Oggi il capo mi ha chiamata nel suo ufficio per formalizzare la richiesta anticipata con messaggio whatsapp qualche giorno fa.
Il mio incarico è quello di scrivere un articolo sulle tradizioni incrociate alle emozioni del cibo.
So dove andare a ispirarmi e sono una che non ama aspettare che il ferro si raffreddi.
Lo batto finché è caldo, io.
E questo lo tengo in caldo ben bene perché è il luogo dove tutte le mattine consumo la mia colazione, all’italiana naturalmente.
Oggi ci ritorno, approfittando della golosità per quella pasta in particolare, tanto stasera non ceno.
Intervisterò una donna e un uomo, dopodiché inaugurerò il mio nuovo bloc-notes.
“Ecco a lei il tortino Giangi appena sfornato, buona colazione.”
Donna Rosa lo pronuncia cento volte al giorno il nome di quella pasta che sembra tuffarsi schizzando pailettes
dai suoi occhi a quelli di chiunque si soffermi a guardarli.
Lo so bene perché mi hanno appena lampeggiato davanti.
A chi sceglie quella leccornia che manda in estasi le papille gustative ama andare oltre e raccontare un suo ricordo di bambina che conosco bene in quanto cliente affezionata. Quel ricordo parla di suo nonno Giovanni detto Giangi e questa volta intendo approfondirlo in privato per poter assolvere al meglio il mio compito.
Rifocillata e addolcita informo Donna Rosa che sarei onorata di scrivere qualcosa in merito al suo lavoro e non mi stupisce il suo consenso immediato.
Ci mettiamo d’accordo sui dettagli per i colloqui e fissiamo un incontro per oggi stesso, nell’orario di chiusura alla vendita, davanti all’ingresso secondario aperto direttamente sull’opificio.
“Se non mi vede entri pure, sono dentro”, mi appunta prima di accomiatarci.
Ed è proprio cosí che accade, quindi entro chiedendo permesso. Sento la sua voce che m’invita a raggiungerla.
L’ambiente, nettato e ordinato, sa di buono.
Mirabile visione quella di lei mentre adopera le mani a creare quei capolavori di dolcezze, sublimi quegli odori che insufflano le nari.
Sul primo banco subito dietro l’area di smercio sono stese varie forme colorate e avvicinandomi a lei mi ricordo che è Halloween.
Sta preparando tutte miniature di decorazioni in pasta zucchero: fantasmini con la bocca spalancata, facce di streghette con cappello, pipistrelli con le ali spiegate, ragnatele filanti, teschi con le borse sotto gli occhi, zucche occhiute, gufetti corrucciati, coccodrilli con gli occhi iniettati di sangue. Di questi mi dice che le sono stati commissionati da un nuovo cliente e lei lo vuole accontentare.
Continuo a farle domande e ascolto le sue risposte prendendo appunti fino a quando, a seguito di quella che sarà poi l’ultima, mi suggerisce di porla anche a suo nonno. Mi indica dove trovarlo, perché è solo lui che potrà descrivere esaustivamente i dettagli richiesti.
Parte quindi la seconda intervista con il Giangi e lui si emoziona mentre mi racconta.
Nell’incedere della narrazione mi conferma che Donna Rosa è una maestra pasticciera ispirata da sempre, una che da piccola annusava i profumi di forni a legna che sfornavano pani e paste.
Era riuscita a perfezionarsi frequentando corsi superati sempre brillantemente e grazie a questi aveva potuto collaborare con pasticcieri stellati che l’avevano fatta crescere professionalmente.
Alla domanda fatidica sorride e comincia a particolareggiare rammentando ad alta voce di quando se la portava con sé due volte a settimana, a prendere le uova fresche in sella al suo piccolo trattore, dalla propria cascina a quella vicina dell’amico Michele, che a suo dire allevava galline dalle uova d’oro. A dire il vero però quello lo raccontava a Rosa, perché anche lui teneva l’aia piena di polli e chiocce prolifiche e quel piccolo tragitto era solo una scusa per stare con lei, un regalo per loro due, nonno e nipote, in cui l’uno si nutriva della purezza e della partecipazione dell’altra.
Era pertanto un tempo passato insieme, dedicato e sommato, mai sottratto.
Era il tempo in cui anelava quella domanda ‘Nonno, ce l’hai la caramella al limone?’ perché l’aveva già in tasca. Gli piaceva quel giochino e soprattutto vedere la faccia di lei quando le rispondeva con l’occhiolino, segnale che l’autorizzava a sfilargliela dal posto in cui era nascosta.
Anche quel contatto adorava, l’essere così vicini dalla comunanza della seduta.
Quando il trattore sussultava di scosse durante il tratto pieno di buche impossibili da scansare, lei si reggeva con entrambe le mani al ginocchio più solido al suo fianco e si divertiva tantissimo ad ascoltare il suono tremolante delle loro voci spezzate.
Giovanni pensava che quel sostegno potesse essere il primo di tanti altri, quanti ne avesse richiesti e in qualsiasi momento avesse voluto la sua Rosa.
Si sentiva fortunato e grato per la corrispondenza d’affetto, perché gli permetteva di essere un uomo che tornava più giovane, amico fedele, nonno innamorato.
Ma non poteva immaginare quanto sarebbe rimasto con lei e in lei.
Tira un sospiro e prosegue fuori riga facendomi notare che oggi è un signore anziano ma sempre felice perché vive in cascina con Rosa e tutta la sua grande famiglia. E con Rosa torna ogni giorno in laboratorio, onorando al meglio il suo lavoro con la stessa dedizione ed efficienza di sempre, anche se un po’ rallentata. Cura la gestione delle materie prime, gli ordini ai fornitori e coordina le consegne ai pastifici della regione.
“Anche oggi”, mi dice ,”resiste quella fiducia e quella complicità di allora perché é fatta di una lega vibrante, la passione.
Io ho iniziato l’attività con tanta volontà e l’ho guidata fino a quando ho capito che dovevo consegnare la titolarità nelle sue mani. Non avevo dubbi sul fatto che fosse la scelta migliore.”
Raccolte tutte le informazioni necessarie le intreccio e scrivo il mio pezzo.
Una volta terminato, non resterà che appoggiarlo sulla scrivania del capo domattina e attendere la sua decisione sulla tiratura o meno.
È ovvio che speri in un’imminente pubblicazione.