«Non possiamo continuare in questo modo!» La frase, scandita con decisione dalla donna, aveva un tono definitivo. L’uomo smise di far scivolare distrattamente l’indice sul manico del bicchiere di birra e alzò gli occhi verso la compagna seduta di fronte a lui, poi sembrò riflettere un attimo ed esitare prima di rispondere: «Tu credi?».
«E tu no?» fece lei di rimando, quasi fosse una sfida che era ridicolo solo pensare potesse perdere. Gli occhi di lui ebbero un’impercettibile contrazione. «Non lo so. Il guaio è proprio questo: non ne ho la più pallida idea…».
L’atmosfera del bar ricordava volutamente, e forse per questo in modo un po’ troppo artificioso, quella di un pub inglese: una grande sala illuminata dove c’era il bancone, poi altre stanze, più piccole, musica di sottofondo, un jazz tranquillo e rilassante che veniva fuori da diffusori nascosti, aria pesantemente viziata di fumo, vociare confuso di lingue diverse che si fondevano col rumore del vetro dei bicchieri e lo sciacquio del lavandino. La coppia, seduta nella sala grande da cui si vedeva l’ingresso del locale, ora taceva; quasi in bilico sul divanetto, le braccia poggiate sulle cosce coperte da una stretta gonna scura, in una posizione di vigile attesa, lei fissava l’uomo che le stava davanti, mentre lo sguardo di lui vagava irrequieto sulle pareti, sui volti che li circondavano, per tornare infine alla schiuma della birra nel bicchiere, con l’aria vagamente disgustata di chi ha smesso di cercare una soluzione al suo problema.
Ma la donna pareva proprio decisa ad arrivare sino in fondo e di questo lui dovette rendersi conto quando infine si decise a guardarla dritto in faccia: «Senti, lavoro tutto il giorno come una bestia e la sera sono sempre costretto a… tu sai cosa… per favore, almeno quando siamo assieme, vorrei potermi liberare di… tutto questo. Capita così di rado che possiamo vederci!».
Il viso di lei, delicato ed appena sfumato sugli occhi d’un tenue trucco verde, ebbe un chiaro moto di stanca ira: «Se credi che io mi diverta a vederti così conciato… non capisci che se parlo è proprio perché non ne posso più di questa situazione?».
Lui abbozzò un sorriso vagamente ironico: «Ah, adesso sei tu che ti senti stanca!». «Non tentare di fare dell’ironia da due soldi che avrebbe anche un non so che di ridicolo, per favore – lo interruppe lei con una certa violenza – sai benissimo a quale stanchezza mi riferisco!».
«Guarda Eugenia – fece lui di rimando – che non mi diverto neanche io, fino a prova contraria… e penso tu possa credermi se dico che non smetto un attimo di cercare una via di uscita. Semplicemente non mi riesce di trovarla…».
«Se tu mi fossi stato a sentire a suo tempo…». «Non ricominciare con questa storia, ti prego. Ho già ammesso mille volte d’essere stato un idiota, che ho sbagliato, che mi sono fatto prendere la mano. Se vuoi posso anche metterlo per iscritto una volta per tutte. Anzi guarda, lo firmo davanti a un notaio. Sono un perfetto cretino, firmato Mario eccetera… è questo che vuoi?».
Ora era lei a tacere: fissava ostinata il suo bicchiere mordendosi leggermente il labbro inferiore. Infine, lasciò andare una sorta di sospiro di rassegnazione: «Scusami, ma in qualche modo devo pur sfogarmi, senza con questo voler tornare sulle vecchie storie. Non è mia intenzione, dovresti saperlo, rinfacciarti qualcosa. Quello ch’è stato è stato. È solo che tutto mi sembra così assurdo e persino crudele! Tu devi trovare un modo… devi farlo per me… per te. Per noi insomma, se è vero, ed io ne sono certa, che mi ami… ti prego!».
La mano di lui corse leggera a carezzarle la guancia: «Non, non devi scusarti. Piuttosto dovrei essere io a farlo… tu non hai certo colpe per quello che mi sta accadendo… io invece… è già così terribilmente importante averti ritrovata. E non credere io non mi ponga il problema di quanto stai soffrendo a causa mia. Il fatto è che non riesco a trovare una soluzione e la testa mi ci scoppia sopra. Così finisco per dimenticare che tu, standomi accanto, non stai certo meglio di me!»
Negli occhi della donna spuntarono due lacrime che esitarono un attimo sulle lunghe ciglia prima di scendere rapide solcandole il viso con una traccia umida che lei rapidamente corse ad asciugarsi col palmo della mano. «Ti prego, non piangere… – la supplicò lui – sono già a pezzi per conto mio e se ti vedo piangere mi sento ancora più di merda. Non riesco a evitare di pensare a quando ti ho lasciato. Allora non piangesti: probabilmente fu l’orgoglio che t’impedì di dare libero sfogo alle lacrime. Ma io le vedevo lo stesso, anche se fingevo d’ignorarle per stare in pace con me stesso. Vedevo che ingoiavi a forza la decisione che t’imponevo… t’ho ammirata molto, lo sai? Forse te l’ho pure detto…». Lei fece segno di sì con la testa mentre con un fazzoletto di carta finiva d’asciugarsi le gote bagnate. «…ecco, vedi, tu forse ricordi meglio questi particolari. Fosti molto forte e coraggiosa, allora. Forse non ho alcun diritto di chiedertelo, ma vorrei che anche ora… soprattutto ora, usassi un po’ di quel coraggio. Allora mi servì per essere coerente con me stesso, oggi… ne ho bisogno per vivere!».
Quasi che quella specie di tirata lo avesse svuotato, l’uomo s’abbandonò un attimo sullo schienale della sua poltroncina, poi, con fare meccanico, afferrò dal tavolinetto una sigaretta, l’accese rapidamente come se da quel gesto dipendesse la sua possibilità di respirare e lasciò uscire lentamente il fumo. Pareva completamente assorto nell’osservare le volute azzurrine e sinuose che si mescolavano alla nebbia del locale; poi, d’improvviso e senza distogliere lo sguardo, riprese a parlare: «A volte penso di non meritarmi più nulla e che quanto mi sta accadendo è solo la logica conseguenza della mia debolezza e dei miei stupidi entusiasmi. Non posso più fare a meno di cercarti. Ma ogni volta me ne vergogno, quasi venissi da te a chiedere l’elemosina… quel calore che mi manca e di cui ho tanto bisogno per non perdere del tutto la testa».
La donna ora aveva gli occhi leggermente arrossati, ma non piangeva più. «Mario – disse – tu sai che io non pretendo nulla e rispetto… i tuoi silenzi. Però, come dire… mi sfugge il perché di questa situazione assurda, almeno ai miei occhi. Cerca di comprenderlo: ci vediamo da due mesi ormai, raramente e sempre di nascosto, come due clandestini, talvolta di corsa e per pochi minuti. In due mesi, una sola volta abbiamo avuto un pomeriggio da passare insieme…».
«Ma devi capirmi!» la interruppe Mario. Lei non lo lasciò continuare: «E mi sembra di fare di tutto per capirti ed accettarti!… lasciami continuare. Non ti sto rinfacciando nulla, voglio solo ragionare, o provarci almeno. Al telefono sei sempre telegrafico e distaccato, quasi anonimo; quando siamo assieme appari distrutto e disperato… Prima hai detto che lavori come una bestia e poi la sera fai… quello che fai… Mario, io quello che fai la sera non lo so, proprio per niente!… e non pretendo di saperlo, ma nemmeno tu puoi pretendere che io ti capisca e ti aiuti se non mi dimostri un minimo di fiducia. È giusto, secondo te, chiedermi una fede cieca e piuttosto ottusa, dovresti convenirne? A che mi serve? E cosa te ne fai tu di una donna che vedi saltuariamente, che dici di amare ma con la quale non hai fatto l’amore in due mesi e alla quale non puoi parlare di te, di quello che ti fa soffrire?». Trascinata dall’enfasi, il viso della donna s’era trasformato in una maschera dolorante e tesa, coi muscoli della faccia a fibrillare disegnando onde sotto la pelle tesa e luccicante e le labbra, solitamente carnose, stirate ed illividite, tanto che il leggero strato di rossetto appariva secco e screpolato.
“Ha ragione, maledettamente ragione… le sto chiedendo troppo” si trovò a pensare Mario, fissando quegli occhi chiari spalancati d’ansie e pieni di supplica, “dovrei avere la forza di dirle ch’è meglio mi lasci perdere… dovrei avere il coraggio…”. Invece disse: «Non ti arrabbiare. Diventi brutta e poi stai dando spettacolo. Ci guardano…».
La tensione di lei cadde improvvisa in uno smarrito sorriso: «Cosa vuoi m’importi della mia bellezza o dell’attenzione degli altri?». Il tono della sua voce era tornato normale: «Mi importi tu… i tuoi problemi… quello che c’è tra noi. Ma non capisci che questo… questa storia, così, non ha senso? O, almeno lo avrà per te, ma io brancolo nel buio! Tu lo accetteresti da me? Hai sempre predicato e sbandierato la chiarezza come essenziale in un rapporto, come condizione essenziale per cui due persone possano amarsi, ed ora…».
