Poco traffico nel buio sul Bay Bridge e silenzio in macchina.
Ognuno chiuso nei suoi pensieri.
Un brivido: “l’umidità, il buio, il silenzio. Chissà?”
Oltre il ponte ci inoltriamo in una città semideserta. Downtown gelida, in penombra, priva di vita. Gli scorci più vivi sono atmosfere solitarie, rarefatte e fredde come nei dipinti di Hopper.
Parcheggiamo la nostra Corolla con la retromarcia rotta.
“L’appuntamento dal meccanico è domattina alle dieci”.
“Attento a come parcheggi altrimenti ci tocca scendere e spingere”.
Entriamo.
Ingresso con poca luce. Chiacchiericcio, suoni.
Ci mettono un timbro sul dorso della mano destra.
Un brivido: “Sterminio, gestapo, Dachau, Auschwitz”.
“Prego, la sala è di là”.
Sala ampia, poca luce. Vassoi carichi di birra che transitano tra giubbotti neri, borchie, calze a rete, capelli verdi, unghie viola, labbra nere, teste rasate, piercing.
Frastuono. Una band di giovanissimi suona sul palco là in fondo.
Franco non è giovanissimo ma tira fuori il basso dalla custodia, sale sul palco, prende posto nella band, si guarda intorno, saluta uno e comincia a suonare in sintonia con la band.
Ci sediamo in poltrona.
Osservi, ascolti, desideri capire cosa succede, vuoi avere tutto sotto controllo.
Svanisce la voglia di conquistare l’ambiente ed avere la situazione in pugno.
Ti vedi in campagna. Sei lì in campagna e il sole sorge e raccogli tabacco.
“Là fuori c’è un po’ di pioggia. Non è male”.
Esci, ti fumi una sigaretta sotto la pensilina, rientri.
“Cosa ci fai qua? Tu la terra dovevi zappare!”
Guardi Franco sul palco e ti meravigli.
“Scusa Dany, ma non era appassionato di jazz?”
“Sì, certo. Ora sta solo studiando. Sta lavorando per affinare la capacità di improvvisare seguendo il motivo della band”.
“Ah, sembra un virtuoso dell’heavy metal”.
“No, lo odia. L’heavy metal lo conosce poco. Sembra virtuoso solo perché è oramai bravo nell’adattarsi al resto della band. La partecipazione alle jam session ha prodotto i suoi frutti”.
Da un gruppo di ragazzotti provengono gridate in lingua ignota. Sembrano ubriachi.
Della band che suona non gliene importa nulla a nessuno.
“Quant’è bella la pioggia”.
La birra un po’ di calore lo da.
Esci. Altra sigaretta. Guardi un lampione con le gocce di pioggia che scintillano in controluce.
“Domani saprò se il lievito ha prodotto le virus like particles”.
Rientri nel frastuono.
“Senti Dany, mo che finiscono lo facciamo un salto a Fisherman Warf? Ti ricordi quella pizzeria? Non era male”.
“Sì, sì. Ora sentiamo pure cosa ne pensa Franco ma credo che abbia fame pure lui”.
Frastuono. Nessun volto. Bicchieri di birra su vassoi che transitano tra giubbotti neri, borchie, calze a rete, capelli verdi, unghie viola, labbra nere, teste lucide, piercing.
Sei nella limesa ad appendere le corde del tabacco da essiccare al sole sui talaretti.
Un tizio annuncia al microfono che la performance è finita ed augura buona prosecuzione di serata.
“Franco, mi hai sorpreso. La musica faceva cagare ma tu sei bravissimo. Senti, si va in pizzeria a Fisherman Warf?”
“Ti avevo avvertito che la musica non ti avrebbe scaldato. Sì, sì, andiamo, ho fame”.
“Oh, giuro che tanti zombies tutti insieme non li avevo mai visti prima”.
“Ah, ah, ah. Dai, non esagerare, poverini. Sono fatti così”.
“E chi dice nulla? Ogni zombie è bell’a mamma soja”.
A San Francisco piove lento.
