeva solo che il primo dicembre del ’42, Mario si era imbarcato su una nave; dopodiché i messaggi – frutto d’informazioni di seconda mano e continue smentite – erano stati i più disparati: “La nave è affondata, non ci sono superstiti”; “alcuni sono stati tratti in salvo da un’altra imbarcazione, c’è la possibilità che sia tra loro”; “ha raggiunto le coste tunisine”; “ha combattuto in Libia ed è stato ucciso”; “ha riportato delle ferite, ma è vivo”; “è prigioniero”

In realtà, le tracce di Mario si erano perse da tempo, e il suo silenzio stava mettendo a dura prova la costanza e la speranza di ritrovarle.

Anche a Roma la situazione si era fatta sempre più critica. Per un certo periodo, molti avevano immaginato di essere quasi al sicuro, forse perché vicini alla Santa Sede… ma così non era stato.

La piccola Anna, cresciuta prima del tempo, aveva acuito la sensibilità al rombo degli aerei, al sibilo delle bombe che venivano sganciate anche in lontananza e, appena sentiva qualcosa di anomalo, si precipitava a dare l’allarme a tutti, ancor prima della sirena del coprifuoco.

A mo’ di gatto, fuggiva furtiva a nascondersi, rintanandosi impaurita nell’angolo più recondito dei sotterranei della vicina chiesa dell’Immacolata, adibiti a ricovero antiaereo.

Sistematicamente, temeva che sua madre e la sua nonna paterna – che, rimasta vedova, era andata a vivere con loro – non arrivassero in tempo. Erano sempre le ultime, insieme a suo padre che, per nessun motivo al mondo, sarebbe riuscito a rimanere distaccato dalla famiglia in quei momenti.

Anna si disperava ogni volta; pregava Agnese di muoversi in fretta e si aggrappava alla sorella Liliana, coprendosi le orecchie, per cercare riparo anche dagli assordanti boati, nella speranza che l’incubo finisse presto.

 

Alle undici di mattina del 19 luglio 1943, sul cielo di Roma erano iniziate a piovere le bombe. Il quartiere di San Lorenzo era stato letteralmente devastato e, in poco più di tre ore, erano morte oltre tremila persone, mentre dodicimila erano rimaste ferite.

Erano stati momenti terribili e quella povera famiglia, già provata, non era stata risparmiata: Augusto aveva perso la vita, mentre cercava di raggiungere i suoi familiari, come faceva sempre; gli altri erano salvi.

Durante il bombardamento, mentre una densa nube di fumo si levava da terra e nuovi ordigni scendevano dall’alto a portare distruzione tra quelle povere case, la paura che fosse successo qualcosa ad Augusto si era a poco a poco impadronita dei suoi familiari, che erano rimasti col fiato sospeso in attesa del suo arrivo. In quelle tre ore interminabili, si erano rifugiati nella speranza che fosse rimasto bloccato, che avesse desistito dal raggiungerli, o magari che fosse stato ferito… terrorizzati dall’idea che fosse accaduto il peggio.

Finito il bombardamento, sulla via del ritorno, ogni dubbio era stato purtroppo tristemente chiarito; due agenti in divisa si erano avvicinati al portone di casa, dove un gruppetto di persone si era fermato a parlare, a scambiarsi informazioni su chi mancava all’appello.

I due avevano chiesto se ci fosse qualcuno della famiglia Sardi; si era fatto avanti Alfredo – l’altro figlio – presentandosi.

Subito dopo – senza indugi né un pizzico di sensibilità –  si era sentito dire: “A rega’, Tu’ padre è passato a mejor vita. Quarcheduno ha ‘dda veni’ a riconoscelo…”. Era seguito un urlo disumano, che aveva richiamato l’attenzione di Agnese in lontananza: non aveva avuto dubbi sulla provenienza.

Dilaniata dal dolore, aveva dovuto recuperare la forza per non crollare, per sua suocera ormai vecchia, e per Anna troppo piccola… non voleva che sapessero della tragedia così bruscamente come era successo a lei e ad Alfredo, avrebbe trovato un modo dolce per dirlo a entrambe.

La piccola, dal canto suo, inosservata tra la folla, aveva già appreso la notizia della morte di suo padre da due vicini che, ignari della sua presenza, ne avevano continuato inavvertitamente a parlare tra di loro. In un attimo, si era sentita morire e, incamminandosi verso casa, un fiume di lacrime era sgorgato dai suoi occhi tristi, rigandole il volto.

Aveva abbandonato la sua infanzia per sempre.

A suo fratello Alfredo era toccato il compito più ingrato, quello di confermare l’identità del padre e di vederlo portar via, su un camion, con altri sventurati vittime dello stesso crudele destino. Avrebbe voluto tenerlo con sé, per piangerlo insieme alla sua famiglia e accompagnarlo nel suo ultimo viaggio; non gli fu concesso.

A duro prezzo, si era conquistato il ruolo di capofamiglia.

Per un po’ i collegamenti sarebbero stati impossibili. Molte zone erano state infatti rase al suolo, mucchi di macerie impedivano il passaggio in talune strade, le strade erano interrotte, la rete ferroviaria distrutta. Ed a rendere ancor più tragica la catastrofe, c’era pericolo di epidemie, che si era tentato di mitigare distribuendo uno strato di calce… che aveva anche il pregio di celare quel terreno di morte con un accecante manto bianco.

Il caldo soffocante non faceva che peggiorare la situazione.

 

Agnese ora piangeva la morte del marito, mentre continuava a investigare sul figlio scomparso.

Erano iniziate le pratiche per il riconoscimento dei caduti; le ricerche erano durate per un tempo che era sembrato infinito e ritrovare Augusto tra quella miriade di corpi senza vita era stato straziante e complicato. Finalmente, una mattina, era riuscita ad individuarlo, prima in una foto – capitata per caso tra quelle delle donne – e poi tra le salme.

Era stato rinvenuto nei pressi delle mura, dove lo aveva visto Alfredo l’ultima volta. Lo spostamento d’aria causato da una bomba lo aveva scaraventato violentemente contro la parete di marmo, provocandogli un grave ematoma sulla nuca e delle forti contusioni sul volto e sul petto; il suo corpo non riportava altri segni rilevanti e non aveva subito amputazioni.

Agnese lo osservava e, nella sventura, ringraziava il cielo di poter almeno dare una degna sepoltura all’unico uomo che aveva amato nella sua vita. Sapeva bene che era solo una magra consolazione, ma per lei era importante: non tutti avevano avuto quel privilegio.

 

Era morto contento, ed anche questo, nel dolore, era un sollievo per lei.