“Ed ora è un casino! D’accordo, è facile fare i paladini delle belle idee. I guai, quelli veri, cominciano quando ti capitano i fatti, certi fatti… voglio dire che non rinnego quello che ho sempre pensato. Lo penso ancora… ma… come spiegarti? Preferisco tenerti fuori da certe cose… anche per il tuo bene!”.
Sul viso di lei si dipinsero sconcerto e rabbia: «Il mio bene?!» fece ironica «E meno male che c’è qualcuno che se ne preoccupa e che, soprattutto, sa cosa sia il mio bene!». Poggiò le mani su quelle di lui ed avvicino il viso al suo, pretendendosi oltre il tavolinetto che li separava. «Mario, visto che tu lo sai, dimmi per favore qual è il mio bene! Perché io, da quando m’hai telefonato dopo quasi quattro anni…» ebbe un’esitazione, poi riprese «… tra un mese esatto fanno quattro anni che te ne sei andato dalla mia vita. Quasi quattro anni di silenzio assoluto. Poi tu sei riemerso dal nulla, dopo tutto questo tempo, con una telefonata in cui m’hai chiesto di rivederci. Da quella sera in cui ho avuto la debolezza d’accettare, la mia vita è piombata nel caos dell’incertezza e del dubbio. Ora tu dici di sapere qual è il mio bene. Non è una pretesa un po’ troppo grossa la tua?».
«Eugenia, io… ascoltami…».
«No Mario, sei tu che devi ascoltare, perché non ho finito. Tu non ha idea di quanto è stato difficile dimenticarti, accettare che tutto quello che avevamo creduto, o sarebbe meglio dire m’ero illusa, di costruire assieme faticosamente, la nostra vita giorno per giorno, pezzo dopo pezzo in un incastro meditato, sofferto, voluto assieme… tutto spazzato via da una passione tanto improvvisa quanto travolgente. Tu, il mostro del razionale, l’ipercritico, l’intellettuale saggio alla sistematica ricerca di se stesso e della propria anatomia spirituale, tu la roccia inattaccabile, infatuato, come un adolescente, d’una ragazzina scema, bravissima a sgranare gli occhioni della sua incoscienza, scambiando la vita per un palcoscenico sul quale esibire l’inutilità dei suoi giorni, contrabbandata per chissà quale mistica filosofia orientale. Una che, che…».
«Ti prego Eugenia, non mi va che tu la offenda». Il tono di lui voleva essere fermo e convinto, ma pareva più un’implorazione.
«E perché?» riprese lei con veemenza «perché non posso offenderla? S’è forse lei mai preoccupata di non offendere me, la mia vita, le mie cose? Che ne sapeva lei, con tutti i suoi profumi ed incensi orientali, coi suoi fiori tra i capelli, le sue vesti colorate, i suoi contorcimenti yoga, che ne sapeva di quanto stavo male ad accettare che la mia vita venisse sconvolta senza poter fare nulla?».
«Lei non c’entra… se c’è una colpa quella è mia, sono io che ho fatto la scelta di escluderti dalla mia vita, non lei!».
«Giusto, vero… verissimo… e difatti non è con lei che ce l’ho. Se parlo come parlo è perché tu le hai permesso di usarmi, cosciente o meno, come contraltare del suo fascino: lei fresca e giovane, io matura, lei piena di slanci e creatività, io affogata a risolvere il quotidiano, lei farfalla gioiosa, io tetra faticatrice, lei vita, io noia, lei passione, io abitudine. La ragazza sapeva benissimo la falsità di questi ruoli, ma se ne fregava altamente, mentre io cercavo, mi sforzavo di capire. Lei persa per i prati della sua fantasia, io umile portaborse dei tuoi problemi, a soffrire, a mostrarmi forte e comprensiva. Come credi mi sia sentita quando sei spuntato fuori di nuovo, dopo che faticosamente avevo ritrovato un mio equilibrio, una certa calma e fiducia nel quotidiano, un significato per i miei giorni lontano ed autonomo da quello che avevo coltivato accanto a te? Quale effetto credi faccia sentirsi dire vorrei vederti da un uomo che hai faticosamente allontanato dalla testa fino ad impedirgli, vivaddio, di condizionarti la vita?».
«Non lo so, ma…».
«Certo che non lo sai, persino ovvio. Ma ora ti spiego io l’effetto che fa: speri, disperatamente, che non sia vero, cerchi, come un naufrago, d’afferrarti saldamente al galleggiante relitto della ragione, ti ripeti che la cosa non ti fa più né caldo, né freddo, ch’è acqua passata, tutto finito, dimenticato. E mentre stringi i pugni per farti forza, dentro t’accorgi che, anche se fingi di non crederci, il cuore batte maledettamente veloce, che la pressione comincia ad ondeggiare e uno strano formicolio ti parte dalla cima dei capelli per invaderti tutto il tuo corpo. E intuisci di essere di nuovo sull’orlo di un baratro, mentre una voce suadente ti chiama dal buio profondo. Vorresti resistere, dire di no, che non puoi, che non vuoi rimettere tutto in discussione, che non te lo puoi permettere… ma intanto la volontà ha già ceduto, quasi per pigrizia, a quel richiamo. Un attimo e ti accorgi che è già troppo tardi, che qualcosa in te ha deciso e che hai di nuovo perso, una volta di più. Le ossa te le senti già piene di rassegnazione…».
L’ultima frase venne pronunciata da Eugenia con un esausto soffio di voce. L’uomo la guardava in silenzio. Nel suo volto era possibile cogliere un devastante senso di sconfitta, quasi un annichilimento totale, come se ogni forza, ogni volontà, ogni spinta fossero ormai niente altro che un lontano, nostalgico ricordo. Nel locale il numero dei presenti era notevolmente cresciuto ed il brusio di voci s’era fatto rumore totale ed indistinguibile, corale sottofondo ad accompagnare la musica dei diffusori, il che regalava alla coppia una sorta d’assurda intimità, accentuata dalle luci sfumate.
Mario sembrò concentrarsi in un qualche pensiero lontano: «Riconosci questa musica?» le chiese tornandola a guardare.
Eugenia parve ridestarsi dalla sorta di torpore ch’era seguito al lungo ed accorato sfogo: «Non so – rispose incerta – non mi sembra poi nuova… perché me lo chiedi?».
Mario accennò un timido sorriso: «Nulla di speciale… è una vecchia canzone. Era già vecchia quando noi eravamo giovani… un blues d’altri tempi… che nemmeno mi ricordo il titolo. È stato uno dei primi dischi che t’ho regalato, ai tempi che ci si vedeva alle assemblee studentesche del ’68… la canta Ray Charles».
La donna portò alle labbra il bicchiere della birra e mandò giù un piccolo sorso: «Sì, ora ricordo… qualcosa che parlava del vecchio Mississippi. Neanche io ricordo più il titolo e chissà dove è finito il disco.».
Lo sguardo della donna si perse nella marea dei ricordi: «Che strano rivedere tutto di allora con gli occhi di oggi. Quanti entusiasmi, quanto furore: rivoluzione, proletariato, potere, una piena inarrestabile di parole nelle quali affogavamo beati, certi del nostro pieno diritto a lottare per un mondo diverso, più giusto… le manifestazioni, gli slogan, gli scontri con i celerini, le barricate, le botte coi fascisti… e quelle folli riunioni che duravano intere notti ed il calore inesauribile che ci animava. Quanta ingenuità, è vero, ma quanta speranza! E forse anche una bella fetta di presunzione, inutile negarlo. Ma in fondo legittima… non rinnego nulla di quei tempi, neanche tutto quello che oggi so ch’era sbagliato. E non era poco, ma faceva parte d’un passaggio inevitabile per le nostre coscienze, un prezzo da pagare… un periodo istruttivo e, pur nella sua dispersione, ricco di significati. Non mi trascino rimpianti, ecco… in nome delle nostre certezze ci siamo illusi di poter cambiare il mondo come se fosse un gioco da ragazzi, ma noi credevamo in quello che facevamo e perciò era tutto bello… ma eravamo una preda sin troppo facile per qualunque strumentalizzazione. In fondo è giusto che tutto sia finito com’è finito».
«Hai ragione» commentò lui «abbiamo giocato sino in fondo il nostro ruolo… tante volte mi capita di chiedermi che fine hanno fatto tanti di quelli che chiamavamo compagni. A parte quei pochissimi finiti nella lotta armata, gli altri ora che cosa sono diventati? Immagino dei tranquilli borghesi, impiegati e professionisti, chi ricco chi povero, ma tutti più o meno in quel cliché che tanto criticavamo e di cui ci facevamo beffe. La vita non ti plasma con le disgrazie, ma con l’ironia. Semplicemente aspetta con pazienza che tu, da solo, ti metta con le spalle al muro: a quel punto si diverte a sbatterti in faccia le tanto sbandierate certezze, dopo averle passate al vaglio del tuo misero quotidiano. A venti anni era facile urlare a gola spiegata che volevamo fare della vita una rivoluzione permanente! Poi, la corrosione di un giorno dopo l’altro, il lavoro, le piccole beghe del lunario da sbarcare, gli impossibili problemi pratici della vita vera, i rapporti consumati nelle stesse paure che negavamo, tutto, lentamente, ha sfasciato l’inutile castello di carte. Ci siamo risvegliati un giorno e ci siamo resi conto, guardandoci allo specchio, che non solo che eravamo invecchiati, cosa inevitabile, ma che la nostra vita s’era ormai subdolamente incanalata in quelle tante normalità che ci facevano così schifo. Uno dopo l’altro abbiamo accettato i medesimi compromessi che rimproveravamo ai nostri padri, abbiamo ceduto alla convenienza, al quieto vivere, all’egoismo. Abbiamo perso invariabilmente tutte le battaglie che tanto presuntuosamente dicevamo d’aver vinto prima ancora di averle affrontate!»