Partiamo.
Daniela accende la radio. Ci sono i Dire Straits. Mark Knopfler pizzica le corde del paradiso e canta Sultans of Swing.
Poco traffico in città e risate in macchina: “La birra, l’idea che la serata con gli amici non è finita, l’idea di assaporare una pizza, la chitarra di Mark, chissà?”
Il cuore è lontano diecimila chilometri.
“A quest’ora stanno ancora dormendo”.
Abbracci tutti.
Un brivido, un nodo in gola: “la canzone, forse”.
“Avverti un brivido nell’oscurità, sta piovendo nel parco ma intanto a valle tu ti fermi e sai che possiedi tutto, una band sta suonando”.
La tristezza è un po’ smorzata.
La macchina corre troppo veloce.
“Oh! Che ti prende? Vai piano, cribbio! Rallenta!”
“Uh! Non me n’ero accorto. Forse è la fame. Ah, ah, ah. Ci siamo quasi. Che fame!”.
Ridi.
Per non piangere.
La città è ravvivata da luci riflesse su superfici bagnate.
Piove lento. Dai moli di Fisherman Warf lo skiline appare coperto di un blu che fa da sfondo a nugoli di scintille d’argento.
In pizzeria ci sono volti, c’è calore, c’è umanità.
La tristezza è ammorbidita.
“Aiutaci tutti quanti”.
Nel cielo oltre la finestra è appeso un quadro di Chagall.
Nell'inventare storie scrivo senza aver prima costruito un abbozzo di trama. Mi servo di uno spunto iniziale che scelgo a caso prendendolo dai mille spunti che ogni giorno abbiamo: una foto, un flash di memoria, una persona, un fiore, un cagnolino, una canzone, una qualsiasi emozione. Ecco, scrivo una frase suggerita da una emozione e da lì, come per incanto, si sviluppa un racconto. Il preciso meccanismo attraverso il quale la cosa accade è per me un mistero ma una vaga idea ce l'ho: spicco un volo, entro e mi perdo in un labirinto tridimensionale, trovo casualmente uno spezzone di filo, lo raccolgo e continuo a vagare, ne trovo un altro, lo lego al precedente e continuo a volare così finché il filo non diventa abbastanza lungo da permettermi di uscire dal labirinto. Rimettendo i piedi per terra mi ritrovo con un racconto scritto e mi dico che ho sognato. Mia moglie si incazza perché non rispondo al telefono e dimentico di pagare le bollette. A volte rimango a mezz'aria nel labirinto e casco giù di colpo. Fine del sogno. Altre volte va meglio e conduco invece il sogno a termine guidato chissà da quale celeste mistero. La trovo una cosa stimolante. Ed è per questo che scrivo? Sì, ma non solo. Ogni spezzone di filo che trovo altro non è che un frammento del mio vissuto, e volando nel labirinto altro non faccio se non scavare nella mia anima scoprendo così delle cose che credevo dimenticate. Per natura mi ritengo povero di parole, di pensiero e di vissuto ma scrivendo mi conforta scoprire che così non è, scrivendo scopro che di roba dentro ne ho ed ogni volta la cosa mi sorprende, mi consola e mi conforta. In sintesi: scrivere è per me divertente, confortevole e bello. Per il resto, oggi è il tre di ottobre del 2020, ho 67 anni, ho i capelli bianchi, ho moglie e figli, ho una laurea in biologia, ho un passato da ricercatore nel settore dei vaccini e delle biotecnologie, ho pubblicato decine di robe tra le quali una sessantina di articoli scientifici su riviste internazionali ed attraverso il mio lavoro ho conosciuto gente di ogni nazionalità ed ho girato un pochettino il mondo. Ho lavorato essenzialmente divertendomi per decenni, nel senso che ho fatto il lavoro che mi piaceva fare, ma per decenni ho ecceduto; ho lavorato giorno e notte trascurando il resto ed ora ho una specie di rigetto. Ora cerco di evadere e, chissà? La scrittura è forse la forma di evasione che prediligo. RP 03/10/2020
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