Parte quarta – Epilogo.
Avevano organizzato il viaggio in taxi in quella splendida e soleggiata giornata primaverile che sembrava scorrere tranquilla e incurante dei problemi dell’umanità:
«Soprattutto dei miei», pensò Giuseppe che era particolarmente in ansia.
Giulio era venuto a prenderlo sollecito e allegro come sempre ed erano ormai vicini alla meta.
Durante il viaggio parlarono poco e raggiunsero il paese in poco tempo.
Chiesero informazioni ad alcuni giovani seduti davanti a un bar sulla strada principale, vicino a una chiesa antica con una bella facciata in stile romanico e raggiunsero una stradina sterrata sulla quale si affacciavano delle graziose villette a due piani.
Erano quasi tutte simili circondate da giardini ben curati e pieni di fiori.
La casa che i due amici stavano cercando era l’ultima, in fondo alla strada.
Scesero e si misero d’accordo con il tassista che sarebbe rimasto nei paraggi e li avrebbe recuperati.
«Non penso che ci vorrà molto tempo» rifletté Giuseppe, «sempre che la donna voglia parlarmi e non ci sbatta fuori di casa subito», pensava con il cuore che gli batteva forte.
Ormai aveva deciso, era una cosa da fare.
«Andrò al bar a bermi qualcosa, quando siete pronti, chiamate», disse l’autista porgendo a Giuseppe un biglietto da visita.
I due amici si soffermarono un momento a guardare la graziosa villetta.
Era dipinta di bianco, con persiane verdi alle finestre e circondata da un giardino adorno di rigogliose piante di rose, bianchissime e delicate; il loro profumo era piacevole e inebriante.
Il giardino era incorniciato da una bassa siepe di un verde intenso e un piccolo cancello di ferro battuto sbarrava l’ingresso.
Giulio appoggiò una mano sul cancello che era appena accostato, lo aprì, entrarono nel vialetto di accesso, ghiaioso e ordinato e si guardarono intorno.
Un piccolo triciclo blu e giallo era abbandonato vicino alla porta del garage semiaperto; una palla rossa si nascondeva sotto una carriola e un’altalena appesa a una trave, dondolava leggera nell’aria.
Si avviarono alla porta d’ingresso, ricoperta da una tettoia di legno bianco e cercarono il campanello.
Una campanella dorata, appesa a una catena, era fissata al muro su un supporto di ferro battuto a destra della porta.
Giuseppe tirò la catenella e la piccola campana tintinnò lasciando nell’aria rintocchi argentini.
Nessun movimento all’interno.
Suonò di nuovo.
Niente. I due amici si scambiarono un’occhiata e Giuseppe disse deluso:
«Non c’è nessuno, abbiamo fatto il viaggio a vuoto, andiamo via.»
Aveva appena pronunciato quelle parole, quando il suono dolcissimo di un pianoforte si sparse nell’aria. I due uomini si scambiarono uno sguardo d’intesa e seguirono la musica che proveniva dal retro della casa.
Girato l’angolo, il giardino si trasformò in un piccolo e curato prato all’inglese, al centro del quale si ergeva in tutta la sua bellezza, un salice piangente che si specchiava rigoglioso in una fontana rotonda.
All’ombra dell’albero un tavolino, un dondolo e alcune sedie bianche, donavano un tocco intimo e accogliente a quel minuscolo angolo di paradiso.
La musica proveniva da una portafinestra spalancata e inondava il giardino con note sublimi.
Si fermarono ad ascoltare e Giuseppe, che era appassionato di musica classica, riconobbe l’Ouverture de Il Lago dei Cigni di Tchaikovsky, eseguito con una maestria e una raffinata delicatezza di tocco, da lasciare senza fiato.
Ascoltarono incantanti e si avvicinarono in silenzio alla soglia della porta da dove potevano intravedere un accogliente salone.
Seduta di spalle, davanti a un pianoforte, una giovane donna faceva volare le sue lunghe dita sui tasti bicolori.
I capelli, di un castano dorato, erano raccolti in una lunga e morbida treccia che le sfiorava la vita; indossava una tunica bianca a maniche lunghe che era scivolata di lato sul collo lasciando scoperta la spalla destra.
All’improvviso la musica s’interruppe, la giovane donna rimase ferma e all’erta, con la schiena leggermente rigida.
«C’è qualcuno?» chiese, «sei tu Marco?»
Si voltò verso di loro. Gli occhi erano di colore grigio-azzurro, il suo sguardo era perso in qualcosa d’indefinibile che non riuscirono a cogliere.
Giulio si precipitò a dire:
«Ci scusi l’intrusione, signora, non volevamo disturbare; abbiamo suonato il campanello, poi abbiamo seguito la musica ed eccoci qui. Io sono Giulio e questo è il mio amico Giuseppe. Abbiamo solo bisogno di parlare con lei, cioè, è il mio amico che deve parlarle», poi aggiunse per tranquillizzarla, «e non siamo delinquenti.»
Dopo una breve esitazione, lei sorrise illuminando il suo viso che era di un ovale perfetto.
Si alzò e tese loro le mani:
«Io sono Carla e, come forse avrete intuito, sono cieca».
I due uomini rimasero a guardarla sconcertati, ammutoliti e un silenzio imbarazzante calò tra loro.