Tacquero ambedue per un po’. Mario si ritrovò a guardare, alle spalle di Eugenia, una ragazzetta piccola, rotondetta, bionda, vestita in modo vagamente punk. Praticamente arrampicata su di uno sgabello del bar, parlava animatamente con un coetaneo che l’ascoltava distrattamente. Le labbra dipinte d’un viola acceso e violento, i capelli irti come le spine d’un riccio, accompagnava le parole con un frenetico agitare delle mani, interrompendo il monologo solo per sorseggiare un liquido giallo che aveva tutta l’aria di essere whiskey e di contribuire ampiamente alla sua visibile eccitazione. Pur nella confusione, Mario ebbe l’impressione che fosse americana, ma tentò inutilmente di seguire il filo dei suoi discorsi. Almeno a guardare da fuori era inevitabile ritrovarsi a considerare quanto quella generazione fosse diversa dalla sua e da quella di Eugenia. Ma era, appunto, solo un fatto esteriore? Difficile formulare una risposta: il mondo di quella ragazza gli era troppo lontano, benché da quattro anni convivesse con un’altra ragazza che di quel mondo poteva essere considerata un tipico esempio.
“No…” si trovò a riflettere “Silvia non era un tipico esempio di quella generazione. Piuttosto una sorta di esasperazione, magari sull’orlo dello sconfinare nella degenerazione. Sarebbe stato spaventoso pensare che tutti i giovani d’oggi siano come lei!”. Ma certo che aveva amato Silvia, di quel tipico amore irrazionale e sfrenato che pare proprio prediligere i tipi razionali e logici, quelli come lui, insomma! quelli che si vantavano di mantenere sempre il controllo sulle emozioni. Quelli che la vita si diverte a prendere per il culo, sconvolgendo loro ritmi ed abitudini. Riguardando il tutto ora, faticava a considerarlo amore… eppure l’aveva travolto, improvviso e violento: come una piena che rompe gli argini, in un attimo aveva distrutto ed irriso tutte le labili e costose barriere che il tempo aveva pazientemente sedimentato nella sua coscienza, per dilagare inarrestabile nei suoi giorni.
E, proprio come dopo un’alluvione, l’acqua era infine defluita lentamente lasciando una sconfortante desolazione nel paesaggio: i raccolti di faticose semine andati irrimediabilmente perduti per far spazio a montagne d’inutili detriti, fango ed inevitabili cadaveri delle vittime. Era rendendosi conto di questa realtà che gli era venuto spontaneo, in un certo senso, ricercare Eugenia, ma il decidersi a farlo non era stato facile. Doveva ammetterlo: durante la piena aveva salutato sua moglie con un certo sollievo, mentre lei s’allontanava dignitosamente da lui per mettersi in salvo, o almeno provarci.
Poi aveva preferito ignorare cosa fosse avvenuto di lei; il fatto che avesse rifiutato anche di ricevere da lui quegli alimenti che la legge imponeva lo aveva facilitato nell’evitare anche quella piccola forma di contatto con le proprie responsabilità. L’unico momento d’incontro era stata la breve, lapidaria farsa dell’udienza per la separazione della quale ricordava appena la sua fretta di andarsene, ampiamente condivisa dal giudice del resto. E poi, cos’era successo poi?
«A cosa stai pensando», le parole giunsero improvvise a scuoterlo dai ricordi per riportarlo al fumo ed alla conclusione del locale. «Non… m’ero un po’ perso nei ricordi…» fece una pausa, con Eugenia che lo guardava. «Stavo guardando una ragazza alle tue spalle… no, non ti girare… è solo una come tante ne vedi in giro. Ostenta prepotente i suoi pochi anni, negli abiti, negli atteggiamenti. Come se la sua giovinezza fosse un trofeo da esibire, e forse non ha torto. Mi verrebbe da chiedermi se realmente questi ragazzi sono così come sembrano, così diversi da come noi eravamo alla loro età. Sfacciati, disinvolti, provocatori, spesso arroganti… anche noi eravamo così? Mi chiedo. E se la risposta è affermativa, al di là dell’esteriorità, cosa dovevano pensare di noi quelli che, con estrema indelicatezza, chiamavamo matusa? Che strana sensazione sentirsi, in qualche modo, dall’altra parte della barricata!!».
«Non dirmi che ti senti vecchio!!». «Vecchio? No, non mi sento vecchio, mi ci fanno sentire loro ogni qualvolta, direttamente o meno, mi estromettono dal loro mondo e dalla loro realtà».
Sul volto di lei apparve una sorta di sorriso ironico: «Eppure… scusa se te lo dico ma… mi pare strano che proprio tu… sì, dico… se non ricordo male, Silvia…».
«Oh ricordi benissimo, come al solito del resto. Silvia ha appena 22 anni e ne aveva 18 quando ci siamo messi insieme. Appartiene quindi a pieno titolo a quella generazione che ho appena accusato di rifiutarmi… Ti pare strano, ma hai ragione, non fa una piega».
La donna guardò quello ch’era stato suo marito chiedendosi s’era questa la chiave che lui andava cercando nella telefonata di due mesi prima. Che le cose tra lui e Silvia andassero male, era piuttosto evidente, né lui aveva tentato di nasconderlo o sminuirlo; che poi stesse male per qualcosa che, direttamente o indirettamente riguardava la sua attuale compagna, anche questo sembrava balzare all’occhio.
“Ma – considerò tra sé – in realtà non è mai stato molto esplicito in proposito. A ben guardare sull’argomento non ho che un’abbondante quanto inconsistente collezione di mezze frasi, allusioni, inizi di discorsi persi per strada e vaghi riferimenti. Unica cosa certa nel quadro è quel suo star male che però sembra non concretizzarsi mai in qualcosa di preciso, identificabile, di certo”.
«Sì, molto – rispose Eugenia, riprendendo il filo della domanda di Mario, rimasta sospesa per aria – mi pare molto strano! D’altra parte, ho preferito non chiederti nulla in proposito. Né quando m’hai lasciata, ne quando sei tornato a cercarmi… Quattro anni fa… quando te sei andato, forse non volevo neanche sapere troppo, perché sapere era solo un modo per aumentare la sofferenza. Adesso, oggi… beh, è diverso: non sapere mi fa star male perché mi sento impotente. Se vogliamo, non è che allora mi sentissi meno impotente, però sapevo che dovevo solo trovare il modo di accettare quello che stava accadendo e dimenticarti. Oggi… maledizione, sento che hai bisogno di me e, al tempo stesso, non mi dici cosa ti accade ed io non so cosa fare. È molto più frustrante, non credi?»
«Hai ragione. Visto da fuori il mio comportamento è difficile da spiegare… è verissimo. Non so nemmeno se io accetterei quello che poi chiedo a te, immaginando d’invertire i ruoli. Però non raccontavo balle quando dicevo ch’è anche per il tuo bene che non ti dico certe cose… Ho paura di coinvolgerti, in qualche modo, in un gioco pericoloso. Come ipotesi è remota, ma gli scherzi della vita m’hanno reso diffidente e circospetto… magari è paranoia la mia, ma preferisco ridurre al minimo i rischi. Perciò…».
Mario interruppe bruscamente di parlare. I suoi occhi fissarono, come pietrificati, qualcosa o qualcuno che stava alle spalle di Eugenia ed il suo volto si contrasse in una espressione di autentico terrore, tale che lei mai ricordava d’avergli visto. Tutta la persona di lui parve irrigidirsi come in un animale che, incontrato il suo peggior nemico, prepari ogni fibra del suo essere all’inevitabile lotta. Il volto era di colpo sbiancato, mentre i muscoli del viso disegnavano spasmodiche ed intricate geometrie sotto la pelle tirata e cerea.
A lei venne istintivo fare il gesto di voltarsi per vedere chi o cosa aveva provocato tanto repentino sconvolgimento, ma non ne ebbe il tempo: la mano di lui era piombata velocissimo sul suo polso stringendolo in una morsa acuta e dolorosa. Lo guardò sconcertata, combattuta tra il dolore che la stretta le procurava e l’angoscia di quella paura ignota che ora sembrava impadronirsi anche di lei.
«Non ti voltare!» sibilò Mario in un soffio di voce tagliente e duro. Tanta era la violenza di quel comando che la donna restò inebetita ed immobile.
«Mario, mi stai facendo male!» le riuscì solo di mormorare in una smorfia di dolore. Ma lui parve non udire nemmeno: la tenaglia della mano sul polso non allentò minimamente la presa. Fu un attimo nel quale Eugenia, quasi travolta dalla disperazione, fu sul punto di lanciare un urlo, più per la paura che ora aveva di lui che per il dolore.
