Era accaduto. Ed era stato magico. Tina dormiva ora tra le sue braccia e lui era rimasto a contemplarla estasiato, per memorizzare ogni fotogramma di lei per poterla poi ricomporre nel ricordo, nei momenti di solitudine. Non era solo bella, lei era una forza della natura, un vento zingaro che creava maremoti, scompigliava le dune del deserto, levigava le cime delle colline e frantumava le stelle. Un vento anarchico che ti trascinava con sé per un certo tratto di strada, spogliandoti, scompigliandoti, levigandoti, e in ultimo frantumandoti. Non per crudeltà ma semplicemente perché era quella la sua natura. Per amare Tina bisognava essere disposti ad accettare tutto di lei, anche quel destino ultimo. Era pronto ad affrontare quel viaggio senza ritorno?  Quello che sapeva con certezza era quello che provava per lei, un amore non solo di sentimento e di desiderio, ma qualcosa di più immenso, esclusivo, non esprimibile, non catalogabile, non  assimilabile a nessun altro sentire. La guardava dormire e qualcosa dentro di lui prendeva forma, s’espandeva, una sensazione benefica, un ristoro dell’anima, un appagamento così totale che non necessitava neppure del sesso per percepirlo con quell’intensità, quella potenza. Quella chiarezza.
L’aveva allora baciata con dolcezza sugli occhi per svegliarla col tepore delle sue labbra, e poi con  piccoli baci consecutivi a scendere lungo la linea perfetta del collo, indugiare sul tondo dell’omero per inebriarsi del bruno profumo dei suoi capelli, proseguire lungo le braccia e soffermarsi sui seni delicati, sfiorarli con dita tremanti mentre lei, a quel contatto, aveva inarcato la schiena con un movimento flessibile, istintivo, pronta ad accoglierlo nel grembo. Ma Paddy aveva proseguito nella sua silenziosa esplorazione, senza l’urgenza dell’amante e con la calma dell’innamorato intento a sublimare ogni poro, ogni neo del corpo di lei, soffermandosi rapito sui contorni sottili di una cicatrice d’infanzia, una piccola falce appena sopra il ginocchio, che il mondo ignorava e che solo a lui, nell’intimità, veniva rivelata.
Paddy l’aveva sfiorata con cautela estrema temendo di farle male, come se quell’antica ferita, al contatto delle sue dita, potesse tornare a sanguinare. Stupita e commossa da quel timido gesto di  inusuale delicatezza, Tina gli aveva preso la mano e l’aveva baciata.

«Dove va a fermarsi il vento, Tina?».

La domanda di Paddy l’aveva colta impreparata ad una risposta, semmai ve ne fosse stata una.
«Non lo so. A chi importa?» aveva risposto raggomitolandosi soddisfatta fra le sue braccia. E poi, sorridendo, aveva detto: «a volte fai discorsi strani, Paddy. Ma è questo uno dei motivi per cui mi piaci».

«Discorsi strani li fanno anche gli ubriachi, il prete quando recita messa, e i politici quando vogliono ingarbugliarti le idee. Ti piacciono anche loro?» aveva controbattuto semi serio, ma con un tremito interno che aveva cercato di non far trapelare dalla voce né dallo sguardo. Ma pure, Tina, istintivamente aveva captato la sua delusione e allora aveva cercato di porvi rimedio: «dovrebbero essere alla tua altezza per piacermi. E nessuno lo è».
Sancendo con un bacio questa solenne certezza.

«Sono innamorato di te».l
Era stato un sussurro quell’ammissione che il silenzio di lei, però, aveva amplificato.
Ora, Paddy, chiaramente percepiva l’eco di  quel vento dirompente che da lì a poco lo avrebbe frantumato.
Eppure aveva bisogno, per smettere ogni resistenza, cessare ogni illusione, di  lasciarsi completamente travolgere dal suo destino, di sentirselo dire che non lo amava.
Anche se lei gli aveva già risposto col suo silenzio.

«Ti amo, Tina» aveva detto abbracciandola. Ma lei s’era voltata di lato, sottraendosi al suo abbraccio e al suo sguardo, pudicamente coprendosi con un lembo di lenzuolo. Una barriera a protezione di se stessa. Un argine al dolore di lui.

«Mi piaci, Paddy, ma non sono innamorata di te».
La risposta di Tina, a voce bassa ma ferma, lo poneva davanti ad una realtà inequivocabile, spazzando via quell’effimero castello di speranze che dimoravano nel suo animo, non lasciando spazio all’equivoco.

«Questo cambierà le cose tra noi?».
La domanda di lei poneva un importante punto interrogativo su quel “dopo” su cui, però, non s’era soffermato, teso com’era a vagliare le possibilità del presente, per arrivare a quell’attimo, a quella stanza, a quel letto. Sfidando perfino l’umiliazione di un rifiuto. Ma così non era stato, che Tina davanti al suo timido, imbarazzato approccio, non s’era tirata indietro, anzi lo aveva incoraggiato con graziosa, audace sfacciataggine, come fosse un gioco a cui era ben lieta di partecipare. Un gioco in cui mostrava quella padronanza che a lui, invece, difettava, cosicché dal primo momento ne aveva assunto la regia, eccitata dalla prospettiva di esser lei, per una volta, a guidare il suo sagace, pacato amico, in un contesto dove lui mostrava così scarsa dimestichezza. S’era data a lui con gioiosa spontaneità, senza remore, sulla scia di quella complicità che basa sulla fiducia e sulla conoscenza (non era forse lui che l’aveva soccorsa in quella notte maledetta?) Forse, di sottofondo, c’era anche la gratitudine, ma in dosi non preponderanti, che lei mai si sarebbe data ad un uomo solo per riconoscenza, sentimento che avrebbe svalutato lei e sminuito l’altro. Paddy gli piaceva per cento altri  motivi, ma non ne era innamorata, e ad ogni modo per lei non era fondamentale esserlo, per andare a letto con un uomo bastava l’attrazione. Di Chet, invece, innamorata lo era stata, e guarda come era andata a finire la storia. Ma quello era il passato e nel presente, con Paddy, se non c’era l’amore c’era qualcosa d’infinitamente più grande: la complicità.
Una scoperta nuova per lei, e tutta ancora d’approfondire.

