La porta della camera da letto era chiusa da un bel po’. I parenti erano fuori, ad aspettare. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo.

Sono le nove del mattino e la mammina era arrivata da mezz’ora. Le avevano fatto trovare tutto pronto anche se si capiva già che ci sarebbe stata qualche complicazione. Alle 10.30 le urla sono diventate davvero strazianti. Le donne in attesa continuavano a contorcersi ad ogni strillo, tenendosi forte la pancia, memori di quei dolori che ti fanno sentire mamma, donna e umana, in qualsiasi parte del mondo. Ogni strillo diverso dall’altro, ogni strillo uguale e contemporaneo a quello di milioni di altre donne.
Marianna era nata intorno a mezzogiorno. Il tavolo apparecchiato. Il brodo ancora fumante per rimettere in sesto la puerpera. Scegliere il parto in casa nel 2002 era stata una scelta coraggiosa ma lei doveva distinguersi. La mamma, s’intende. Perché la figlia mulatta dagli occhi grandi e dalla labbra carnose, sapeva farsi strada da sé tra l’incredulità dei parenti. Rita avrebbe davvero voluto che la figlia, almeno la prima figlia, le somigliasse. L’aveva tanto voluta e desiderata che vederla così diversa le aveva provocato una strana sensazione. Non che fosse brutta la neonata, per carità! Era stupenda, ma Rita era convinta di esserlo molto di più. Era bionda, un po’ troppo ingrassata per la golosità e la gravidanza, ma molto appetitosa. Suo marito le riservava sempre degli sguardi malandrini benché non perdesse occasione per ricordarle che dalla Marylin Monroe d’un tempo si era arrivati alla Marlin di adesso. Che poi Marlin era il diminutivo usato per farle tornare nostalgia della sua forma smagliante prematrimoniale. Altro che squalo, in effetti, la somiglianza era con qualche cetaceo più ingombrante.
Tonino è il primo ad uscire dalla stanza e in braccio, infagottata in un bel lenzuolo di lino che si tramandava tra le donne della famiglia, ha Marianna. La bimba mostra subito una carnagione olivastra. La stessa di Tonino. Nonni, zii, nipoti, vicini di casa sono pronti a stappare lo spumante.
“Ma è nera!” bisbiglia qualche donna impertinente.
“È una bambina, santo Iddio, è una benedizione!”.
A sentire queste esclamazioni, Marco, che aveva giusto tredici anni, si era meravigliato. Non sapeva se fosse più astruso indicare il colore della pelle di sua cugina, oppure sostituire un’esplicita bestemmia con quel santo Iddio che manco Dante o Manzoni avrebbero mai usato.
“Zia Marlin, zia Marylin…” tutti i bambini l’avevano circondata. Era stremata Rita. Aveva i capelli zuppi di sudore appiccicati sulla fronte. Avevano acquisito un colore simile a quello della cenere calda. Sorrideva ai nipoti e chiedeva con gli occhi dove fosse Marianna. Le diedero l’acqua, sorrise ancora. Poi la mammina fece uscire tutti e con qualche altra donna igienizzò la stanza e fece attaccare la bimba per la prima poppata. Quel cioccolatino così tenero tra le braccia praticamente trasparenti della madre, era uno spettacolo irresistibile. A Tonino venne subito voglia di farne un altro, magari maschio. Per farlo diventare un campione di calcio. Già si vedeva tra una decina d’anni in curva Nord con birra, panino e figlio a tifare il Pescara. E poi chissà, magari un giorno anche i biancoazzurri sarebbero stati allenati da Zeman. E forse anche suo figlio. L’avrebbe chiamato Cristiano, come Ronaldo, oppure Leonardo come Messi. Ci pensò a lungo e si disse che se avesse fatto un figlio maschio l’avrebbe chiamato Emanuele come Calaiò o Federico come Giampaolo.
Tonino era così, felicissimo e incapace di godersi la felicità a fondo senza fare progetti. Che fossero anche progetti impossibili non gliene importava granché.
“Marlin, Marlin… è bellissima, facciamole subito un fratellino! Però prima devi rimetterti in forma.

Marianna e Federico, lei quindici anni e un fisico longilineo da fotomodella, lui un quattordicenne atletico ma scoordinato e biondissimo. Abbracciati, silenziosi. Fuori dalla porta della camera da letto della madre. È tutto pronto nel soggiorno dove hanno allestito la camera ardente. L’agenzia di pompe funebri ha portato la bara e tutto l’occorrente. Una bara lunga e stretta. Si apre la porta della camera da letto.
Tonino l’ha vestita con un abito da sera nero e arancione, bellissimo e scollato. Chi l’avrebbe mai detto che il cancro ti fa trovare la forma che la vita ti ha fatto perdere? La testa di sua moglie è poggiata sulla sua spalla, in maniera un po’ lasciva e un po’ rassegnata. Sarebbe una sposa magnifica oggi. Truccata alla perfezione da suo marito. Anche Tonino sembra uno sposo, vestito di tutto punto con l’abito del matrimonio e la cravatta ben allacciata. Pronto a sposarla di nuovo, pronto a partire per un nuovo viaggio di nozze. Le guance serie rigate dalle lacrime e un filo di voce con il quale si fa largo tra i parenti imbarazzati. Poi l’urlo che straccia la coltre dolorosa:
“DOVE’È LA CARROZZA DI MARYLIN?”

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