Ma l’uomo sembrò d’improvviso aver trovato una specie di soluzione perché, come risvegliandosi da una trance ipnotica, lasciò il polso della donna che prese immediatamente a massaggiarselo, mentre continuava a fissarlo con l’espressione sconcertata e dubbiosa. Lui non parve farci più caso di tanto ed iniziò a parlare rapidamente: «Scusami se t’ho fatto male, ma era necessario. Ora ascoltami bene: ricordi dove ho parcheggiato la macchina?».
Lei rispose affermativamente con un cenno della testa, senza peraltro abbandonare la smorfia sofferente e niente affatto convinta. «Bene… – continuò l’uomo, ch’ora pareva entrato in un’altra sorta di trance, stavolta eccitata e vigile – o forse è meglio di no. Dimentica la macchina… ora io mi alzo e vado alla toilette e tu ti accendi una sigaretta. Ci sto giusto il tempo di darti modo di vedere se qualcuno mi segue. Quando esco dalla toilette ti lancio una occhiata e se stai ancora fumando vorrà dire che non hai notato niente di strano, altrimenti avrai spento la sigaretta ed in tal caso io tornerò qui al divanetto. Se invece è tutto a posto, io lascerò il locale senza ripassare da te. Tu finisci la sigaretta… in ogni caso resta qui per almeno cinque minuti… svuota il bicchiere della birra… insomma fai quello che vuoi ma perdi un po’ di tempo senza dare nell’occhio. Poi esci anche tu. Appena fuori vai verso la stazione dei taxi ch’è sulla piazza, ce l’hai presente?».
Eugenia rispose anche stavolta affermativamente mentre la sua espressione stava progressivamente mutando in quella di chi si sta risvegliando da un incubo giusto per entrare in un altro. «Io dovrei essere lì ad aspettarti dietro i taxi, con la mia macchina. Ma, se non mi vedi, non star lì a pensarci, monta direttamente sul primo taxi libero, che sicuramente a quest’ora ci sarà, e vattene dritta a casa. Ti chiamo io domani o quando posso. Ma ti prego, fai come ti ho detto e non prendere altre iniziative. Ti assicuro che questo non è un gioco ed io non sono impazzito, credimi, anche se ammetto che il sospetto in proposito sia più che giustificato. Magari finirò per diventarlo pazzo ma ora… mi hai capito bene? Aspetta almeno cinque minuti, poi ai taxi sulla piazza e, se non ci sono, via a casa di corsa, senza esitazioni. Chiaro?»
Eugenia confermò meccanicamente, ormai rassegnata e certa d’essere dentro un incubo assurdo. «Quando mi alzerò non seguirmi con lo sguardo e sii disinvolta, quasi la cosa non ti riguardasse. Ma osserva se qualcuno pare seguirmi. Solo in tal caso spegni la sigaretta, altrimenti aspetta ch’io sia uscito dal locale per farlo. Ti prego, giurami che farai tutto per filo e per segno, taxi e casa inclusi, ti prego!!».
Non le rimase che giurare e Mario raccolse rapidamente le sue sigarette, ma poi ci ripensò: «Prendile tu… meglio…» e non specificò a cosa si riferisse con quel meglio, quindi si alzò e, senza fretta prese la strada della toilette. La donna, rimasta sola si scosse da quella sorta di stato ipnotico in cui era caduta, prese una sigaretta dal pacchetto rimasto sul tavolinetto, se la portò alle labbra e l’accese così come aveva promesso di fare, continuando a guardarsi intorno.
Cosa poteva aver provocato quel comportamento? Sostengono certi esperti che la paura è un istinto primitivo che scatena, come prima reazione, la fuga ma, se questa è impossibile, trasforma la più impavida delle vittime in un lottatore feroce e ne centuplica le forze. Ricordava d’aver visto una volta una povera lucertola divenuta oggetto delle attenzioni di un grosso cane lupo. Inizialmente aveva tentato la fuga più volte, ma il cane era sempre abbastanza rapido da bloccarla con la sua zampa enorme. Non sembrava veramente intenzionato ad ucciderla ma la situazione doveva essere assolutamente spiacevole per il piccolo rettile che però, una volta realizzato che era impossibile fuggire, stanco e, probabilmente anche ferito, aveva cambiato radicalmente strategia. Nella sua piccolezza s’era quasi sollevato sulle zampe posteriori cercando di aumentare al massimo le sue peraltro ridicole dimensioni, ed aveva spalancato minacciosamente le fauci verso l’aggressore.
Vista da fuori, la scena era quasi patetica; eppure, il coraggio del piccolo animale che si ergeva nelle sue ridicole proporzioni aveva un che di eroico, se non addirittura epico. Il cane avrebbe potuto spazzarla via con uno starnuto e di certo la lucertola lo sapeva: proprio questa coscienza però pareva aver risvegliato in lei una sorta di rassegnato furore. Se doveva morire, voleva farlo con dignità. Sicuramente il cane non era spaventato da quell’esserino che aveva davanti, tuttavia, chissà se sconcertato, ammirato dal coraggio o semplicemente annoiato da quel gioco, aveva deciso ch’era arrivato il momento di lasciar perdere e s’era semplicemente accucciato. In quella posizione era rimasto tranquillo a guardare la piccola lucertola andarsene infine strascicando una zampetta evidentemente menomata dalle attenzioni del bestione, ma con l’orgoglio di chi l’ha spuntata.
Sul viso di Mario, aveva visto passare in un attimo il terrore e, immediatamente dopo, una luce quasi assassina, la luce dell’animale pronto ad uccidere per salvarsi. Per un attimo doveva essersi sentito in trappola e sarebbe stato capace di scagliarsi contro il più grosso e pericoloso dei draghi, se non avesse trovato una via d’uscita.
Ed ora lei non riusciva a capacitarsi, a capire cosa potesse avesse scatenato tanta reazione. Continuava a guardarsi intorno cercando di vedere quello che aveva visto lui, ma nel locale tutto sembrava andare avanti ignorando totalmente quelle che, sempre di più, le parevano autentiche paranoie del suo ex marito: in fondo, mentre non si frequentavano, poteva essere accaduta qualunque cosa. Come poteva essere certa che il cervello di lui non fosse andato in pappa? Certe cose accadevano, nella vita reale, non era frequente, ma qualcuno impazziva, quindi…?
Cominciava seriamente a convincersi di aver sbagliato a lasciare che lui rientrasse nella sua vita. Aveva faticato così tanto a ritrovare un qualche equilibrio ed ora tutto stava andando a carte quarantotto e per cosa poi? Incontri volanti, discorsi spesso incomprensibili, ed ora anche le paranoie di chissà quali intrighi. Ci mancava solo sbucasse fuori la CIA o il KGB – e non era detto che prima o poi lui non le chiamasse in causa – ed il quadretto sarebbe stato completo!… no, assolutamente no, qui bisognava tirarsene fuori prima che tutto non si trasformasse, bene che andava, in una sorta di comica finale. Lei non aveva nessuna voglia di ridere, non almeno in questo modo e meno che mai su certi sentimenti. Le ferite erano appena rimarginate, ed era pura follia rimettersi a giocare con il coltello…
Il tempo che queste ed altre simili riflessioni impiegarono a transitarle nella testa fu quello necessario a vedere Mario sbucare fuori dalla toilette. Lo aveva fatto con una certa circospezione ed Eugenia ebbe la tentazione di spegnere la sigaretta per costringerlo a tornare al divanetto. Tuttavia, si trovò rapidamente a riflettere che non poteva contare in alcun modo sulla coerenza di lui: meglio rispettare quel ridicolo piano da spy-story ed affrontare qualsivoglia discorso fuori di lì. Così fece in modo che fosse ampiamente visibile la sigaretta accesa con le sue volute di fumo, non senza fare spallucce, rassegnata ormai al ridicolo della situazione.
L’uomo non sembrò aver minimamente guardato dalla parte di lei, tuttavia doveva averlo fatto, dato che prese risolutamente la direzione dell’uscita e in breve tempo scomparve dalla sua vista. Ora che era uscito, a Eugenia sembrò quasi che la luce del locale cambiasse. In realtà, anche se per quei pochi minuti, la sua sensazione era che tutta la tensione provocata dal comportamento di Mario, fosse uscita con lui: e questo bastava già a dare un senso diverso a ciò che la circondava. In fondo era un semplice locale, addirittura avrebbe potuto definirlo carino, se solo si fosse potuta permettere il lusso di guardarlo con l’occhio di chi lì ci andava giusto per passare qualche ora in compagnia, ascoltando musica e bevendo qualcosa. Magari girava anche qualcosa che non era proprio innocente quanto una cicca dei monopoli e c’era di sicuro qualcuno che di bicchieri ne mandava giù uno di troppo, senza dubbio.
Ma il motivo che spingeva lì tutta quella gente era, niente più niente meno, quello che da sempre rimescola nel sangue dei giovani e meno giovani: incontrarsi, stare insieme, conoscere, avere avventure. Lei invece era lì per… già, per quale diavolo di motivo era lì? Avrebbe dato chissà cosa per capirlo. Quando aveva l’età di gran parte di quelli che giravano per il locale, il suo tempo lo passava tutto nell’impegno sociale e politico e, come lei, tanti altri. Era triste pensare che anche quella dell’attivismo ideologico per molti fosse solo una moda o, come qualche maligno sosteneva, una maniera per rimorchiare. Anche se rodeva ammetterlo, con l’occhio disincantato dell’oggi quell’affermazione non poteva essere scartata a priori, specie se si pensava che a quei tempi i contatti tra i sessi erano assai meno facili e naturali, come appunto erano poi diventati negli anni ’90.
