UNA SCELTA FILOSOFICA
 Finita la cerimonia funebre, tutte  le Silvie s’erano adunate sotto l’ombra misericordiosa del portico a sorseggiar limonata ed acqua all’anice per smorzare la sete e rinfrescare il ricordo dell’uomo appena sepolto, prima che il sole impietoso di quel torrido pomeriggio di Luglio potesse da subito, ed irrimediabilmente, sbiadirne i contorni.

Le donne adunate all’ombra del patio in realtà non si chiamavano tutte Silvia, fra loro c’era perfino una Efigenia ed una Stuarda, anche se di  battezzate con quel nome se ne sarebbero potute contare, in altri tempi all’interno di quella cerchia, almeno una decina, ma all’epoca in cui si svolge la storia ne erano rimaste soltanto quattro. Erano le altre, quelle che non si chiamavano Silvia, ad esser state ribattezzate dal barone Giacomo Niccolò Denti Drago, l’uomo che ora stavano commemorando, e con ognuna delle quali aveva avuto nel corso della sua lunga, ed intensa vita, una storia d’amore.

C’è da raccontare che il barone Giacomo Niccolò Denti Drago era stato fin dalla culla indirizzato dalla madre, la baronessa Eugenia, al culto della poesia romantica, poiché ella era infervorata dei versi di Byron, Shelley, Chateaubriand, ma, su tutti, dell’italiano Giacomo Leopardi, e tanta era la sua predisposizione, il suo fanatismo intellettuale verso il poeta/filosofo che, contravvenendo all’usanza universale dell’aristocrazia che imponeva al primogenito la continuità del nome paterno, ottenne il consenso di poterlo battezzare col primo nome di Giacomo.

La baronessa venne assecondata in questa sua esaltazione intellettuale, e secondo verificate testimonianze dell’epoca, alla deriva del fanatismo mistico, tant’è che aveva definitivamente adottato per sé stessa il nome di Silvia, e con quello era appellata.
Tutto questo le era valsa la fama d’eccentrica (che se si fosse trattato di una qualunque e non blasonata, sarebbe stata, con termine più schietto, definita matta), a discapito della sua vasta, raffinata cultura illuminista, da lei acquisita sulle orme del Leopardi.

Ma il giovane Giacomo era destinato a tradire le aspettative di sua madre che avrebbe invano agognato, per tutta la vita, di vedere il nome di suo figlio ascritto tra i grandi, nel firmamento stellato della poesia, ma che s’era rivelato invece possedere un carattere godereccio, brillante e malizioso, niente affatto tormentato.
La natura assolutamente pagana del barone Giacomo Niccolò Denti Drago mal si sposava con l’immagine confacente ad un poeta, in aperta, per di più in aperta e dichiarata contrapposizione con il pensiero del Leopardi secondo cui “il piacere non è assoluto né infinito, ma che anzi non esiste se non come mero concetto”
Così come la baronessa avrebbe trascorso gran parte della sua vita ad impegnarsi a dare lustro alle tematiche leopardiane, allo stesso modo, e con lo stessa energia, suo figlio Giacomo avrebbe operato nel senso opposto, adoperandosi a smentirle, dimostrando che il piacere, definito dal poeta “una pausa dall’affanno, breve momento di assenza del dolore, atto a ripristinare una momentanea vitalità”, poteva invece, e con soddisfazione, essere assurto a modus vivendi.


Il più solido piacere di questa vita, è il piacere vano delle illusioni.
(Giacomo Leopardi)

UN SOLO NOME
Smentire il pensiero filosofico del Leopardi, accumulare prove incontrovertibili per avvalorare, invece, le sue tesi esistenziali che procedevano in senso opposto, fu questa la missione a cui si dedicò con encomiabile  perseveranza il barone Giacomo Niccolò Denti Drago, con brillantissimi risultati e con la soddisfazione reale di  potersi definire “un uomo che non ha affatto sprecato la sua vita”.

Il sorriso sul volto disteso, l’espressione ancora bella e così lontana dalla vecchiaia nonostante gli anni, e tanti, che lui vezzosamente si diminuiva in quel gioco societario dove rivestiva da decenni, e sempre con gran successo, il ruolo dell’abile cacciatore di farfalle, che tra i damaschi e i cristalli dei salotti più alla moda, s’avventurava a catturare le più splendenti dame dell’aristocrazia, quelle che con il nome del casato avrebbero riempito con la prosopopea della firma, interi righi e abbisognato persino di qualche a capo, se egli non avesse chiesto loro, come atto d’amore, di riassumere l’intera genealogia nel nome unico di Silvia.

Questa strategia, per nulla innocente, aveva lo scopo primario di evitare al barone d’appellare sbadatamente col nome di un’altra l’amante di turno, poiché non di rado accadeva che egli dovesse gestire più storie in contemporanea.

 Ovviamente, all’inizio, nessuna delle Silvie sapeva dell’esistenza delle altre, ma poi, quando il segreto fu noto, si permise al barone di continuare in questo suo gioco alimentato dalla spavalda competizione tutta femminile, di entrare a far parte della Confraternita delle Silvie, perché tutte le signore coinvolte nella liaison col barone vivevano, con spregiudicatezza ed allegria, quella storia da romanzo, ognuna proponendosi di sbaragliare l’esercito delle rivali e piantare, in quel cuore peregrino, la bandiera della conquista definitiva.

Impresa che solo per un soffio non riuscì all’unica che mai s’era convertita al nome di Silva: l’ambigua, e non più giovanissima, nobildonna Cherubina Spadaro baronessa della Salina di Fragiovanni di Mazzara del Vallo.

E questa è una storia nella storia.