All’improvviso si udirono dei passi e li raggiunse una voce argentina e allegra:
«Mamma, mamma, siamo arrivati, siamo qui, guarda cosa ti abbiamo portato» ed entrò correndo un bimbo di circa tre anni che teneva in mano una tartaruga, seguito da un giovane uomo.
Quando il bimbo vide gli estranei, si bloccò, il sorriso sparì dalle sue labbra, tornò indietro e si nascose timoroso dietro le gambe del padre.
Carla si voltò verso di loro con un sorriso radioso:
«Ciao piccolo, siete tornati, cosa mi hai portato? Oh, non avere timore, questi signori sono venuti a parlare con Mamma» e, rivolgendosi verso il marito aggiunse:
«Vieni, Marco, ti presento Giuseppe e Giulio; e questo è mio marito Marco.»
Si strinsero le mani e Marco, che li guardava con una certa curiosità, disse:
«Ma, prego, accomodatevi, vado a prendere qualcosa da bere. Mi aiuti Francesco? Intanto portiamo la tartaruga in giardino e lasciamo tranquilla la mamma qualche minuto con questi signori.»
I due uomini erano rimasti in silenzio e, soprattutto Giuseppe, era sbalordito dalla rivelazione di Carla.
«Aveva investito una cieca oppure era l’incidente che le aveva causato la cecità?»
Questi pensieri gli turbinavano in testa ed era rimasto in piedi, imbambolato e rigido come un manichino.
Giulio lo scosse con una gomitata e si sedettero su due poltroncine di fronte alla donna.
«Allora, cosa posso fare per voi?»
Silenzio.
Giuseppe era paralizzato, impaurito, pieno di sensi di colpa.
Giulio lo guardò con una certa preoccupazione.
Era pallido e sembrava dovesse svenire da un momento all’altro.
Prese l’iniziativa:
«Vede, signora, il mio amico Giuseppe non sta bene, un tumore, gli rimane poco tempo da vivere e allora …», s’interruppe impacciato.
Lei lo incoraggiò con un tono interrogativo:
«Io che cosa c’entro? Che cosa può fare una povera cieca come me? Le uniche cose che mi sono rimaste, sono la mia famiglia e il pianoforte», disse sommessamente con una certa malinconia nella voce.
Poi rimase in silenzio, in attesa.
Giuseppe inspirò profondamente, si sentiva a disagio; Giulio lo incoraggiò con lo sguardo ma era preoccupato dal pallore del suo viso.
Dal giardino arrivavano le grida spensierate e gioiose di Francesco, in contrasto con l’atmosfera tesa che aleggiava nel salone.
Finalmente Giuseppe iniziò a parlare, con voce sommessa, soppesando ogni parola e fissando Carla.
Sul viso della donna passarono ombre contrastanti che si alternavano tra lo stupore, l’incredulità, il dolore, la malinconia.
Poi calò il silenzio, ognuno di loro era immerso nei propri pensieri.
Giulio guardò l’amico e si alzò in piedi esclamando:
«Giuseppe, Giuseppe! Oddio, è svenuto, si sente male, bisogna chiamare un medico!»
Carla si alzò preoccupata e chiamò:
«Marco corri, c’è bisogno di te» e rivolta a Giulio:
«Tranquillo, mio marito è medico.»

Epilogo.
Era passato poco più di un mese dall’incontro con Carla; Giuseppe era stato portato d’urgenza all’ospedale più vicino e trasferito, poi, a Villa Serena, ma non ce l’aveva fatta.
Se n’era andato in silenzio assistito fino alla fine da Giulio e don Luigi.
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Giulio scende dall’auto davanti al cimitero, si avvia con passi stanchi all’ingresso; apre il cancello e s’incammina lungo il viale di ghiaia costeggiato da alti cipressi e da tombe ben curate.
Viene tutti i giorni a salutare il suo amico.
E’ assorto nei propri pensieri e si guarda attorno distrattamente. Pensa a Carla che non ha più visto da quel fatidico giorno.
Ha saputo da don Luigi che era una brava concertista, di discreto successo ma che, dopo l’incidente, aveva lasciato la carriera artistica per dedicarsi alla sua famiglia.
Passava le giornate suonando il pianoforte e dando lezioni di piano.
Aveva conosciuto Marco in ospedale, bravo oculista, che l’aveva seguita dopo l’incidente.
E’ lì che si erano innamorati e poi sposati.
Passa davanti a una piccola fontana dove una donna sta cambiando l’acqua ai fiori che non lo degna di uno sguardo; anche lei sembra essere assorta nei propri pensieri.
«Chissà se Carla lo avrà perdonato; è successo tutto all’improvviso … non c’è stato il tempo.»
Si avvicina alla tomba a capo chino pieno di tristezza e quando alza gli occhi, vede tre boccioli di rose bianche appoggiati ai piedi della lapide, proprio sotto a:
Bianchi Giuseppe
1950-2018
I delicati fiori sono posti accanto all’incisione di una piccola colomba che tiene nel becco un ramo d’ulivo.
Sotto ancora, una scritta (era stata un’idea di Giulio):
Riposa in Pace.

Gli si riempiono gli occhi di lacrime ed è invaso da una forte emozione:
«Sì, Carla ti ha perdonato, amico mio, ora puoi riposare in pace caro Giuseppe.»
Giulio accarezza con affetto la lapide, poi si volta e ritorna lentamente sui suoi passi.