A ben guardare, là dentro Eugenia era proprio un pesce fuor d’acqua. Cercò di vedersi con l’occhio di qualcuno dei ragazzi del locale. Quando era entrata non ci aveva prestato più attenzione di tanto, ma ora, costretta dagli eventi a pensarci, a partire dalla sua età e per finire all’abbigliamento, tutto in lei stonava con quelle pareti. Adesso poi quel contrasto era ancora più evidente. Che diavolo ci stava a fare? Ed era questa maledetta domanda a ritornare monotona che cominciava ad innervosirla. Quello scemo del suo ex marito l’aveva trascinata là dentro, s’era inventato una ridicola sceneggiata in clima Berlino anni ’50, coi vopos dietro l’angolo, per poi piantarla su quel divanetto, evidente oggetto di dileggio da parte di chi aveva incominciato a rendersi conto della situazione.
Poteva anche essere una sua allucinazione, ma già le era parso che un paio di uomini si fossero dati di gomito indicandola con lo sguardo per poi scambiare qualche battuta e scoppiare in una discreta risata. Per carità, sapeva d’essere ancora una donna che poteva piacere e, quindi, non c’era da sorprendersi troppo se qualche maschio in calore la puntava, ora ch’era evidente fosse rimasta sola. Il fatto però d’essere così poco integrata nella fauna femminile del locale (come avrebbe detto quello stronzo di Mario) non le dava certezza alcuna che alla base di questo interessamento ci fosse la solita questione del rimorchio, o invece si trattasse del seguito della paranoia di lui (che così diventava assai meno paranoia e molto più pericolo reale).
Sì, anche se la sigaretta ancora non era finita – in realtà aveva fatto al massimo un paio di tirate in tutto il certo i tempi di combustione tempo – e pure se aveva giurato che avrebbe rispettato le direttive del partito, decise ch’era arrivato il momento di andarsene. Comunque la mettesse, l’interessamento dei due non le era affatto gradito, che ci fossero o meno i vopos. Neanche a farlo apposta, fu come se uno dei due uomini le avesse letto nel cervello perché nell’attimo stesso in cui lei si alzava per mettere in atto il suo proposito, lui abbandonò il suo amico e prese a dirigersi verso di lei, non senza aver dato una tirata ai polsini della camicia e aver ripetuto l’operazione con il bavero della giacca, come a calcarla meglio. Ch’è poi il tipico atteggiamento del maschio che parte alla conquista, pensò Eugenia. O magari del killer pronto a tirar fuori il pistolone col silenziatore, come nei film americani… meno male che eravamo in Italia e, proprio a voler essere pignoli la giacca di lui aderente quasi fino a sembrare quella della sua prima comunione, escludeva senz’altro la presenza minacciosa del rigonfiamento del pistolero… e mentre pensava questo le venne inevitabilmente da sorridere per l’assurdità delle sue riflessioni.
All’uomo che le stava venendo incontro, però, quel sorriso – inevitabilmente – parve un qualcosa assai simile ad un compiacente invito ed anche sul suo viso si dipinse l’espressione classica del maschio ch’è certo d’aver fatto colpo sulla preda. Sicché rimase piuttosto di sasso quando lei ignorò bellamente la mano di lui posata sul suo braccio nel momento del loro incontro e continuò tranquilla verso la porta. Evidentemente però il tipo era uno che non si rassegnava facilmente – o forse era allenato ai rifiuti – perché non esitò ad inseguirla ed a prenderle un polso, quanto bastava per costringerla a fermarsi. «Ehi, bellezza, hai così tanta fretta di tornare a casa? Sarebbe un peccato, la serata è appena iniziata…».
Eugenia, che in passato se l’era vista con i ceffi del Fronte della Gioventù, era ben lungi dal farsi spaventare da quel manichino impomatato strizzato nella sua giacca come un tubetto di dentifricio consumato a metà. Prontissima si liberò della presa di lui e, guardandolo fisso negli occhi, gli rispose con un tono distaccato e canzonatorio: «Hai ragione, la mia infatti è appena cominciata. È la tua ch’è finita, cara Cenerentola… corri a riprendere la tua zucca e fila dalla mamma». Un paio di ragazzi che avevano assistito alla scena scoppiarono in una risata rumorosa, mentre ora il tizio, persa tutta la sua baldanza e rosso come un peperone, per cavarsi d’impaccio non trovò di meglio che alzare le mani in segno di resa: «Va bene, va bene… per carità, non sia mai… scusa tanto, ma ti avevo confuso con mia nonna e volevo aiutarti». Eugenia giudicò opportuno che non aveva senso continuare con quella stupida querelle, visto che si trattava, alla resa dei conti d’un banale intermezzo. Gli lanciò un’ultima occhiata, prima di voltarsi definitivamente ed andarsene. Continuò a sentire qualche ghigno alle sue spalle, ma, in un attimo, fu fuori dal locale e finalmente poté fare un bel respiro alla debole luce dell’insegna e rilassarsi.
Per quanto fastidioso, quanto accaduto col bellimbusto aveva avuto il pregio di distoglierla, seppure per un brevissimo attimo, dalla tensione. Che ora però era lì ad attenderla fuori dal locale: non Mario che, come aveva detto, pareva sparito. Ma il filo dell’accaduto stava ora all’esterno del pub e nella stazione di taxi ch’era dall’altra parte della strada. Un paio di auto gialle erano ferme, con gli autisti scesi dall’abitacolo a fumare e parlare, mentre attorno alla porta del locale bivaccava svariata gente, intenta a chiacchierare a gruppi o a coppie, dando spesso la sensazione di avere tutta l’intenzione di passare lì l’intera notte. Insomma era tutto normale e non c’era assolutamente nulla che facesse pensare a… a cosa poi? La paranoia del suo ex marito pareva ancora più evidente ora che erano cessate le musiche ed i rumori assordanti del locale. Dal quale, peraltro, proprio nessuno era uscito dopo di lei. S’era fatta premura di star lì a controllarlo ed ora quella costatazione, sommata al resto, non faceva che convincerla ulteriormente che Mario doveva proprio essere fuori di testa.
Ma, sotto sotto, doveva ammettere che continuava ad avere fiducia in quell’uomo che eppure l’aveva delusa e neanche poco. Una fiducia gratuita ed irrazionale, questo era sin troppo ovvio, ma tale da impedirle di pensare che fosse realmente pazzo. Il volto di lui, mentre le spiegava cosa fare, era assolutamente pietrificato dalla paura. Non poteva essere pazzia: doveva aver visto qualcuno o qualcosa e il suo ex non credeva ai fantasmi. Qualcuno che apparteneva al mondo di lui, ora a lei ignoto, ai suoi silenzi, alle sue ambiguità, alle sue frasi smozzicate e perennemente sospese sul nulla. A quel mondo nel quale era ripiombata… ed ora ci stava proprio al centro, fuscello sballottato da onde ignote di cui subiva impotente la violenza
Quattro anni non potevano aver cambiato così radicalmente un uomo, neanche passati accanto ad una come quella Silvia che certo era dedita alle pratiche più strane e, soprattutto, anche alle sostanze meno consigliabili. Magari la ragazza era sì all’origine della paura di Mario, ma non certo per motivi che non avessero una base concreta. Aveva sottolineato che aveva dei timori soprattutto per lei, per Eugenia. Che non voleva coinvolgerla… in cosa poi?
Bisognava fare chiarezza, non era possibile continuare in questo modo ridicolo e nevrotico, bisognava scoprire le carte. Era arrivato il momento.
“No, non ci sto più, non è possibile! Mi deve delle spiegazioni se vuole che continuiamo questa storia assurda. Sto rimettendo in gioco tutto il mio equilibrio psicologico, conquistato a poco a poco ed a caro prezzo. Non può tirarmi dentro ai suoi casini senza riconoscermi il sacrosanto diritto alla possibilità di scegliere sapendo quello che faccio! È ingiusto e immorale da parte sua… quello ch’è accaduto stasera, per sua stessa ammissione, non è un gioco. Se lo fosse, sarebbe meschino e decisamente fuori luogo.”
Non riusciva a credere che ci fosse un vero pericolo, come lui aveva sostenuto. Tuttavia, se c’era qualcosa di reale e qualunque cosa fosse, ora che era uscita dal locale le stava ancor più addosso, appiccicato sulla pelle come una resina vischiosa. In fondo, sinché era stata là dentro s’era sentita in qualche modo al sicuro e protetta: era improbabile che potesse accaderle qualcosa, che un misterioso qualcuno si azzardasse a… neanche lei sapeva cosa. Ma ora lì fuori, quella cosa poteva averla tallonata ed essere in procinto di… santiddio! Stava cadendo anche lei in paranoia, trascinata da quell’idiota del suo ex!