«Questo cambierà le cose tra noi?».
Aveva ripetuto la domanda, stavolta guardandolo negli occhi e costringendolo ad uscire dal silenzio dentro cui vagavano smarriti i suoi pensieri, a prendere atto che quel “dopo” stava già accadendo. E la decisione se continuare quella loro storia non dipendeva da Tina, come si era prefigurato dovesse essere, ma da lui.

«No, non cambierà nulla».
Tina, allora, lo aveva baciato. C’era passione in quel bacio, e di sottofondo anche gratitudine.

 

Quando padre Murray era rientrato a casa aveva trovato Paddy seduto al buio a fumare.

«Ah eccoti qui… è tutta la sera che ti cerco, avrei bisogno di parlarti. Ma che ci fai al buio?».
Paddy aveva rilevato l’urgenza nella voce del prete che nel frattempo armeggiava con l’interruttore, e lo aveva  bruscamente interrotto: no, non accendere la luce.

«Sono io a doverti parlare e preferirei farlo al buio. Devi confessarmi».
«Confessarti?  Ma di cosa parli? Tu sei ateo!«
Lo stupore genuino del prete aveva indotto Paddy ad un sorriso.

«Non si confessano solo i cattolici, ma anche i criminali e gli innamorati. E chiunque abbia un segreto».
La serietà del tono smentiva l’ironia della battuta, e padre Murray l’aveva rilevato.
S’era allora seduto di fronte a lui, al buio e in silenzio. In attesa.

«Io e Tina siamo stati insieme, e non me ne pento. Sono pronto ad assumermi tutta la responsabilità e le conseguenze, seppure questa storia riguardi solo noi due e, come stabilito con lei, nessun altro deve entrarci nel merito. Ma pure mi sembrava giusto tu lo sapessi, per rispetto alla nostra amicizia e all’avermi accolto nella tua casa. Io sono sinceramente, follemente innamorato, ma lei non lo è allo stesso modo di me. E’ stata onesta nel confessarmelo, perfino disarmante nella sua schiettezza. Non mi sono soffermato a vagliare i pro e i contro di questa situazione, non è questo un calcolo esattoriale, intendo comunque lasciarla libera, non starò a gravarle addosso con la mia presenza né tanto meno con pressioni inopportune, e ridicole, per un uomo della mia età. Come vedi sono lucidamente consapevole della situazione, e ne accetto tutti i rischi. Vorrei l’accettassi anche tu, Liam, perché non sopporterei il tuo sguardo inquieto, o allarmato, su quello che potrebbe essere il mio “dopo”. Non voglio essere da te compatito e protetto, ma compreso. Non aspiro all’assoluzione del mio peccato, ma piuttosto alla comprensione per averlo commesso».

Terminata la sua confessione, Paddy attendeva nel buio, con l’anima sgravata, il verdetto dell’amico.
Ma qualunque fosse stato non sarebbe retrocesso di un passo. Mai si sarebbe sottratto a quel suo peccato.

«Amico mio, la strada per il paradiso somiglia così tanto a quella per l’inferno…una strada che ben conosco. Non sarò io a voltarti le spalle né a puntarti il dito contro, ma sarà l’intero mondo a farlo e tu ne uscirai con le ossa rotte. E…a proposito di ossa rotte, vengo ora dall’ospedale del distretto di Bum Park, dove sono stato chiamato al capezzale di Ronald Wood, su espressa richiesta dello stesso, per somministrargli i sacramenti dei moribondi. Era conciato davvero male, lo hanno massacrato di botte, non ha fatto in tempo a confessarsi, mi è spirato tra le braccia».

«Lo conoscevi? Un tuo parrocchiano?».

«Lo conoscevo di vista e di fama, Wood “ il rosso”, per via delle sue idee politiche,  ma non frequentava la parrocchia, e dal fervore con cui bestemmiava credo non ne frequentasse alcuna. Una sola volta ho interloquito con lui e stavamo quasi per venire alle mani, poi, invece, abbiamo chiarito i nostri discordanti punti di vista, complici due bicchieri di vin santo (quello della messa), che hanno spianato la via ad un più che onorevole compromesso per entrambi. Non so però spiegarmi la ragione per cui Wood “il rosso” abbia chiesto me al suo capezzale».

«Magari un pentimento in estremis. Davanti alla morte si sparigliano le carte e cade ogni certezza».
Nessuna ironia nella riflessione di Paddy, che quel pensiero doveva averlo fatto spesso anche lui.
– No, non credo che il motivo sia da ricercarsi in questi sofismi filosofici, altrimenti avrebbe potuto ricevere  i sacramenti dal cappellano dell’ospedale».
L’affermazione di Liam risuonava solida come un dato incontrovertibile.

«Forse, attraverso la confessione, voleva metterti al corrente di qualcosa».

«È plausibile» aveva convenuto padre Murray, scuotendo il capo in segno d’assenso. E poi velatamente sorridendo aveva concluso: come vedi, amico mio, non sei l’unico ateo che si confessa.