DULUTH
Dylan e Scarlett percorsero il tratto di strada che li separava da Duluth, entrambi isolati nei propri pensieri, in un silenzio che sapeva già di nostalgia, scambiandosi di tanto intanto un’occhiata ed un sorriso. La loro breve storia era già finita e ora le strade si sarebbero divise: lui diretto alla sua festa privata, lei alla ricerca di un meccanico che rimettesse in moto lo scrambler.

– Ti avrei offerto da bere ma sono atteso a quella festa che senza di me non può iniziare. – Disse Dylan, sinceramente dispiaciuto.

–  Arrivederci, Dylan. E’ stato bello averti incontrato. Se avessi un recapito te lo lascerei, ma non ne ho, e neppure tu mi pare. –
Reprimendo l’istinto di baciarlo sulla bocca per trattenerlo, si limitò ad un bacio più casto sulla guancia. Dylan sorrise scompigliandole con le dita i capelli: abbi cura di te,  Scarlett.

Era l’addio di due buoni amici che per un momento erano stati anche due buoni amanti.
E così, con gli occhi asciutti, s’erano avviati, senza più voltarsi indietro, ognuno verso la propria strada.
E il proprio destino.Scarlett, seduta ad una tavola calda, ordinò una fetta di torta e un bicchiere di latte, perché la fame che l’aveva assillata per l’intero giorno era svanita soppiantata da un’indicibile tristezza che neppure la stanchezza era riuscita a neutralizzare in esigenze più fattibili e materiali, come quelli di una doccia calda e di un  sonno ristoratore, che avrebbero di sicuro concorso a riequilibrare quel suo sbandamento psicologico. Quell’insopprimibile senso di solitudine provocato dall’assenza di Dylan.
A questa sua intima, onesta ammissione di dipendenza, s’era schernita e poi arresa alla consapevolezza che quel suo malessere aveva il nome e il volto del suo occasionale compagno di viaggio. E non avrebbe abiurato a quel suo sentimento corsaro, che il rinnegarlo sarebbe stato tradire se stessa. Ci avrebbe convissuto fino a quando, immaginava, la nostalgia sarebbe dolcemente sfumata in ricordo.
Era uscita dalla tavola calda con l’indirizzo di un meccanico che a detta di Dorothy, la ragazza che serviva ai tavoli, era il migliore in assoluto di Duluth. E che poi fosse anche il suo boy-friend era solo un dettaglio che non inficiava il suo giudizio. Dorothy le aveva fornito anche l’indirizzo di una pensioncina, pulita e a buon mercato, a pochi passi dalla tavola calda. Per Scarlett quella lunga giornata terminava lì. Sapeva che non si sarebbe disfatta dei suoi assilli, ma la prospettiva di una doccia e di un letto caldo ora un po’ la rincuoravano. Eppoi chissà, Dylan, magari avrebbe avuto un ripensamento e dopo la festa sarebbe tornato a cercarla.
Una piccola speranza in quella sera di Duluth, fredda e priva di stelle.Dylan si fermò davanti all’imponente portone. L’indirizzo e il cognome coincidevano. Le informazioni essenziali inerenti  il suo incarico le aveva memorizzate. Non era nel suo modus operandi comportarsi alla stregua di un turista ignaro delle strade e degli indirizzi, così aveva imparato a registrare mnemonicamente tutto, soprattutto i particolari. Erano i dettagli che sempre facevano la differenza.
L’abitazione era poco fuori città, molto isolata e ubicata in una strada chiusa.
Dalle finestre non filtrava nessuna luce e alcun rumore. E anche intorno dominava il silenzio.
Con qualche difficoltà aveva scavalcato l’alto muro laterale, scivoloso di muschio e di liquami,  preferendolo al cancello in ferro battuto, più facile da violare ma più esposto alla vista. La chiave, come stabilito, era custodita nell’incavo del penultimo gradino. L’aveva girata senza difficoltà nella serratura, dopo averla però preventivamente oliata per evitare ogni possibilità di attrito. La camera da letto era al piano di sopra, prima porta a destra, subito dopo la consolle sopra la quale era posizionata una pregiata collezione di  ceramiche. Il pianerottolo era avvolto nella semioscurità, così lui, per evitare d’inciampare nella consolle, procedeva allineato alla balaustra, cosicché da trovarsi frontale alla porta.
Erano sempre i dettagli a fare la differenza. Per questo come prima cosa esigeva una descrizione minuziosa del luogo. Non è sufficiente dire la prima porta a destra, se a destra c’è anche un tavolino, di cui non sai nulla, con sopra delle ceramiche che potresti far tintinnare, o peggio ancora far cadere. Così come è necessario sapere dell’esistenza del folto tappeto in cui potresti incespicare appena varcata la soglia.
Accosciato a terra, Dylan, aveva estratto dalla custodia della chitarra un winchester 308 al quale, con gesti rapidi ed esperti, aveva applicato il silenziatore. Non aveva bisogno della luce per espletare quell’operazione, e neppure per orizzontarsi. Il buio gli era amico, perfino lo facilitava, al contrario della luce che, invece, gli feriva gli occhi, per via di quella sensibilità congenita ricevuta in dote con quelle sue pupille bicolori. Una tara ereditaria. Forse. Non aveva mai però indagato su questa sua peculiarità, adeguandosi a vivere con le modalità di un animale notturno. Ma di quella sua vita non s’era mai lamentato, e in definitiva gli piaceva, altrimenti avrebbe benissimo tentato un’altra. Non difettava né d’ingegno e né di talento.
Con una leggera pressione sulla maniglia la porta della camera s’era spalancata e nel riquadro era apparso il letto e l’uomo supino sul lato sinistro, placidamente addormentato, inconsapevole di quell’intrusione. Sul comodino di sinistra, come gli era stato riferito, aveva individuato la pistola. Inutile arma di difesa perché Dylan, a distanza ravvicinata,lo aveva centrato in piena fronte.

“In nomine patris, fillis et spiritus sancti. Amen”
Aveva mormorato premendo il grilletto.

Un lavoro pulito. Ineccepibile. Tanto che quello non s’era accorto di nulla, passando dal sonno alla morte con la stessa espressione rilassata con cui s’era addormentato.

Terminato il suo compito rapidamente aveva riposto il winchester  nella custodia, intraprendendo indisturbato il percorso verso l’uscita.
L’indomani qualcuno avrebbe trovato l’uomo ucciso nel suo letto e nessuna traccia del killer, mentre qualcun’altro avrebbe depositato sul suo conto un assegno con una cifra con molti zeri.