Si guardò un po’ intorno sperando di vedere la sua auto, ma non ce n’era traccia. Non restava che continuare a rispettare quell’assurdità di piano ed avviarsi verso la stazione dei taxi dall’altra parte della strada. Non c’era molto movimento di traffico e la distanza da percorre a piedi non superava i duecento metri, così cominciò ad avviarsi; s’accorse in quel momento che stringeva in mano il pacchetto di sigarette e l’accendino che Mario le aveva lasciato, così, mentre scendeva dal marciapiede e s’incuneava tra due auto parcheggiate per attraversare la strada, si mise a trafficare per riporre quegli oggetti nella borsa che portava a tracolla. In quel momento un colpo di clacson della macchina alla sua destra le fece fare un autentico balzo e le sigarette le sfuggirono di mano per finire sotto il muso dell’auto.
Si trattava di un gippone scuro e piuttosto appariscente ed il fatto che i fari s’accendessero d’improvviso accecandola aumentarono la sorpresa di lei che sentì il cuore balzarle in gola. Per un attimo si bloccò, preda d’un terrore cieco. Poi sentì sghignazzare all’interno dell’auto e si rese conto che dentro dovevano esserci dei ragazzi: se ne intravedevano le sagome in movimento e, con tutta probabilità, erano ubriachi. Pensavano d’essere molto spiritosi, maledetti stronzi! Le avevano fatto prendere un mezzo colpo… quello era uno dei momenti in cui, se avesse avuto un’arma, avrebbe potuto fare una strage… ma certo la colpa di quegli imbecilli era solo quella di essere, appunto, degli imbecilli: non che questo li scusasse, ma il vero guaio stava in lei ch’era tesa come una corda di violino e scattava per un nonnulla. Meno male che le armi proprio non le piacevano! In ogni caso era meglio ignorare quei deficienti ed affrettarsi verso i taxi: prima arrivava a casa e prima avrebbe potuto rilassarsi e decidere cosa fare con questa storia di Mario.
Qualcuno tirò fuori la testa dal finestrino del gippone e le gridò qualcosa che lei non capì, ma doveva essere una qualche battuta, probabilmente oscena, perché le risate nell’abitacolo aumentarono visibilmente e, pur nella penombra, era facile intuire i movimenti scomposti degli occupanti. Proprio degli idioti ubriachi, ch’era assolutamente meglio ignorare ed allontanarsi a passo spedito, cosa che Eugenia iniziò a fare con piglio deciso, sperando che la cosa finisse lì. Attraversò rapidamente la strada e salì sull’altro marciapiede diretta ai taxi; non aveva fatto molti metri quando sentì aprirsi lo sportello di un’auto alle sue spalle. Non c’era bisogno di voltarsi per capire che si trattava dell’auto degli ubriachi. La stessa voce impastata che l’aveva apostrofata prima stava urlando qualcosa con tono canzonatorio, con tutta probabilità ce l’aveva con lei ma Eugenia non aveva proprio nessuna intenzione di star lì a verificarlo e, ormai era quasi arrivata a destino. Anche i due tassisti, che prima stavano parlando appoggiati alle loro auto, sembravano essersi accorti di quanto stava accadendo ed uno dei due si mosse ad aprire lo sportello del suo taxi, facendole segno di salire. Ma proprio quando mancavano pochissimi passi ad accettare l’invito, al fianco di Eugenia comparve il muso di un’altra auto che camminava a fari spenti; in un attimo la superò e, subito dopo si arrestò a non più di due metri dal taxi ed il conducente si sporse alla sua destra per spalancare lo sportello che venne quindi a bloccare il cammino di Eugenia. Di nuovo colta di sorpresa la donna era stata sul punto di cacciare un urlo, accorgendosi giusto in tempo che a compiere quella manovra da film americano era proprio il suo ex, sbucato come per incanto dal nulla.
Furiosa con lui e con tutta la situazione aveva meditato per un attimo d’ignorare quello sportello spalancato ed infilarsi sul taxi che il conducente continuava a tenere aperto, ora guardandola con un’aria interrogativa. Veramente anche qualcuno davanti al pub, sebbene distante, forse richiamato dai vari rumori, pareva interessarsi alla situazione ed Eugenia, che non amava per niente essere al centro dell’attenzione, specie in una situazione così ridicola, dovette decidere in una frazione di secondo cosa fare.
Per un attimo immaginò a quale reazione di Mario sarebbe andata incontro se veramente avesse messo in atto quella specie di gesto di protesta, ignorando l’auto di lui. Il fatto di non essere per nulla certa di conoscere cosa avrebbe fatto, la convinse che era meglio non stare a stuzzicare ulteriormente la nevrosi del suo ex. Fece una sorta di gesto al tassista, come a scusarsi dell’equivoco e ringraziarlo. L’uomo le rispose con un sorriso che pareva proprio dire: “Non ti preoccupare: col mio lavoro sono abituato ai pazzi. Uno in più, uno in meno non fa differenza” e, nel richiudere lo sportello le gridò un ironico «Buona fortuna!», per poi tornare dal collega che lo accolse con un’eloquente alzata di spalle.
Eugenia fece appena in tempo ad appoggiare le spalle sul sedile che Mario partì quasi sgommando ed evitando per un pelo di tamponare il taxi fermo.
«Ma che sei matto? Hai pure le luci spente… cerca di non fare un incidente che questa serata mi pare già abbastanza complicata, senza bisogno d’altre stronzate!»
«Stronzate? Ah, per te queste sarebbero stronzate, vero?», la investì lui di rimando. Pareva spiritato, letteralmente elettrizzato.
«Mi verrebbero in mente almeno un’altra decina di definizioni forse più signorili, ma nessuna spiega meglio… ma che cazzo stai facendo, me lo dici?»
Mario parve nemmeno udire la domanda. Dopo aver finalmente acceso le luci, non smetteva di fissare i vari specchietti retrovisori mentre accelerava pericolosamente per le strade piuttosto sgombre, è vero, ma certo pur sempre pericolose. Guidava aggrappato al volante e col viso proteso in avanti, cambiando le marce con gesti violenti e provocando frequenti scossoni all’auto. Eugenia si ritrovò a pensare che il suo ex non era mai stato uno che amasse molto i motori ed ora balzava agli occhi che, come pilota, era decisamente scarso, fisiologicamente inadatto a fughe ed inseguimenti. Il pensiero la fece quasi sorridere, allentando un poco quella assurda tensione che gli eventi avevano scatenato. In fondo doveva trattarsi solo d’un sogno, uno spiacevole sogno, magari un incubo, ma presto si sarebbe svegliata e tutto quel casino sarebbe svanito nel buio confortevole della sua stanza. Non poteva non essere così…
«Chi erano quelli?». La voce di Mario aveva interrotto brutalmente le divagazioni di Eugenia.
«Quelli chi?» le rispose lei in modo altrettanto brusco.
«Quelli del gippone, perdio!» urlò lui come se la donna lo stesse prendendo in giro facendo la finta tonta.
«Un paio di stronzi ubriachi, immagino! Che diamine vuoi che ne sappia?» rispose lei, con la voce che iniziava a tremarle per la rabbia. Lui distolse un attimo lo sguardo dalla strada per fissarla, quasi volesse verificare che stesse dicendo la verità, poi torno a guardare davanti, scuotendo la testa.
«Senti Mario, comincio ad averne piene le pa…, tasche di questa storia assurda! Che cazzo sta succedendo, me lo vuoi dire? Parla oppure giuro che apro questo sportello e scendo dalla macchina, che tu sia fermo o no».
«Per favore no, non fare stupidaggini.» D’improvviso la voce di lui era lamentosa e quasi implorante. Ma ci voleva ben altro per smorzare la rabbia di lei, anche se una parte del suo cervello continuava ad annotare ogni contraddizione con fredda determinazione. «E già, qui solo uno è autorizzato a fare stupidaggini e non dare spiegazioni, vero? Scusa se tendo a scordarmi quanto sa essere stronzo il mio ex marito!!».
«Non fare così, ti prego. Ho i miei bravi motivi per…».
«Sai dove te li puoi mettere i tuoi bravi motivi, vero?». Ormai era decisa a non mollare l’osso: doveva costringere quell’uomo a tirar fuori quanto gli passava per la testa.
«D’accordo… – fece lui, ora improvvisamente conciliante – ti chiedo solo di darmi dieci minuti di tregua. Poi ti giuro che cercherò di spiegarti tutto quello che posso. Per favore…»
«Per favore un corno, tu non hai il diritto…».
«Hai ragione, non ho il diritto… ma sono costretto. Dammi questi dieci minuti, ti prego. Poi vedrò di riparare ai miei errori, sperando che non sia troppo tardi».
In fondo era una semplice richiesta di tregua ed anche lei ne sentiva un bisogno assoluto. «D’accordo… prendiamoci questi benedetti dieci minuti per calmarci… ma poi non sono più disposta a tollerare cazz… stupidaggini! D’accordo?»
«Te lo prometto…»
Dopo il furore degli ultimi minuti, una strana ed irreale calma piombò nell’abitacolo frutto di quella sorta di armistizio che avevano raggiunto e, era lecito presumerlo, anche di una certa stanchezza che i due cominciavano a mostrare. Lui continuava a guidare in maniera nervosa; aveva diminuito la velocità sconsiderata dei primi momenti, ma il suo stile di guida restava quello di chi è teso allo spasimo. Continuava a lanciare occhiate allo specchietto retrovisore e lei si rese ben presto conto che stava facendo dei giri viziosi. Come nel più scontato dei polizieschi, l’imbecille stava controllando di non essere seguito e lei si fece forza per non interrompere, urlando, la tregua che gli aveva concesso poco prima. La situazione era veramente irreale: chiusa dentro una macchina con un uomo che credeva di conoscere ma si comportava come in uno scontato film di cassetta. Mancava solo che sbucasse fuori il pazzo sanguinario con la scure insanguinata ed il quadro sarebbe stato completo! Avrebbe dovuto aver paura… ma sentiva invece crescere in lei sempre più rabbia sorda e minacciosa.
E fu mentre rimuginava su questi pensieri che la voce di Mario interruppe il silenzio. «No, non ci segue nessuno… sta andando bene!» detto più per esternare la tensione interiore che realmente per comunicare con Eugenia. Lei attese inutilmente che lui continuasse. «Cosa, Mario?» si decide infine a chiedergli. Per la prima volta da quando era salita sulla macchina, lui si girò a guardarla e lo fece con un’aria sorpresa, se non addirittura stupefatta, quasi si accorgesse solo in quell’attimo della presenza di lei nell’abitacolo. «Cosa è che sta andando bene? – ripeté la donna sottolineando le parole prese dalla frase pronunciata da lui – Chi è che avrebbe dovuto seguirci? E perché siamo scappati da quel locale come se avessimo alle calcagna la polizia ed i carabinieri uniti per l’occasione? In quale delle tue sceneggiature di scrittore a tempo perso siamo capitati? E, per concludere in bellezza, dove cazzo che stiamo andando?»
Mario pareva ora quasi rilassato, tanto da abbozzare una sorta di sorriso di condiscendenza di fronte allo sfogo di lei: «Credo di doverti delle scuse…» aveva iniziato a dire. Ma Eugenia lo interruppe furiosa: «Ennesime scuse?… Eh no, caro il mio ex marito, non è ripetendo il noioso ritornello dello scusami-qua-scusami-là che puoi illuderti di avermi ancora fatta fessa. Mi stai facendo girare come una trottola da due mesi e stasera abbiamo realizzato il record dei record con questa sceneggiata senza capo né coda ed io voglio sapere perché. Voglio, esigo, pretendo, hai capito? Ne ho piene le tasche delle tue scuse evanescenti e dei tuoi misteri da romanzetto da appendice. Questa, almeno per me, sarà la sera della verità. O la pianti di nasconderti dietro un dito e vuoti il sacco, o te lo giuro su quanto ho di più caro, questa è l’ultima volta in cui mi vedi. Sono stata chiara? Spero proprio di sì, perché ti garantisco che se mi costringi a ripeterlo, sarà la volta buona che lo sente tutto il quartiere! Volevi i tuoi dieci minuti per riflettere, quasi che il tempo che ti dedico da due mesi fosse una bazzecola… e sia!… hai avuto i tuoi dieci minuti. Ma non avrai altro, lo giuro!… ed esigo di avere una risposta alle mie domande… debbo rifartele?».
«No, no… d’accordo Eugenia, d’accordo. Intanto posso rispondere alla tua ultima domanda: ti sto accompagnando a casa». Un’occhiata lanciata di sbieco alla compagna gli fece aggiungere in fretta: «Lo so, hai ragione, sto facendo un giro… come dire? un pochino largo…». «Alla faccia del pochino largo! Poco ci manca che passiamo da Scilla e Cariddi!»
«È vero, giusto, ma dovevo prendere qualche precauzione… sono costretto…». Seguì un lunghissimo silenzio che Eugenia decise di non interrompere giusto per vedere fin dove era capace di spingersi il suo ex. Lui parve spiazzato da quella scelta, come se facesse assegnamento invece su un qualche sfogo aggressivo di lei, magari come alibi per trincerarsi di più nel mutismo. Quale che fosse il piano che Mario avesse in mente, ed ammesso che avesse un piano, d’improvviso parve prendere una decisione: con una sterzata improvvisa s’infilò tra due auto parcheggiate e girò la chiavetta dell’accensione per spegnere luci e motore, dopodiché, quasi fosse un unico movimento, abbracciò Eugenia e si mise a baciarla selvaggiamente.
Lei rimase un attimo stordita da quell’improvviso furore passionale e si trovò in breve a rispondere, senza nemmeno capire cosa stava accadendo, alla bocca di lui. Le mani di Mario iniziarono ad esplorare il suo corpo, seguendo la curva dei fianchi e poi giù fino alle ginocchia per poi infilarsi sotto la gonna per carezzarla con violenza e dolcezza. Incapace di resistere a quella specie di fiume improvviso Eugenia sentì che in barba all’indignazione e alla rabbia di pochi attimi primi si stava eccitando e rispondeva alle carezze di lui con la stessa intraprendenza.
Fu solo questione di attimi: in un niente lei sentì che il suo sedile veniva abbassato e che lui, dopo averle sollevato la gonna, le stava sfilando le mutandine. Quando la penetrò, lo fece con una violenza che quasi le strappò un urlo di dolore ma, al tempo stesso, lei inarcò la schiena per accompagnare i movimenti di lui con altrettanto trasporto, ormai completamente travolta da quella piena inattesa e assolutamente folle. Per un brevissimo attimo pensò che, una volta di più, la costringeva a fare qualcosa di assurdo, praticamente in mezzo ad una pubblica strada e dopo una serie demenziale di fatti senza capo né coda. Ma al tempo stesso le pareva d’improvviso di avere tutte le risposte che cercava, anche se sapeva sin troppo bene che non era così, che ancora una volta lui stava fuggendo. In quel momento però le importava solo di sentirlo agitarsi furiosamente dentro di lei, nella ricerca di un piacere che pareva essersi accumulato senza sosta in quattro anni di lontananza giusto per venir fuori tutto insieme, in pochi attimi bruciati quasi con rabbia. Esplosero insieme, avvinghiati come naufraghi l’uno all’altra, persi in un mare di nulla.
Stettero un bel po’ immobili, ansanti, aspettando che il respiro tornasse normale, mentre i rumori della strada, lievi ma presenti, li riportavano progressivamente alla realtà in cui si trovavano. Poi lui si sollevò per tornare al sedile di guida; la aiutò a raddrizzare lo schienale e poi, sempre in silenzio, ambedue presero a ricomporre i rispettivi vestiti. Infine, Mario prese a ricercare inutilmente nelle tasche. Eugenia lo interruppe: «Le hai date a me le sigarette, non ricordi?». Lui parve scrutare fuori un attimo come se i ricordi fossero stati depositati sul marciapiede, poi parve ricordare: «Già, è vero… allora…». «Mi sono cadute, Mario, quando quelli stronzi del gippone mi hanno spaventato. Però, se vuoi, posso darti le mie…». E si mise a rovistare in borsa per poi passargli un pacchetto e l’accendino. Si accesero ambedue una sigaretta e rimasero poi immobili a guardare il fumo azzurrino che riempiva il vano dell’auto prima di scivolare via dal finestrino che Eugenia s’era affrettata ad aprire.
«Hai avuto altri uomini?». La domanda di Mario ruppe la magia del silenzio con lo stesso clamore di un vaso di bronzo lanciato sul pavimento di una chiesa vuota.
«Ma che razza di domanda è?» rispose lei dopo aver superato lo stupore e lo sconcerto scatenato dalla domanda. «Una banalissima e semplice domanda, mi pare…» fece lui con voce piatta ma che non riusciva a nascondere del tutto una sorta di imbarazzo.
«E ti pare una domanda da fare dopo… Certo che voi uomini siete proprio curiosi! Sempre lì a lottare col vostro ego smisurato e a giocare a chi ce l’ha più lungo… Poi mi chiederai se erano più o meno bravi?».
«Quindi ci sono stati altri, giusto?».
«Certo che ci sono stati, o pensavi che mi sarei fatta suora?!».
«Per carità…».
«Per carità un corno! Facciamo l’amore dopo un’eternità, in una situazione quanto meno paradossale e ridicola e tu, la prima cosa che fai, ti metti ad indagare su quello che io ho fatto dopo che, scusa se te lo ricordo, tu te sei andato con un’altra! Ma guarda tu se mi debbo giustificare con questo…»
«No, aspetta, nessuna giustificazione. No, no… avevo solo bisogno di sapere. Già altre volte avrei voluto farlo, ma mi mancava il modo, non ci riuscivo. Ti giuro che non c’è nessuna voglia di giudicare. Pensavo solo che fosse strano che tu, dopo quattro anni, fossi ancora libera…».
«Dopo che ci siamo separati, avere una relazione seria era l’ultimo dei miei desideri. Storie di sesso, qualcuna, quelle sì, ma senza coinvolgimenti e men che mai sentimenti. Ma continuo a non capire cosa c’entri con noi ora. E, soprattutto, mi pare un modo per continuare a sfuggire alle mie domande, che sono un po’ più serie delle tue!».
Mario non rispose subito: prima riavviò il motore, accese le luci ed iniziò la manovra per uscire da quel parcheggio improvvisato. Una volta ch’ebbe ripreso la strada – non senza aver mancato li lanciare le solite occhiate preoccupate a retrovisore e specchietti laterali – si schiarì la voce con dei colpi di tosse nervosi ed imbarazzati prima di riprendere a parlare: «Niente, non c’entra niente… però dovevo saperlo. Avrei preferito sapere che c’era qualcuno cui eri legata, che ti coinvolgeva, che t’eri innamorata.»
«Ma che stai dicendo? Volevi forse provare il brivido del seduttore che si fa le donne degli altri? Sei ridicolo, ancor più ridicolo di quanto le varie scene di stasera m’avevano già suggerito!».
«Sono un perfetto stronzo, d’accordo!… Ma non così stronzo, per favore… il fatto è che non so nemmeno da dove cominciare. Insomma, sapere che non sei da sola, in fondo, vorrebbe dire hai qualcuno cui appoggiarti, che può prendersi cura di te, visto che io…».
«Visto che tu?… che stai cercando di dirmi?».
«Eugenia, io sono nella merda più totale…»
«Questo me l’hai già detto un mucchio di volte!»
«Lo so, ma tu non sai cosa vuol dire. Ci sono cose… problemi… persone. Guarda! Meno ne sai, meglio è. Anzi, quello che ho fatto, cercarti, vederti, è stata pura follia, perché potrei averti messo anche in pericolo. L’ho capito prima, mentre ero dentro di te, nell’eccitazione ho capito che stavo abusando di te e della tua pazienza, che non avevo il diritto di esporti…»
«C’entra in qualche modo quello ch’è accaduto dentro il locale? Chi hai visto?».
«Lascia perdere Eugenia!… magari sono pure fisime mie. È possibile ch’io sia fuori di testa… ma non voglio più correre rischi. Sei troppo importante perch’io ti… coinvolga tuo malgrado in un mondo contorto ed allucinante.»
«Silvia, vero? È lei che ti ha trascinato dentro chissà quale giro… e tu, da quel bel coglione che sei, hai lasciato che… oddio, ma dove è finito quel Mario di cui m’ero innamorata? No, non può essere lo stesso uomo che parla ora, non è possibile! Dobbiamo trovare una via d’uscita…».
«Dobbiamo?… no, no… proprio non se ne parla! T’ho coinvolta anche troppo e non posso neanche lontanamente pensare… no, basta. Non dobbiamo più vederci, è troppo pericoloso. C’è gente veramente crudele, pronta a tutto… Devi starne fuori Eugenia. Te lo chiedo come prova d’amore e come dimostrazione del mio amore per te.»
L’ultima frase di Mario cadde come un macigno nell’animo della donna. Allora era stato tutto inutile: s’era lasciata trascinare dentro quella storia come una stupida ed ora ne pagava le conseguenze. La lasciava di nuovo! Come se la prima volta non fosse bastata, era tornato alla carica per arrivare a scoparsela in una macchina – come avessero vent’anni – in una strada deserta e nel cuore della notte per poi infine congedarla di nuovo con, stavolta, la scusa di amarla troppo! C’era di che farsi venire il mal di pancia dalle risate se la situazione non fosse stata drammatica. Un gelo pauroso cominciò a farsi largo nelle fibre di Eugenia: improvvisamente s’affacciava, come quattro anni prima, il terrore della solitudine. Ma fu solo un attimo, perché subito si rese conto che da quella solitudine non era mai uscita.
Sesso, bisogno di rinnovare un senso di possesso che s’era liquefatto nel gesto stesso dell’accoppiamento, ecco cos’erano stati quei due mesi di intervallo, niente altro che sesso, una scopata come altre, a pensarci bene. Piuttosto contorto il modo di arrivarci, d’accordo. Qualcuno avrebbe potuto dire paranoico, ancora d’accordo. Evidentemente dentro ognuno di noi ci sono meccanismi che, pur partendo dalla stessa necessità, hanno bisogno di cercare strade tutte particolari e sulla cui assurdità era inutile riflettere.
Ridicolo però illudersi che dietro tutto quel cancan ci fosse qualcosa in grado di colmare veramente il vuoto che lei aveva dentro. E cui s’era abituata, perdio! ed ora doveva reagire e ritrovare il suo equilibrio.
«Perché non dici nulla? A cosa stai pensando?» la voce di Mario si insinuò nei pensieri di lei come una serpe in cerca della preda. «Ti prego, dimmi cosa pensi! Tutto posso sopportare, meno che il tuo silenzio», insistette.
La voce di Eugenia ora era improvvisamente tranquilla, quasi assente: «Cosa penso? Mi chiedo solo se c’era bisogno di mettere in piedi tutta questa sceneggiata per una banale scopata…»
«Guarda che ti stai sbagliando…»
«Ma certo! E come potrebbe essere altrimenti? Sono sempre io quella che sbaglia, che non capisce, che si confonde. Certo… però una cosa vorrei fosse chiara: anche io ti volevo. Avevo voglia del tuo corpo e non sapevo nemmeno quanto. L’ho capito prima: è bastato un tuo gesto, per niente elegante, per giunta, perché mi lasciassi travolgere dal desiderio e ti lasciassi quasi usarmi violenza. Ma non ti preoccupare, però, non mi hai fatto male, anzi… l’unica cosa che mi chiedo ora però se è qui tutto quello che volevamo…».
Mario fece il gesto d’intervenire, ma Eugenia lo bloccò con un cenno imperioso mettendo la sua mano sulla bocca di lui così rapidamente da sembrare quasi uno schiaffo. «Zitto! Tu devi solo ascoltare ora! Sono stanca delle tue scuse, come delle tue nevrosi e follie. La nostra storia, a ben pensarci, forse era rimasta in sospeso, come se ci fosse un conto aperto, un desiderio non consumato. Ora me ne rendo conto, ora che l’abbiamo veramente chiusa. Nonostante tutto, e nel dirlo devi credermi che quasi mi viene da ridere, era rimasto un sottile cordone ombelicale che mi legava a te. Per questo non mi sono innamorata di nessuno. Di certo dolore, paura e frustrazione hanno fatto la loro parte, ma c’era dell’altro e per capirlo c’è stato bisogno di una scopata in piena notte, in una macchina in mezzo alla strada. Nemmeno ai tempi delle barricate avrei potuto pensare ad un simile epilogo. Come che sia, finalmente mi sento serena e libera. Tutto sommato, sono stati due mesi terribili, ma ne è valsa la pena. Hai ragione Mario: chiudiamo qui, stanotte o forse sarebbe più giusto dire stamani; quello che è, non importa. Io sono arrivata a casa, al capolinea, ovunque sia, purché significhi la fine di un equivoco che m’ha divorato dentro per quattro lunghi anni. Senza rancori, davvero!».
Già da un po’ Mario aveva fermato l’auto. Erano arrivati davvero a casa di Eugenia e lei, con gesto deciso almeno quanto le sue parole abbasso la leva che apriva la portiera e fece per scendere. Lui le afferrò un gomito, prima che completasse il gesto. «Sei sicura?» le fece con una voce roca e tenebrosa che pareva scavarsi a fatica la strada per venire fuori. Eugenia si voltò appena per lanciargli un debole sorriso: «Buonanotte Mario. Buonanotte e addio!».
Scese quindi dall’auto e s’avvio decisa verso il portone; perse qualche secondo a cercare le chiavi in borsa, apri l’anta ed entrò decisa, senza voltarsi, per lasciarsi ingoiare dall’atrio scarsamente illuminato, mentre s’assottigliava sulla strada la debole lama di luce via via che la molla di richiamo del portone lo chiudeva. Poi si fermò appoggiando le spalle e tutto il corpo al legno pesante dell’uscio, con gli occhi chiusi ed aspettò. Dopo pochi secondi, sentì il rumore del motore che si accendeva e dell’auto che partiva e solo allora permise alla lacrima ch’era stata in bilico di venire fuori. Poteva ora tornare alla sua vita, finalmente.
Quando fu nel suo appartamento e si fu tolta la giacca leggera che indossava pensò che si sarebbe fatta volentieri una bella doccia. Ma erano quasi le quattro del mattino e una doccia a quell’ora voleva dire non andare più a dormire. Non poteva: la vita continuava e dunque c’era da affrontare la solita routine. Meglio dormire, anche poche ore, prima di tornare a lavorare e immergersi di nuovo nel quotidiano.
Così, si spogliò rapidamente, s’infilò sotto la coperta leggera del letto e spense la luce. Non poteva fare a meno di ripensare a tutti gli eventi di quella sera, incluso quel rapporto violento e travolgente… è vero, ne era veramente convinta, aveva il sapore della parola fine. E, per quanto dolorosa fosse, aveva pure un che di liberatorio, di catartico. Domani, o forse poteva dire oggi, era un altro giorno, per dirla alla Rossella O’Hara. Le venne un poco da sorridere a quella citazione hollywoodiana che ormai tutti abusavano. Aiutata da quel sorriso ironico, la stanchezza ebbe il sopravvento su di lei e piano piano la fece scivolare in un sonno amico.
E fu allora, solo allora, quando il suo respiro si fece regolare e leggero che fu possibile udire nella stanza un altro respiro, anch’esso lieve, ma vigile ed attivo. Un’ombra si staccò silenziosa dall’angolo più buio della stanza, diretta verso il letto della donna addormentata. Ma, per fortuna, era solo un fantasma, forse evocato da quella strana serata, che ora aveva bisogno di infilarsi nei sogni di Eugenia.